Scuola è introduzione alla realtà. Anche col nastro isolante

Quadrati di gesso, bolle e mascherine non saranno mai obiezioni al motivo per cui si accompagna un figlio alla soglia e uno scolaro nel mondo

Foto dal Twitter del giornalista Lionel Top

Stanno facendo il giro di internet le “immagini strazianti” dei piccoli scolari della città francese di Tourcoing, al confine con il Belgio: fanno parte di quel milione e mezzo di studenti che il 12 maggio ha ripreso le attività. Nelle foto del giornalista di Bfmtv Lionel Top si vedono piccoli di tre-quattro anni seduti in quadrati disegnati col gesso distanti l’uno dall’altro, ragazzini ai banchi divisi da nastri segnaletici che sarebbe normale trovare nei cantieri o delimitare buche e strade sconnesse e che è vietato oltrepassare. Immagini deprimenti? Sì. Hanno un che di campo speciale Solovki e di allevamento del pollo in batteria. Eppure.

DAL SAFE SPACE AL CERCHIO DI GESSO

Eppure quelle fotografie ci costringono a ricordare cos’è il posto e il compito di ogni scuola, genitore, educatore: introduzione alla realtà. Non quella edulcorata che negli ultimi anni ha spesso reso la scuola un’accademia del raddrizzamento di giovani polpacci storti in safe space, bolle sicure in cui ignorare, proteggersi, decontaminarsi da tutto ciò che è divisione, contraddizione, tormento. Ora il quadrato o cerchio di gesso, il nastro isolante, la mascherina, i guanti fanno a cazzotti con l’abicì dell’educazione come “Tutto fuorché traumatizzare i giovani virgulti”: “Immagini da crepacuore, non chiamiamola scuola”, twitta la storica Laurence De Cock scatenando le condivisioni indignate degli adulti, “chi mai parcheggerebbe i figli così”, “teniamoli a casa”.

Perché? Meglio la “bolla casalinga”? Il virus è reale e non è proprio la scuola il luogo deputato alla costruzione di una compagnia più efficace di qualunque dispositivo di protezione e principio di precauzione che guidi bimbo o ragazzo oltre gli stessi, ad affrontare la realtà? Quei nastri isolanti non dovrebbero trovarsi a scuola, eppure non c’è posto migliore della scuola per dimostrare loro che ansia, paura o il “signoramia il pollo in batteria” non prevalgono su un bene che se è certo non può essere confinato alle quattro mura di casa.

NON CI SI DIMETTE DAL COMPITO DI EDUCARE

Ora in Francia sta creando scompiglio la pubblicazione di una serie di documenti emanati dal ministero della Pubblica istruzione per esortare i docenti alla vigilanza degli adulti a scuola così da individuare, attraverso i comportamenti dei bambini, famiglie di delatori, negazionisti della pandemia, fautori di progetti politici “anti democratici e anti repubblicani”. Qualcuno ha notato che alcuni di questi fogli tematici ricalcano certe circolari post attentati terroristici, i sindacati sono sul piede di guerra, ma la foga demenzialmente adulta che vede la scuola come un anonimo deposito attrezzato di telecamere e maschere sul fumo senza arrosto (immagini appunto “strazianti”) ha tutto a che vedere con i vecchi tic fase zero, quella pre pandemia, e nulla con quella post Covid: non si divorzia dalla realtà solo perché non è più quella di prima, non ci si dimette dal compito di insegnanti o genitori, cioè accompagnare un figlio sulla soglia e nel mondo anche quando tira aria pestilenziale.

LE BOLLE DANESI MEGLIO DEI BRACCIALI

In Danimarca si sono inventati le “bolle protettive” , gruppetti di 12 alunni che, va bene, solo a chiamarle “bolle” sale l’orrore, però se le sono inventate: non hanno introdotto il braccialetto elettronico (l’idea di un asilo di Castellanza che vorrebbe i bambini come cagnolini) che suona o lampeggia educando il piccolo all’idea che un coetaneo che gli si avvicina entro un metro è per lui un pericolo. In Danimarca i bambini non usano nemmeno le mascherine, pranzano e giocano insieme con un solo insegnante, si scorticano le mani a furia di lavarsele ogni ora, ma sono insieme a scuola. In Germania per i ragazzi delle superiori hanno creato sensi unici anche in corridoio, turni come in fabbrica, posti fissi per tracciare eventuali contagiati. Un film distopico sì, ma finalmente reale. Cioè da vivere, che non sottrae alla vita e al compito di chi accompagna a vivere ciascun figlio oltre la soglia di casa e oltre la didattica in purezza dei safe space. Dove tutto era riparo e nulla ostacolo e i gessetti sull’asfalto servivano solo per scrivere frasi vuote di senso davanti ai terroristi: “pace”, “essere ottimisti è un dovere”, “l’unione fa la forza”. E invece ora che le vecchie bolle e la retorica dell’ottimismo non possono nulla con la realtà dovremo inventarci nuovi modi per essere liberi. Lionel Top, l’autore degli scatti, racconta che pur dentro il recinto «i bambini più piccoli giocano, ballano, saltano e ridono insieme». Ed è già un bel modo per fare effrazione.