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Scuola libera per Costituzione

È tempo di riconoscere davvero alle famiglie il diritto di scegliere l’istruzione dei propri figli. Il finanziamento delle paritarie è un onere per lo Stato. La Carta dice il contrario? Allora va riscritta

Ingresso degli alunni a scuola

Articolo tratto dal numero di febbraio 2020 di Tempi. I contenuti del mensile sono di norma riservati agli abbonati: sottoscrivi un abbonamento per non perdere neanche un servizio.

Il rilevantissimo tema della libertà di scelta delle scuole è, incredibilmente, scomparso dal dibattito pubblico. I più ritengono, in buona sostanza, che non ci sia nessun diritto delle famiglie a poter scegliere una scuola non statale per i propri figli; chi proprio avesse questa voglia, se la pagasse da solo. Compito dello Stato consisterebbe nella creazione e gestione di scuole tutte di pari qualità, a cui chiunque abbia il diritto di accedere gratuitamente. In questa prospettiva, l’unica offerta educativa dovrebbe essere quella delle scuole di Stato, per sua definizione equa, giusta e di qualità. Le scuole paritarie sarebbero solo istituzioni per “figli dei ricchi”, oppure per studenti poco brillanti che hanno bisogno di percorsi facilitati, o spesso entrambe le cose.

Questa visione, ancorché maggioritaria, è profondamente sbagliata.

Ci sono fondamentalmente tre ragioni teoriche e concettuali che fanno propendere per la necessità di realizzare una vera libertà di scelta educativa, ossia la possibilità che le famiglie possano scegliere gratuitamente la scuola preferita per i propri figli, anche se paritaria.

La copertina del numero di febbraio 2020 di Tempi

In primo luogo, la responsabilità educativa dei bambini e dei ragazzi non è in capo allo Stato, ma anzitutto alle loro famiglie. In questo senso, il sistema educativo dovrebbe essere disegnato per consentire alle famiglie di scegliere la scuola sulla base delle proprie convinzioni e delle proprie priorità. Tali preferenze possono essere le più diverse, e riguardare le convinzioni religiose, l’attenzione alle competenze di base, l’orientamento al mondo professionale, la focalizzazione sugli aspetti relazionali e di creatività, eccetera. Se alcune scuole paritarie si differenziano da altre su queste dimensioni, è profondamente ingiusto che alcune famiglie non possano sceglierle per mancanza di mezzi economici.

Secondo, le scuole non sono tutte uguali. Ogni scuola, per il solo fatto di essere costituita da persone e relazioni, persegue un proprio disegno e una proposta educativa specifica e particolare. Non si può imporre alle famiglie un modello di “scuola buona” (di Stato, ovviamente) ed eliminare la pluralità educativa in nome di una omogeneità di pensiero. Semmai, occorre definire degli standard minimi di qualità e di sicurezza, lasciando poi alle scuole differenziarsi sulla base dei propri orientamenti e delle proprie peculiarità (mi pare che in questo consista il concetto di “autonomia scolastica”).

Infine, le scuole statali sono finanziate dalla fiscalità generale. Le tasse che servono a sostenere i costi delle scuole statali sono pagate anche da chi non le sceglie, optando per il sistema educativo paritario. Sebbene il sistema di finanziamento dei servizi pubblici non implichi un sinallagma tra versamenti e servizi, appare molto iniquo un sistema che imponga il pagamento di un servizio di cui si è deciso legittimamente di non usufruire (si ricordi, a tal proposito, che le scuole paritarie sono scuole pubbliche a tutti gli effetti, in ragione della legge 62/2000).

Le ragioni ora esposte giustificano un sistema in cui le famiglie possano scegliere gratuitamente una qualunque scuola, statale o paritaria. Ogni scuola dovrebbe essere libera di gestirsi in autonomia (ad esempio scegliendo i propri docenti) e proporre una propria specifica proposta educativa e formativa. Ogni scuola dovrebbe poi essere valutata solamente sulla base delle proprie caratteristiche di base (per essere accreditata), sui risultati ottenuti (apprendimenti e successo formativo), sulla capacità di attrarre iscrizioni convincendo famiglie e ragazzi. Peraltro, un tale sistema stimolerebbe una competizione virtuosa tra le scuole, che a medio/lungo termine porterebbe a un innalzamento della qualità delle attività e dei risultati, e consentirebbe una sana pluralità di offerta di programmi e iniziative.

Il nodo dell’articolo 33

Come realizzare un tale sistema? Il premio nobel Milton Friedman, per primo, suggerì la creazione di un sistema di voucher (buono scuola) spendibile nelle scuole pubbliche e private, a copertura totale del costo di iscrizione. La letteratura economica ha valutato gli effetti di molti esperimenti di voucher in diversi paesi, con risultati ambigui. In questo quadro, io vorrei proporre un modello alternativo: le risorse per la gestione e lo sviluppo delle proprie attività dovrebbero provenire direttamente dalla fiscalità generale ed essere erogate alle istituzioni educative senza intermediazioni. In altri termini, le scuole dovrebbero essere finanziate direttamente dallo Stato (o dalle Regioni) sulla base del numero di iscritti, e definendo un costo standard per studente. Le risorse ottenute da ciascuna scuola tramite questo meccanismo dovrebbero poi essere utilizzate in totale autonomia per finanziare le proprie attività (inclusa la retribuzione dei docenti).

A questo punto, coloro che sono contrari a questo assetto istituzionale avanzerebbero l’obiezione che la nostra Costituzione vieta il finanziamento pubblico delle scuole non statali, laddove recita (articolo 33): «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Negli scorsi decenni, illustri giuristi hanno discettato sul significato letterale di questa previsione costituzionale, senza tuttavia addivenire a una interpretazione univoca. Di fatto, ad oggi questa norma è applicata nel suo senso più restrittivo, ossia in termini di divieto di utilizzare risorse pubbliche (dello Stato) per finanziarie le scuole istituite da «enti e privati». Senza entrare nel merito giuridico di questa interpretazione, e accettandone quella più restrittiva, è forse giunto il tempo di proporre una modifica della Costituzione in senso più liberale e popolare. Si dovrebbe avviare una riflessione, ampia ma circoscritta nel tempo, trasversale ai diversi partiti politici e alle realtà sociali, per addivenire a una formulazione di un nuovo articolo 33, che specifichi che le scuole non statali accreditate siano finanziate da risorse pubbliche (statali e regionali). Nel frattempo, si potrebbe effettuare una sperimentazione di questo modello di finanziamento in alcune realtà più aperte a un tale approccio (ad esempio, in Regione Lombardia).

Nel segno dell’autonomia

Alcune brevi note di approfondimento possono essere qui utili per chiarire dettagli tecnici, ma importanti, della proposta.

Nel sistema così come descritto, occorrerebbe prestare particolare attenzione ai risultati delle scuole (l’autonomia deve sempre essere accompagnata dalla responsabilità). I risultati, ovviamente, non dovrebbero essere riferiti e misurati solo in funzione degli apprendimenti (ad esempio le prove Invalsi) o di successo formativo (ad esempio il numero di promossi), per evitare pericolosi comportamenti opportunistici. Si vanno diffondendo indicatori di prestazione più ampi e adeguati agli scopi delle attività didattiche, quali ad esempio misure delle competenze non cognitive (sviluppo di senso critico, rispetto e autostima, eccetera) che dovrebbero essere integrati nei sistemi di valutazione della performance scolastica.

Al momento della modifica del sistema, i docenti delle scuole statali sarebbero stati reclutati con un meccanismo diverso (con concorso, non in autonomia). Occorrerebbe dunque pensare modalità di passaggio graduale al nuovo assetto, senza tuttavia andare nella direzione sbagliata suggerita dai più, ossia il reclutamento dei docenti mediante concorso anche nelle scuole paritarie (niente di più sbagliato e antiliberale).

Il dovere dell’equità

Infine, una vera libertà di scelta porta con sé sempre il rischio della segmentazione, ossia della concentrazione di studenti provenienti da background simili in certe scuole, insieme alla tendenza a escludere studenti in difficoltà (ad esempio disabili, stranieri e Dsa). Questo problema di equità sarebbe molto serio, e andrebbe affrontato in modo deciso. Le scuole (statali e paritarie) non potrebbero rifiutare studenti che volessero iscriversi, pena la perdita del finanziamento pubblico. Sarebbe poi opportuno disegnare appositi incentivi, quali ad esempio l’incremento del finanziamento standard per gli studenti in difficoltà: libertà di scelta è soprattutto mettere le famiglie dei bambini/ragazzi in difficoltà di scegliere la scuola migliore per loro.

È giunto il momento di riprendere la discussione pubblica su questo tema della libertà di scelta educativa, e di farlo senza cercare sotterfugi e strade secondarie. La soluzione maestra è quella del finanziamento pubblico delle scuole, sia statali che paritarie, cui associare la gratuità all’iscrizione per le famiglie. Serve una modifica costituzionale, per perseguire questo obiettivo? Ci s’impegni allora. Per questo tema, cambiare la Costituzione si può, si deve.

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Tommaso Agasisti, autore di questo articolo, è professore di Economia e organizzazione aziendale al Politecnico di Milano, School of Management

Foto Ansa