Tentar (un giudizio) non nuoce

Se passa la legge del più forte, la politica smette di parlare

Di Raffaele Cattaneo
10 Gennaio 2026
In un mondo così strutturato non sono solo i più deboli a perdere, ma anche le democrazie, che rinunciano progressivamente alla loro funzione storica di argine e di proposta
Il presidente russo Vladimir Putin con quello statunitense Donald Trump a Anchorage, Alaska, Stati Uniti, 15 agosto 2025 (foto Ansa)
Il presidente russo Vladimir Putin con quello statunitense Donald Trump a Anchorage, Alaska, Stati Uniti, 15 agosto 2025 (foto Ansa)

Davvero viviamo in un mondo che sta rapidamente cambiando, e questi primi giorni del 2026 lo rendono evidente come mai prima. Non solo perché continuano vicende a cui ormai, purtroppo, siamo abituati: la guerra in Ucraina, dove non si intravede una soluzione a breve nonostante gli sforzi diplomatici, e la prosecuzione di quanto sta avvenendo a Gaza, anche lì con una fase due del cessate il fuoco che fatica ad avviarsi.

All’inizio di questo 2026 abbiamo visto ben altro: l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela il 3 gennaio, con l’arresto del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, nel corso di un’operazione militare che ha provocato un centinaio di morti. Nelle stesse ore sono arrivate le pretese di Donald Trump e degli Stati Uniti sulla Groenlandia e, sullo sfondo delle proteste in Iran, la possibilità concreta di un intervento anche in quel Paese a sostegno delle manifestazioni di piazza.

Al di là del giudizio su un dittatore che va certamente condannato come Maduro, e su un regime spietato che mi auguro possa presto terminare, così come quello degli ayatollah in Iran, quanto sta accadendo negli Stati Uniti impone una riflessione più ampia. Qual è il limite del potere? In questi giorni Stephen Miller, vicecapo di gabinetto di Trump, ha affermato in un’intervista alla Cnn: «Viviamo in un mondo, quello vero, governato dal potere e dalla forza. È una ferrea legge in vigore fin dall’alba dei tempi. Nel mondo reale vige la legge del più forte». Dunque, il potere secondo questa concezione non avrebbe alcun limite se quello della propria forza e del proprio interesse. Lo stesso Trump in queste ore, in una intervista al NY Times, ha affermato: «Non ho bisogno del diritto internazionale. Non ho intenzione di fare male a nessuno», spiegando che il suo ruolo di presidente è limitato soltanto dalla sua “stessa moralità”. Discorso pericoloso se il confine della moralità personale è soggettivo.

Patrimonio ideale e cultura politica

È questa visione, secondo cui le relazioni internazionali e i rapporti tra i popoli dovrebbero essere governati unicamente dalla forza, a essere tornata con prepotenza al centro del dibattito politico. A questa idea dobbiamo opporre anzitutto la cultura del dialogo e della pace che papa Leone indica ogni giorno, non come un appello morale astratto, ma come un criterio realistico per abitare un mondo attraversato dai conflitti, ricordando che la pace non nasce dall’imposizione, ma dal riconoscimento dell’altro.

È la stessa cultura che l’Europa ha saputo costruire nella sua storia recente, dopo aver conosciuto sulla propria pelle cosa significhi affidare il destino dei popoli alla legge del più forte. Un patrimonio fragile, mai definitivamente acquisito, ma che resta l’unica alternativa credibile alla regressione verso una politica fondata sulla forza e sulla paura.

Un patrimonio ideale e una cultura politica che hanno generato un ordine internazionale, architettato dopo la Seconda guerra mondiale col contributo determinante di Europa e Stati Uniti, che ha garantito il più lungo periodo di pace sistemica dai tempi dell’impero romano e che ha permesso decenni di sviluppo in molteplici parti del mondo.

La pace ha il respiro dell’eterno

Accettare che tutto ciò non conti più nulla e possa affermarsi l’idea per cui il più forte può fare tutto, ignorando le regole del diritto internazionale e della convivenza civile, significa esporci a un futuro pericoloso. Su questo la nostra responsabilità è grande e non possiamo venir meno. Perché, quando la forza diventa l’unico criterio di legittimazione, la politica smette di essere spazio di mediazione e torna a essere semplice amministrazione della violenza. E in un mondo così strutturato non sono solo i più deboli a perdere, ma anche le democrazie, che rinunciano progressivamente alla loro funzione storica di argine e di proposta. È questo il crinale su cui siamo chiamati a scegliere, oggi, se limitarsi ad assistere o tornare a prendere parola.

Come ha fatto Papa Leone nel suo messaggio del 1° gennaio per la Giornata mondiale della Pace, che invito a leggere integralmente e di cui richiamo solo un passaggio: «Il contrasto fra tenebre e luce (…) è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio (…). La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”. Il contrario, cioè, dimenticare la luce, è purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura». Conserviamo il realismo della speranza, non quello della paura!

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