Se il pm di Mani pulite si indigna per l’abuso del carcere preventivo

«Purtroppo è vero: in Italia si abusa della custodia cautelare». Chi l’ha detto?

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Vi propongo un test di cultura giudiziaria: chi ha pronunciato in una pubblica conferenza queste tre frasi, lo scorso 11 giugno? «Purtroppo è vero: in Italia si abusa della custodia cautelare, spesso al di fuori del dettame costituzionale degli articoli 13 e 27 della nostra Carta fondamentale, quelli che parlano dell’inviolabilità della libertà personale e della non colpevolezza fino a sentenza definitiva».

La carcerazione preventiva, insomma, «viene usata non solo nelle circostanze eccezionali entro cui è prevista, quando cioè esistono gravi indizi di colpevolezza o il rischio che l’indagato fugga, reiteri il crimine o tenti di inquinare le prove». E perché accade tutto questo? «C’è un’organizzazione complessiva della società e dello Stato, che va dal giornalista che fa il titolo urlato e scandalistico fino al presidente del Consiglio che chiede pene severe ed esemplari dopo degli arresti preventivi, senza cioè che vi sia ancora alcun colpevole, che porta ad aberrazioni come queste. È il sistema nel suo complesso, la Costituzione materiale del Paese a porsi fuori dai dettami costituzionali. Ed è l’opinione pubblica, solitamente, a invocare provvedimenti eccezionali e immediati, invece che normali».

Sapete chi lo ha detto? L’indovinate? Se la risposta è no, ve lo dico io. È Gherardo Colombo, 69 anni appena compiuti, da tre membro del consiglio d’amministrazione della Rai su indicazione del Pd. Fino al febbraio 2007, Colombo è stato magistrato presso la procura di Milano e soprattutto uno dei più autorevoli membri del mitico pool di Mani pulite che dal 1992 dette il via allo scoperchiamento di Tangentopoli. Il giorno del suo j’accuse garantista, Colombo partecipava alla presentazione di un bel saggio nel quale Mario Rossetti, ex manager di Fastweb, racconta la sua esperienza d’innocente in cella per un anno.

La Boccassini e le intercettazioni
Quel giorno, parlando davanti a un pubblico mediamente indignato per i racconti di Rossetti (che mentre era in galera ha perso un figlio, bambino piccolo), Colombo ha giustamente censurato tutte le peggiori categorie del populismo giudiziario. Vorrei premettere che Colombo è uno dei pubblici ministeri più intelligenti che ho conosciuto. Colto, tecnicamente preparato, serio. E poi, ormai, è un ex magistrato da otto anni: forse è anche per questo che si smarca da certi eccessi. Però mi viene da dire che davvero un po’ stupiscono questi pm che fanno autocritica sulle… altrui cattive azioni della loro stessa categoria.

Come Ilda Boccassini, procuratore aggiunto di Milano, che nell’ottobre 2011 ebbe a dire pubblicamente: «È evidente che le intercettazioni telefoniche sono uno strumento importante per la ricerca delle prove, però c’è stato un cattivo uso delle intercettazioni telefoniche da parte della magistratura». E aggiunse, a sorpresa: «Anche io, da cittadina, leggendo sul giornale delle cose che non dovrei leggere, m’indigno». S’indignava, la cittadina Boccassini? Eh, sì. Perché, spiegò, «nel nostro Paese le conversazioni captate diventano uno strumento di lotta politica».

Le parole e la realtà
Ecco, uno pensa al conclamato abuso della custodia cautelare ai tempi ruggenti di Tangentopoli. Uno ricorda anche le intercettazioni, che so, di un Silvio Berlusconi: date in pasto ai mass media in quantità industriale (e molte sono sempre lì, su Internet, in formato audio, e ci resteranno per secoli). Poi uno va a rileggersi le parole di Colombo & Boccassini. E a quel punto decide di chiedere la cittadinanza a un Paese dove i diritti dell’indagato siano graniticamente tutelati. Tipo la Cina, o la Corea del Nord.

Foto Ansa