Il carissimo «reset strategico» di Stellantis dopo la precipitosa (fallita) conversione all’e-car, l’industria tedesca in panne, quella americana in caduta libera. La crociata verde a quattro ruote si sta rivelando una scommessa perdente per tutti. Cinesi compresi
Come accade sempre con i castelli di carte, è venuto giù tutto in un batter d’occhio. Il 6 febbraio scorso, per Stellantis – la maxi conglomerata automobilistica nata nel 2021 dalla fusione di Fiat-Chrysler, Peugeot-Citroën e Opel – è stato il giorno dell’amara verità: la scelta di puntare (quasi) tutto sull’elettrico, dismettendo via via le altre tecnologie per stare al passo con i concorrenti e con le richieste della politica industriale indirizzata dall’Unione Europea e (fino all’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca) anche dagli Stati Uniti, ha presentato il conto. Il nuovo amministratore delegato del gruppo, Antonio Filosa, un ex Marchionne boy, ha comunicato oneri straordinari per circa 22 miliardi di euro – concentrati nella seconda metà del 2025 – e una perdita netta all’incirca di pari entità per l’anno appena passato, che per il 2026 si tradurrà innanzitutto nella mancata distribuzione di dividendi agli azionisti. Il mercato ha reagito male, come prevedibile: nella sola se...
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