Questa «scuola dei matti» che mi ha forgiato. Questa «gente vera» che salverà il mondo

Il ritorno di un alunno molto speciale nella scuola fondata da don Villa per i terremotati del Friuli. Un posto dove ci si può sentire «quasi fuori luogo» eppure a casa. Un’altra educazione è possibile

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti).

Pubblichiamo ampi stralci del post pubblicato l’11 giugno scorso da Andrea Maroè nel suo blog “SuPerAlberi”.

Our job is to save trees, Our dream is to save the world… one after another. Ero alla festa per i 40 anni di quella che ho sempre chiamato la Scuola Nuova. La Scuola Mons. Camillo di Gaspero di Tarcento. La Domus Mariae del tempo del terremoto. La scuola degli stupidi del post terremoto. La scuola dei matti e dei deficienti dei 20 anni dopo. La scuola che un prete venuto da San Babila aveva fondato a Tarcento nel post terremoto. Naturalmente la scuola dove son cresciuto. La scuola che mi ha insegnato l’amore per la Vita e per il lavoro. La scuola che mi ha accolto, nella massima libertà, educandomi all’amore per la scienza e per la natura, oltre che per il senso religioso delle cose e della vita stessa.

Tante persone. Ex alunni, genitori, amici, insegnanti. Perfino una Big Band Blues, ancora una volta fondata e diretta da un altro libero prete… che trent’anni fa avevo perfino accompagnato in seminario. Una Big Band Blues formata da ragazzini delle medie, da ragazzi di ogni età, da adulti. Che cantano insieme. E mentre li ascoltavo ho pensato che “la musica salverà il mondo”. Poi ho pensato che è la passione per quel che si fa che “salverà il mondo”. L’Educazione, il tirar fuori ciò che di meglio c’è in ognuno di noi, salverà il mondo. Un gruppo di adulti che per quarant’anni si è dedicato a “costruire” uomini, salverà il mondo. Non io e i miei alberi. Ma questa gente. Vera. Che educa. Non i miei alberi.

E nel mentre regalavo comunque il mio piccolo libricino delle avventure del Venezuela ai miei amici che da tanto tempo non rivedevo. E ancora la musica suonava. Veri insegnanti. Vere persone. È l’incontro con loro che mi ha forgiato, che mi ha fatto diventare ciò che oggi sono. Una scuola, libera, che vive da quarant’anni, senza sovvenzioni statali, solo con l’idea che l’educazione è l’aspetto più importante dell’uomo. Non l’istruzione. L’educazione. E la musica suonava. E mi sentivo piccolo e quasi fuori luogo, tra tutte quelle famiglie e quei ragazzi. Io che “avevo fallito” la mia famiglia. Io che non ero rimasto fedele. Io che avevo ridotto il mio “salvare il mondo” al molto più semplice “salvare gli alberi”.

Quando mio figlio è scappato…
E la Big Band suonava, e tornavano i canti di quando ero ragazzo, e mi ritrovavo a cantare. Quasi, tra tutti, l’unico che li sapeva. Tra un bicchiere di vino e un abbraccio ad un amico da lungo scordato. «Però potresti dirci qualcosa. I tuoi figli sono grandi. I nostri iniziano ora l’adolescenza». Lo guardai sollevando il capo. «Mia figlia è scappata con un drogato e non so cosa fare», rincarò la dose Lei, con infinita tristezza. Anni che non parlavo con loro. Amici quasi dimenticati. Ma senza nemmeno accorgermi cominciai a raccontare.

«Quando mio figlio è scappato di casa, a soli 18 anni, dopo averlo seguito e rincorso con l’animo in gola per lunghe notti buie, mi sono accorto che l’unica cosa di cui aveva bisogno, (…) l’unica arma che, dopo il primo periodo fatto di rabbia e rancori, ancora potevo avere per sperare di non perderlo, era la fiducia e l’amore. Un albero cresce nel nostro giardino perché lo potiamo e abbiamo cura di lui. Ma cresce con le sue forze. Da solo. Non possiamo sostituirci a lui. Un genitore semina nell’animo e nel cuore del figlio i suoi insegnamenti, le sue verità. Ma il figlio deve farle sue. Senza costrizioni. E deve sapere che può contare sulla fiducia e l’amore dei genitori. Comunque. Anche se sbaglia. Soprattutto se sbaglia. Perché questa è la sua sfida. È il suo modo di testare, alla fiamma della disperazione e dell’insuccesso, la verità che i suoi genitori gli hanno raccontato. È il suo metterli alla prova. Giustamente metterli alla prova. (…) È facile amare un ragazzetto di pochi anni che ancora ti vede come il “suo Dio”. Il difficile è dar fiducia ad un ragazzo, una ragazza, che vuole dimostrarti che ora sa camminare, da solo, sa cadere e semmai rialzarsi. (…) Devi quasi costringerti a farlo. Perché le sue cadute le vivi come un affronto a te. Ai tuoi insegnamenti. A tutta la tua vita passata. Ma non è così. È solo un ragazzo, una ragazza, che vuole crescere e camminare. Che aspetta solo di vedere un padre o una madre con le braccia aperte. (…) Siamo noi che dobbiamo cambiare registro. Non ci dobbiamo stancare di dar fiducia e amore».

La forza di un affetto gratuito
Parlavo, col mio bicchiere in mano. Quasi un soliloquio, pensando ai lunghi terribili anni dove mi ero sentito finito, come padre, come marito e come uomo. Vidi gli occhi di Lei luccicare di pianto. L’abbracciai forte. «Non temere. Non dipende da noi il risultato. Quando curo un albero devo farlo nel migliore dei modi, a volte sono drastico e taglio, a volte concimo, altre volte semplicemente attendo. Ma dopo che ho tutto fatto, al meglio che posso, non dipende più da me. Una mano più grande si prenderà cura del mio albero. Allora ritorno a casa e dormo sereno. Per i figli è uguale. Non devono mai sentire finito il nostro amore o la nostra fiducia, e poi, la Vita, quell’ineffabile mano che ci sostiene tutti, farà ciò che è giusto e non potrà dipendere comunque dalla nostra bravura».

L’abbraccio di quella piccola donna, i suoi occhi lucidi, nel silenzio composto di quando non c’è null’altro da dire. Tornai alla mia “Tana” pensando che quarant’anni non erano passati invano. Che la “mia scuola” mi aveva insegnato molto. E che la musica, gli alberi, ma soprattutto l’immensità di un amore gratuito, certo più grande del nostro, del mio, potevano, effettivamente, salvare questo fottuto mondo.

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