Scuola. Il ministro Fioramonti ha un solo merito

Il ministro dell’Istruzione sta mostrando con scientifica determinazione cosa significano per la scuola italiana lo statalismo centralista e quali ne siano le devastanti conseguenze

lorenzo fioramonti scuola

Caro Direttore, il ministro Fioramonti può essere contestato sotto diversi aspetti, ma un merito occorre assolutamente riconoscerglielo: sta mostrando, con scientifica determinazione, cosa significano per la scuola italiana lo statalismo centralista e la mancanza di autonomia, e quali ne siamo le devastanti conseguenze.

Dopo le inusitate prese di posizione a favore della grande manifestazione “gretina” per il clima, portate avanti fino al punto di richiedere ufficialmente (con una circolare Miur!) alle scuole di considerare giustificata l’assenza dalle lezioni per gli studenti che vi avrebbero preso parte, si è aperto un nuovo capitolo di attuazione del programma di centralismo statalista a forte caratterizzazione ideologica.

La sua ferma intenzione, ora, è rimodulare l’Educazione civica introducendovi il tema della sostenibilità ambientale: «Quella relativa alle lezioni sull’ambientale è una grande occasione – ha detto il ministro parlando alla stampa estera – Si tratta di 33 ore l’anno obbligatorie con tanto di voto finale e riguarderanno le primarie, le medie e le superiori. A gennaio e febbraio partiranno i corsi di formazione dei docenti perché le lezioni inizieranno già dal prossimo anno scolastico, a settembre 2020».

Per la formazione (che i poveri insegnanti reputano il più delle volte una vera e propria perdita di tempo) il ministero vuole addirittura aumentare le risorse portandole a 10 milioni: «È la prima volta al mondo che il tema dello sviluppo sostenibile diviene centrale nella scuola», ha sottolineato il ministro aggiungendo che questo è solo il primo step: le materie scolastiche andranno riviste per introdurre trasversalmente il tema dello sviluppo sostenibile.

Chi terrà questi presunti corsi di formazione per docenti? E di cosa potranno mai parlare i relatori? Siamo alla follia, alla ideologia pura, perché cosa sia la sostenibilità ambientale o – peggio ancora – lo sviluppo sostenibile, in realtà non lo sa nessuno. Sono quei neologismi che oggi corrono di bocca in bocca ma che in realtà sono assolutamente vuoti di vere basi scientifiche e riempiti invece di contenuti diversi a seconda della interpretazione personale o della parola d’ordine del momento. Ne è un esempio eclatante la “plastic tax” che è stata prevista in Legge di Bilancio e che è stata contestata pesantemente dai presidenti di Confindustria delle regioni italiane a più alta concentrazione industriale (Corriere della Sera dell’11 novembre), proprio perché in nome di una presunta sostenibilità ambientale si finirebbe per bloccare la ricerca da parte delle aziende sul riciclo dei materiali e sulla individuazione di nuovi processi e tecnologie, andando in realtà a peggiorare la situazione…

E poi, cosa significherà “rivedere tutte le materie per introdurre trasversalmente il tema dello sviluppo sostenibile”, forse che i piani di studi saranno riscritti da Greta Thunberg? Siamo di fronte a un esempio davvero eclatante di imposizione del pensiero unico attraverso la scuola, metodo che, come è noto, rappresenta uno degli strumenti di creazione del consenso tipico dei regimi liberticidi…

In ogni caso, anche ammesso che si trattasse di temi interessanti e/o urgenti, il vero problema è che la scuola italiana sta tracollando per la mancanza di una vera autonomia, che produce una totale debolezza di capacità propositiva, educativa e formativa. Dagli anni ’90 in poi, la scuola italiana è diventata il ricettacolo di tutte le “educazioni”: alla salute, stradale, sessuale, alla tolleranza, all’alimentazione, alla affettività, alla legalità, finanziaria per una cittadinanza consapevole (!) e chi più ne ha più ne metta. Tutte, ovviamente, imposte dall’alto. Parallelamente, la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento sono andate scemando, in un clima di sempre maggiore insofferenza all’interno delle scuole, che oggi si traduce frequentemente in veri e propri atti di violenza che coinvolgono studenti, insegnanti, dirigenti e persino genitori.

Sarebbe necessario offrire alle scuole statali quella autonomia che non hanno mai avuto, e con essa una vera responsabilità educativa. Non può essere il ministro di turno a decidere, in base ai suoi gusti personali e alle sue variegate inclinazioni ideologiche, quali sono le cose importanti da far studiare, quale sia la “pietra angolare” della ricerca scientifica o addirittura, come disse nel mese di settembre quello attualmente in carica, che «il bene più essenziale è imparare a prenderci cura del nostro mondo»!  Quale sia il bene più essenziale per la persona potrà mai essere deciso da un qualsivoglia Ministero?

In un quadro di norme e di piani di studio generali (molto generali…) e comuni, le scuole dovrebbero avere la possibilità di confezionare percorsi adeguati al territorio, alle esigenze delle famiglie, all’identità che hanno o che vogliono sviluppare. E lo Stato dovrebbe occuparsi solo di controllare che siano rispettati i dettami costituzionali. Insomma, l’esatto contrario di quello che sta accadendo.

Non è certo, data la debolezze dell’attuale governo, se le intenzioni del ministro riusciranno a diventare fatti, ma non facciamoci illusioni: Fioramonti è solo un vertice estemporaneo di una mentalità diffusa che nel nostro paese è dura a morire. È più facile, se andiamo avanti così, che a morire sia la scuola statale.

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