Sfogo sessista contro il Mondiale di calcio femminile

Quando il New York Times arriva a rimproverare le giocatrici americane per avere umiliato le avversarie perché umiliare è una cosa da maschi, beh, allora anche il Correttore può dire quel che pensa veramente

«Sono cresciuta pensando alle partite [di calcio] tra uomini come a qualcosa con dentro una perenne minaccia di violenza: giocatori pronti a reagire quando subivano un fallo, a litigare con gli arbitri, a tuffarsi e a ingigantire le conseguenze di uno scontro. Una violenza che spesso i tifosi riflettevano dagli spalti e dopo le gare. Sul campo della Coppa del mondo femminile, le giocatrici erano libere da tutto questo».

Spiace al Correttore di bozze soltanto non poter offrire la vocina fastidiosa con cui andrebbe letta la sconcezza qui sopra affinché essa possa sortire l’effetto che dovrebbe: un bel cimurro. 

Dovete perdonarlo, il meschino Correttore. Quel pervertito ci ha provato con tutte le forze a tenere a bada il suo soverchio sessismo per sciropparsi senza fiatare, un cucchiaino alla volta, come Socrate con la cicuta, i chili e chili di indigeribile retorica femminista e gender neutral che gli hanno rifilato per convincerlo che il Mondiale di calcio femminile è una figata pazzesca. Ogni spot della Fifa escogitato per «combattere lo stereotipo secondo cui il calcio non è un gioco da ragazze», ogni giornalista che diceva in tv con faccia finto convinta che «queste donne non sono da meno dei nostri Azzurri, anzi sono meglio perché loro si sono qualificate al Mondiale e i maschietti no», ogni slogan #DreamFurther o #DareToShine è stato per lui come una manciata di sale sparso sul suo machismo ferito e sanguinante. Eppure il Correttore zitto. Muto e rassegnato. Non una parola, non un commento. 

Doveva farsi piacere il calcio femminile, e questo avrebbe fatto, onde potersi un giorno vantare di essere anch’egli uscito dal Medioevo. Era quasi riuscito perfino a gioire (quasi) per la vittoria della nazionale italiana contro l’Australia, nonostante l’oggettiva bruttezza di un gol segnato oltre il tempo regolamentare soltanto grazie a un’uscita a farfalle della portieressa avversaria, seguito da un colpo di testa da ferma della nostra centravanta che non è proprio riuscita a evitare il pallone, concluso da un fallito tentativo di salvataggio sulla linea da parte della difensrice australiana, un gesto così scoordinato che il Correttore di bozze non ha ancora capito come accidenti abbia fatto quella ragazza a non rompersi una costola con un’autoginocchiata.

Italia-Giamaica, poi, la seconda partitessa delle nostre Azzurre, è stata addirittura carina, con solo due gol su cinque capitati assolutamente a capocchia e almeno altri due certamente volontari. Davvero notevole.  

Insomma ogni cosa sembrava andare secondo i piani del grande Hashtag paritario globale e il Correttore si sentiva già parte di un mondo migliore e politicamente corretto in cui anche i maschi guardano partecipi le femmine che giocano a calcio e nessuno il giorno dopo si ricorda di essersi abbioccato al sesto minuto del primo tempo.

Ma poi è arrivato il New York Times con questo assurdo commento di Mona Eltahawy e tutto è andato a rotoli. È sua la meditazione citata all’inizio, e quindi insomma, avete capito.

Il Correttore di bozze non si soffermerà qui a fare del trivio su una signora che scrive commenti sul «femminismo globale» e si chiama Mona. Però, come si fa a leggere una Mona che sgrida le donne della nazionale degli Stati Uniti per avere esultato stronzamente a ognuno dei 13 gol segnati martedì scorso alle scarsissime tailandesi, una cosa che le donne non dovrebbero fare perché gli stronzi sono gli uomini e sono loro che umiliano gli avversari più deboli, come si fa a leggere una lagna simile senza essere travolti da un incontrollabile desiderio sessista di gridare adesso basta?

Basta. È troppo. Ora ve lo di il Correttore di bozze dove dovete mettervelo il Mondiale femminile.

A parte che reazioni violente, proteste e sceneggiate – i vizi che la Mona imputa al calcio maschile – se mai sono tre tipiche specialità femminili. Quante volte la Correttrice di bozze si è rotolata in terra simulando inesistenti terribili emicranie solo per mettere in fuorigioco il mesto Correttore, bramoso di segnare un gol nella porta dell’amore? 

Ma soprattutto, gentile signora Mona, la verità è che il calcio, nel senso del calcio, non della calcessa, è esattamente il resto che lei non ha scritto. Corsa, agonismo, sudore, altissima tensione, eleganza, geometrie, numeri da circo, abili scartaggi e grandi cannelle. Soprattutto grandi, grandissime cannelle. Teghe, castagne, minelle, lecche, sborde, sabonge. Tutta roba in cui le calciatrici riescono così bene, ma così bene che piuttosto vien voglia di guardarsi una replica della nazionale cantanti contro le vecchie glorie dell’oratorio San Cataldo.

È tutta una finta, questa presunta improvvisa passione generale per il Mundial femminil. Ma de che? Più che una mania, è un messaggio subliminale. Ieri notte, per dire, la notizia della vittoria dell’Italia contro la Giamaica era ancora l’apertura del sito di Repubblica, mentre su Sky Sport (dico: Sky Sport, che non si occupa mica di costume ma di sport) era già stata surclassata da Lozano al Napoli.

«Se queer è il contrario di eteronormatività, [il calcio femminile] era l’ambiente sportivo più queer che avessi mai visto. Ed era gioiosamente tale. (È il caso di ricordare che il calcio delle donne vanta una storia di giocatrici dichiaratamente gay che il calcio degli uomini deve ancora raggiungere)».

Ora, è noto che queer è il termine inglese per dire strambo. Ma il Correttore di bozze, che è uno che ha studiato, sa che esso è altresì utilizzato come dispregiativo di ricchione. Qualcuno al New York Times saprebbe dunque spiegare quale sarebbe la differenza tra la Mona Eltahawy e il tizio della Lega Dilettanti che fu crocifisso in sala mensa per aver definito il calcio femminile «queste quattro lesbiche»?

Il Correttore deve forse augurarsi che anche il calcio maschile diventi un hobby per quattro felicioni? O invece tocca alle calciatrici diventare più carine e coccolose in caso di avversarie scarpazzone? 

«Lasciatemi chiarire che qui non si tratta di insistere perché le donne siano “gentili” tra loro. (…) Non voglio che la Nazionale americana delle donne sia migliore di quella degli uomini. Voglio che esse siano libere da quello che ci si aspetta dagli uomini». 

Ecco, giusto, le ragazze si liberino una volta per tutte dalla loro degenerazione violenta e maschile. Magari finalmente si decideranno a cambiare sport.