Se la chiusura domenicale non c’entra con Dio è inutile

Il giorno festivo serve a ricordare che non tutto dipende dall’uomo. Ma se anche la Chiesa condanna le aperture indiscriminate puntando sulla “difesa della socialità”, vuol dire che la secolarizzazione è in stadio avanzato

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Dopo tanta freddezza dei vescovi italiani nei confronti del governo giallo-verde, finalmente una scelta politica del secondo che incontra l’entusiastico plauso dei primi: il ripristino dell’obbligo della chiusura domenicale e festiva per gli esercizi commerciali, con deroghe che andranno discusse e concesse là dove ci sono buone ragioni per farlo, come nel caso delle località turistiche, ma che non potranno in ogni caso eccedere il 25 per cento delle attività esistenti. «Buone domeniche», titola soddisfatto Avvenire, quotidiano della Cei, ma forse canta vittoria troppo presto.

Non certo per la reazione negativa dei partiti di opposizione, che hanno definito l’iniziativa «un provvedimento medievale» (Roberto Morassut, Pd) e «una follia regressiva» (Renato Brunetta, Forza Italia). Ma perché sono tanti e tali gli interessi economici in gioco, così radicata la cultura consumista e così avanzata la disgregazione dei rapporti sociali, che con tutta probabilità il governo dovrà fare marcia indietro quando si renderà conto che una maggioranza di elettori è favorevolissima ai centri commerciali aperti la domenica; per non parlare della grande distribuzione, coop e multinazionali dalle tasche profonde la cui benevolenza sonante viene comoda alla vigilia delle campagne elettorali. Sì, ci sono sondaggi di Confesercenti che mostrano una maggioranza di poco inferiore al 60 per cento di italiani contrari all’apertura nei festivi; ma pare che siano contrari all’apertura nei giorni delle grandi feste come Natale, Pasqua, 1° Maggio, non tanto nelle domeniche ordinarie.

Le ragioni dei talebani della liberalizzazione integrale delle aperture sono note: favorirebbero l’occupazione (l’Istituto Bruno Leoni asserisce che 40 mila persone hanno trovato lavoro grazie alla normativa introdotta nel 2011), darebbero una mano alla crescita economica (anche se in realtà i dati disponibili non sembrano attestare un significativo aumento dei fatturati, almeno secondo le cifre in mano ad Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl), permetterebbero di conciliare i tempi del lavoro con quelli della spesa per la casa e soprattutto soddisferebbero il diritto individuale di fare compere in ogni momento in cui se ne presenta la necessità o il desiderio, diritto che gli italiani dimostrano di voler esercitare, se è vero (indagine Ispo) che due italiani su tre affermano di fare compere la domenica.
Altrettanto note sono le ragioni di coloro che propongono un giro di vite: l’apertura domenicale e festiva dei negozi tende a favorire l’occupazione e la crescita economica, ma ad un prezzo umanamente troppo alto. Separa le famiglie, le comunità e i gruppi di amici, perché le persone che le compongono non hanno più la possibilità di ritrovarsi tutte insieme nello stesso giorno, in quanto c’è sempre qualcuno di loro che deve lavorare. Incatena uomini e donne al ciclo lavoro-consumo, imponendo l’identificazione del tempo del riposo col tempo delle compere, e dunque dei consumi. Rende permanente e ininterrotto il tempo del profitto, e marginale e precario il tempo della gratuità. Causa la chiusura dei piccoli negozi, che non possono reggere la concorrenza di chi può stare aperto 7 giorni su 7, e quindi distrugge lavoro autonomo ingrossando le file dei disoccupati e dei lavoratori dipendenti.
Ha riassunto questi argomenti monsignor Fabiano Longoni, direttore dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza episcopale italiana (Cei), quando ha dichiarato che «da almeno 30 anni la Chiesa avverte come l’erosione degli spazi e più ancora dei tempi di libertà e gratuità delle persone – imposta da una certa evoluzione dell’attività economica e commerciale – vada a danno delle stesse persone e del tessuto sociale. La domenica e le festività sono presidi della nostra umanità che dobbiamo difendere. La questione non riguarda solo la partecipazione alla Messa o i cristiani ma tutti gli uomini, le famiglie in particolare e la dimensione comunitaria. La domenica e le feste sono il tempo privilegiato per l’incontro tra genitori e figli, per coltivare le amicizie, per impegnarsi nella propria comunità. Non è la stessa cosa essere liberi l’uno il martedì e l’altro il giovedì. E nemmeno possiamo arrenderci alla “commercializzazione” di tutti i rapporti fra le persone, ridotte alla sola dimensione del consumo o dello scambio profittevole in un centro commerciale quando invece la cifra più autentica dei rapporti umani è la gratuità».
Gli argomenti di mons. Longoni, come di molti altri fautori di una retromarcia rispetto alla deregulation voluta dal governo Monti, sono ragionevoli e più profondi di quelli dei fautori dell’apertura illimitata. Ma non per questo avranno facilmente partita vinta, stante la mutazione antropologica in atto. Il rappresentante della Cei accenna solo di sfuggita e solo come argomento aggiuntivo al fatto che la domenica è per i cristiani il giorno del Signore, ovvero il giorno che genera la Chiesa come tale attraverso il sacrificio eucaristico. Nel 2005 la Giornata eucaristica nazionale di Bari ebbe come tema “Senza la domenica non possiamo vivere”, che sono le parole pronunciate davanti al giudice romano da uno dei 49 martiri di Abitina, vittime della persecuzione di Diocleziano nel 304. La colpa per la quale furono torturati e uccisi fu quella di aver disobbedito l’ordine imperiale che vietava ogni celebrazione religiosa cristiana. La cronaca del martirio racconta lo scambio verbale fra i giudici e i cristiani sotto processo: «O stolta e ridicola richiesta del giudice! Gli ha detto: “Non dire che sei cristiano”; e poi ha aggiunto: “Dimmi invece se hai partecipato all’assemblea”. Come se vi possa essere un cristiano senza il giorno della domenica o si potesse celebrare il giorno della domenica senza il cristiano! Non lo sai, Satana, che è il giorno della domenica a fare il cristiano e che è il cristiano a fare il giorno della domenica, sicché l’uno non può esistere senza l’altro e viceversa? (…) Si comprende allora perché Emerito, al proconsole che gli rimproverava di avere ospitato nella sua casa i cristiani per l’Eucarestia domenicale, non esitò a rispondere: “Senza la domenica non possiamo vivere”».
Ma mons. Longoni curiosamente non accenna nemmeno di sfuggita ad un altro argomento, religioso ma non strettamente confessionale, che non può non venire evocato di fronte all’abolizione di fatto del giorno festivo. Argomento che in una predica del Corpus Domini evocò un grande vescovo della Chiesa italiana: «L’uomo moderno sembra provi fastidio che Dio per un giorno occupi i suoi spazi. (…) Al posto della Eucarestia, si è programmato lo svago. E così gli spazi alla presenza dell’unica sorgente di gioia, Dio, si vanno facendo piccoli, fino a tentare di mettere in un angolo chi invece è il Centro della vita dell’uomo, o così dovrebbe essere». Sono parole di mons. Antonio Riboldi, a quel tempo vescovo di Acerra. La marginalizzazione dell’Eucarestia va di pari passo con l’emarginazione di Dio dalla vita concreta degli uomini.
In tutte le religioni, il giorno festivo è lì a ricordare agli uomini che non tutto dipende da loro, che il mondo non l’hanno fatto loro ma Dio: anche se si astengono dal lavoro, il sole sorge lo stesso e illumina e riscalda la terra, e insieme alle piante fornisce l’ossigeno indispensabile alla vita. Il giorno e la notte si alternano senza bisogno dell’intervento umano, il pianeta continua la sua corsa lungo l’orbita di sempre, l’armonia cosmica che non è stata prodotta dall’uomo consente al genere umano e a tutte le creature di vivere. Quel giorno i padroni non possono ordinare ai servi, agli operai, ai dipendenti di andare a lavorare; i padri non hanno diritto di ordinare ai figli opere servili: quel giorno tutti devono capire che i padroni non sono Dio, che i padri non sono Dio. A cominciare dai padroni e dai padri stessi. Gli ebrei, che del riposo per ordine divino sono maestri, cucinano i cibi alla vigilia dello Shabbat, e il giorno della festa si limitano a spegnere il forno regolato sul minimo per mantenere calde le vivande.
Con l’abolizione del giorno festivo e la sua trasformazione in un giorno come tutti gli altri è questa dimensione simbolica che va perduta. Si perde un altro po’ di senso del sacro, un altro po’ di senso del limite umano. Si espande un altro po’ l’ateismo di fatto. Quello che faceva scrivere a Cornelio Fabro: «Dio, se c’è, non c’entra». Dio non c’entra col lavoro umano e i suoi tempi, col comprare e il vendere, col profitto e la perdita. E un po’ alla volta, non c’entra più con niente. Il fatto che nei dibattiti sul lavoro nei giorni festivi questo argomento non sia più chiamato in causa nemmeno dalla Chiesa cattolica, che preferisce concentrarsi sulla “difesa della socialità”, e che i fautori dell’apertura domenicale dei negozi si sentano inattaccabili dentro ai loro argomenti strettamente economici, rivela a che punto siano giunti la secolarizzazione e il disincanto del mondo.

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