A “scuola di famiglia” da san Benedetto

Sono dodici gli insegnamenti per educare a mangiare, vestire, gioire. Padre Lapponi: «Oggi occorre riportare la fede dentro la vita, con un’educazione concreta»

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Un progetto che ha una lunga storia. E una storia che coincide con una vita passata in monastero. «Quarant’anni per la precisione». Padre Massimo Lapponi, monaco benedettino dell’abbazia di Farfa, ha aperto una scuola chiamata “Le dodici Stelle” che ripropone la regola di San Benedetto anche alle famiglie: «Quando entrai in monastero 40 anni fa vedevo già la difficoltà delle famiglie e mi sentivo privilegiato di poter vivere in una comunità plasmata dal carisma benedettino. In questi anni ho pregato molto per loro e per capire di cosa avessero bisogno in questi tempi bui». Finché comprese che la risposta era davanti ai suoi occhi: «Capii che la regola di san Benedetto era anche per loro».

OLTRE ALLA TEORIA. Secondo Lapponi, in un pullulare di teorie, spiegazioni e conferenze «che poco cambiano la vita», oggi serve «essere molto concreti», proprio come lo fu san Benedetto che convertì i barbari con il suo modo di vivere plasmato dalla fede. «Bisogna reinsegnare alle famiglie come vivere, come mangiare, come bere, come dormire, fino all’apprendimento e all’ascolto della musica». Sono dodici gli insegnamenti di base, «dodici stelle, come quelle della corona della Madonna Miracolosa». Ognuna ha i suoi docenti e un forum in cui offrire contributi e porre quesiti. «La scuola offre anche testi pedagogici non più in circolazione ma di fondamentale importanza».
Già nel 2009 il monaco aveva pubblicato un volume, San Benedetto e la vita familiare, poi tradotto in quattro lingue: «Il successo mi ha spinto a proseguire con incontri mensili ed estivi con diverse famiglie. Ma non è sufficiente, perché in questo mondo individualista serve un’educazione continua, perciò abbiamo pensato a una scuola online a cui affiancare gli incontri nella nostra abbazia».
Lapponi è convinto che sia necessario uscire dalla logica individualista, perché «è un illusione: è impossibile stare bene curandosi solo di sé. Infatti, se la comunità intorno a te vive male, anche tu vivrai male. Non a caso la regola di san Benedetto non è indirizzata alla sola persona ma alla comunità».

UNA FEDE INCARNATA. Non si rischia così di ridurre il monachesimo, che ha contribuito a plasmare l’Europa cristiana, a una forma? «La prima stella del programma della scuola è la fede e la sua trasmissione, da cui discendono le altre. E poi il formalismo è di quanti cercano di vivere il minimo indispensabile richiesto dalla Chiesa non perché “si vuole”, ma perché “si deve”. Al contrario, è difficile mettersi alla sequela di san Benedetto se non essendo disposti e desiderando che la fede entri davvero a cambiare ogni ambito della vita».


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