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Se Trump vi pare strambo è perché non conoscete Duterte, il folle presidente filippino

giugno 3, 2016 Leone Grotti

Storia del nuovo presidente del paese asiatico che si permette di dare del «figlio di p.» a papa Francesco ma ha vinto con un vantaggio di oltre sei milioni di voti

Prima l’hanno snobbato, chiamandolo «clown», poi l’hanno denigrato, paragonandolo a Donald Trump, poi hanno lanciato l’allarme, definendolo «un pazzo», e ora gli si rivolgono con il suo nuovo titolo: signor presidente. Ma come abbiano fatto le Filippine, paese a stragrande maggioranza cattolica (oltre il 90 per cento), a eleggere un capo di Stato che ha definito papa Francesco «figlio di p.» (sì, la parola è quella) solo per aver complicato il traffico durante la sua visita del 2015 nella capitale Manila, è una domanda più che legittima.

IL GIUSTIZIERE. Rodrigo Duterte, 71 anni, ha vinto le elezioni presidenziali il 9 maggio ma i risultati ufficiali sono arrivati solo pochi giorni fa: il “giustiziere”, come lo chiamano molti suoi sostenitori, ha preso quasi il 40 per cento dei voti, superando il principale rivale di 6,6 milioni di voti.

ALTRO CHE TRUMP. Tutto ciò che è vietato dire, anche solo per decenza, Duterte lo grida nei comizi, lo ribadisce nelle interviste e lo sottolinea nelle conferenze stampa. Le sue folli uscite sono ormai diventate celebri e sono così eccessive da far sembrare Trump un campione del politicamente corretto. Quando sembra che abbia raggiunto il limite, riesce a superarlo con una nuova trovata e se qualcuno gli domanda se intenda scusarsi, rincara la dose.

DUTERTE E LE DONNE. Qualche esempio. Parlando della missionaria laica che nel 1989 durante una sommossa dei detenuti è stata stuprata in gruppo e uccisa in un carcere di Davao, dove Duterte era sindaco, ha commentato a un comizio: «Hanno stuprato tutte le donne… c’era questa missionaria laica… e tutti quei bastardi l’hanno stuprata, mettendosi in fila. Lei era così bella, che ho pensato: il sindaco avrebbe dovuto avere la precedenza». Il suo rapporto con le donne è stato peggiorato anche da altre confessioni, come quella di essere un «donnaiolo che fa uso di Viagra».

Duterte-armi

«APRITE POMPE FUNEBRI». La sua volgarità è forse seconda solo alla violenza del suo atteggiamento. Duterte ha puntato tutta la sua campagna elettorale sul tema della sicurezza, promettendo di sradicare la criminalità in sei mesi. A modo suo. Ha giurato di «uccidere 100 mila criminali» e di «darli in pasto ai pesci della Baia di Manila». Più precisamente: «Un leader deve terrorizzare i pochi malvagi per proteggere la vita e il benessere dei tanti buoni. Se diventerò presidente, consiglio alla gente di aprire molte imprese di pompe funebri. Perché saranno piene. I cadaveri li procurerò io».

SINDACO DI DAVAO. A Davao sanno che Duterte ha davvero il pugno di ferro e fa sul serio. È anche per questo che l’hanno rieletto per 23 anni di fila, dal 1988 al 2010 e dal 2013 al 2016, eccezion fatta per tre anni passati «ad annoiarsi» in Parlamento. Da sindaco ha trasformato la metropoli di due milioni di abitanti da una delle città più pericolose delle Filippine, a causa del crimine e della droga, a una delle 10 città più sicure al mondo.

PATTUGLIE IN MOTO. Per tutti questi anni, due sere a settimana, Duterte ha pattugliato personalmente la città a bordo della sua Harley-Davidson. Conduceva ispezioni a sorpresa tra i reparti della polizia mentre erano in servizio e faceva personalmente regali ai poliziotti per spegnere in loro la voglia di ricevere tangenti da altri. Ad alcuni trafficanti di droga ha offerto una pensione mensile da 2.000 pesos a patto che cambiassero vita. Chi non si arrendeva, però, “spariva” dalla circolazione.

duterte-moto

SQUADRONI DELLA MORTE. Duterte è stato accusato di aver causato l’uccisione extragiudiziale di almeno mille persone, chiudendo un occhio sull’operato degli Squadroni della morte di Davao, gruppi di vigilanti che uccidevano i criminali per le strade. Una madre ha denunciato questa politica pubblicamente: «I miei due figli avevano problemi con la giustizia, ma sono stati uccisi per strada solo per essersi rifiutati di andarsene da un quartiere».

GENTILUOMO E POPULISTA. Il nuovo presidente delle Filippine è anche un vero populista. Per il modo in cui ha amministrato la città di Davao, ha ricevuto molti premi ma non è mai andato a ritirarli perché «io non lo faccio per la gloria, ma per il popolo». Avvocato di professione, nonostante il suo linguaggio, è considerato un gentiluomo che fa quello che dice e che non riserva un trattamento di favore a nessuno. Solo nell’ultima settimana, ha definito «figli di p.», oltre ai criminali e al Papa, anche i «vescovi e i giornalisti». Questi ultimi, ha aggiunto, «se sono corrotti meritano di essere uccisi».

PRESIDENTE PROGRESSISTA. “Duterte Harry”, così soprannominato per la sua somiglianza con il protagonista di Dirty Harry (ispettore impersonato da Clint Eastwood), ha incredibilmente goduto del favore di parte dell’opinione pubblica mondiale per il suo insolito sostegno alle politiche progressiste in un paese cosiddetto retrogrado. È favorevole ai diritti Lgbt, ai matrimoni omosessuali («ognuno deve avere il diritto di essere felice»), all’aborto e alla pianificazione familiare, ambito nel quale ha proposto di applicare una legge del figlio unico con caratteristiche filippine: massimo tre figli a coppia.

CONTRO LA CHIESA E I VESCOVI. Il suo rapporto con la Chiesa di Roma è quanto meno tormentato. A gennaio ha confermato di essere battezzato cattolico, nonostante il suo gruppo di riferimento sia protestante, ma ha aggiunto che il suo ruolo di politico è inconciliabile con quello di fedele. Per questo ha messo «temporaneamente tra parentesi» la sua fede. Sostiene di essere stato abusato sessualmente «come tutti gli altri» da un prete durante l’università a l’Ateneo de Davao University, amministrato dai gesuiti. Ha definito la Chiesa cattolica «l’istituzione più ipocrita al mondo» e ha insultato i vescovi col solito epiteto, per averlo criticato sulle sue offese al Papa, istigandoli così: «Avete fatto campagna contro di me e guardate, siete forse riusciti a fermarmi? In compenso, mi siete venuti a chiedere mille favori».

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SALVATORE DELLA PATRIA. In un paese piagato da criminalità, povertà e spaccio di droga, attraversato da movimenti separatisti e minacciato dalla presenza di Abu Sayyaf, gruppo terrorista affiliato allo Stato islamico, molti filippini vedono in Duterte un possibile salvatore della patria e nessuno fa caso a chi lo accusa di essersi arricchito enormemente, passando in meno di dieci anni da un reddito di 18 mila a uno di 450 mila euro.

SCONTRO CON LA CINA. C’è però chi teme che Duterte non sia l’uomo giusto in un momento storico, diplomaticamente così delicato, in cui le Filippine sono in conflitto con la Cina per le isole contese nel Mar cinese. La contesa tocca il sentimento nazionalista del popolo e la soluzione offerta da Duterte è più muscolare che politica: «Prenderò un jet, volerò sulle isole contese e pianterò una bandiera delle Filippine». Anche Superman, a confronto, è un dilettante.

Foto in alto Ansa/Ap


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