Se davvero Renzi vuole riformare il lavoro, «lasci perdere i patti e cominci a far valere i fatti»

Secondo Gigi Petteni (Cisl Lombardia) è finita la stagione delle «dichiarazioni» e delle «buone intenzioni». È tempo di riportare il lavoro in Italia. «Riscopriamo la nostra vocazione manifatturiera e industriale»

Matteo Renzi, neosegretario del Pd, ha appena annunciato all’assemblea nazionale del suo partito un «grande progetto di legge», entro un mese, per riformare il lavoro. Anzi, di più, ha chiesto al governo un «gigantesco piano per il lavoro». Ma non è entrato nei dettagli. Secondo Gigi Petteni, segretario generale della Cisl Lombardia, che di «dichiarazioni e buone intenzioni» ne sente «tutti i giorni», il tempo dei «patti», però, è finito e spera venga presto quello dei «fatti». Petteni, inoltre, che con il suo sindacato ha appena salvaguardato 12 mila posti di lavoro grazie a contratti di solidarietà in una delle regioni più produttive d’Italia, è al corrente di quanto grave sia l’emergenza lavorativa e avverte: «Ora è il momento di ragionare insieme sulle politiche attive». Altrimenti il paese è destinato a perdere la sua vocazione industriale e manifatturiera.

Petteni, questo «gigantesco piano» arriverà?
Guardi, io di dichiarazioni e buone intenzioni ne sento tutti i giorni. Poche, però, vengono poi tradotte in progetti concreti. Se si parla di proposte e progetti concreti, ben vengano da qualsiasi parte essi provengano, ma spero finisca presto questa stagione dei patti e inizi quella dei fatti.

Il neosegretario del Pd ha parlato di cancellare i contratti a progetto introdotti dalla legge Biagi, è d’accordo?
Se vogliamo parlare di contratti mi sembra, piuttosto, che il tema debba essere quello di una maggiore omogeneizzazione delle diverse tipologie contrattuali da un punto di vista delle tutele e del trattamento previdenziale. Non è possibile, infatti, che i datori di lavoro debbano scegliere tra i diversi contratti esclusivamente in base al costo, secondo una logica di competizione al ribasso, che non è mai nell’interesse del lavoratore.

Non crede che a imporre questa logica sia la durezza della crisi?
Certamente la crisi è dura e in Italia c’è “fame” di lavoro. Ormai è innegabile. Basti pensare che per ottocento posti di lavoro per Expo in Lombardia sono pervenute 58 mila richieste. Credo però che sia giunto il momento di puntare sulle politiche attive, perché la priorità del Paese è quella di creare lavoro.

E come si fa?
Dobbiamo uscire dall’illusione in cui la finanza ci ha portati e tornare alla realtà, a riscoprire la nostra vocazione manifatturiera e industriale, tornando ad essere un Paese competitivo per le imprese. Dobbiamo tornare ad attrarre investimenti, innovazione e ricerca. Per riuscire così a inserirci nelle nuove filiere internazionalizzate.

Parla di cose che sembrano aver abbandonato l’Italia: investimenti, ricerca… C’è ancora motivo per sperare?
C’è nella misura in cui lavoreremo insieme per creare occupazione. Per farlo, però, occorre abbattere tutti quei fattori di ostacolo alla competitività come, per esempio, la burocrazia, le tasse, soprattutto quelle sugli investimenti, e i costi dell’energia. Occorre poi un rapporto più partecipativo tra le parti sociali per edificare una cornice comune su cui lavorare.