Scrivevano: «Tangentopoli non è finita». Ora i vari Travaglio&Co chiederanno scusa a Del Turco?

ne dissero di tutti i colori. E i garantisti che non la pensavano come i magistrati subivano gli strali di Travaglio: «Orchestrina degli assolutori»

«Un errore giudiziario sarebbe grave quanto una corruzione politica di quelle dimensioni». Lo affermava al Corriere della Sera, Luciano Violante, il 16 luglio del 2008, all’indomani dell’arresto di Ottaviano Del Turco, presidente Pd della Regione Abruzzo, accusato di corruzione dalla Procura di Pescara. La stampa italiana, a parte quella dell’area di centrodestra, sembrò avere pochi dubbi sulla colpevolezza dell’imputato.

I TITOLI DEL 2008. Per commentare la notizia, l’allora direttore dell’Unità, Antonio Padellaro, scelse un titolo lapidario: «Il sistema corruzione». Le accuse a Del Turco dovevano essere interpretate come il segno dell’esistenza di un «bubbone», scrisse. Tangentopoli era tornata. La corruzione invadeva l’Italia tutta, senza distinzioni politiche. Non passò nemmeno un giorno dall’arresto che La Repubblica di Ezio Mauro e La Stampa di Giulio Anselmi si divertirono a solleticare gli appetiti e la fantasia dei lettori, guardando il caso giudiziario con gli occhi della Procura di Pescara: «”Ecco la cupola abruzzese”», «Ottaviano tra quadri, capretti e mazzette», «Capretto patate e attorno al tavolo la Grande spartizione». E poi, passarono dal capretto alle mele: «Quella busta di soldi che diventano mele». «Quelle foto che incastrano il governatore: “prendeva i soldi, gli dava le mele”». Insieme a Padellaro, sull’Unità, intervenne Travaglio: «La legge è uguale per gli altri», titolò. L’editorialista si diceva indignato delle critiche di Silvio Berlusconi per l’arresto di un politico di alto profilo del Partito Democratico. Il giorno dopo, Sandra Amurri, sempre sull’Unità, tracciava in questo modo un ritratto di Vincenzo Angelini, il grande accusatore di Del Turco: «Di lui, chi lo conosce bene e da sempre dice che è un tipo brillante, di piacevole conversazione e dalla battuta facile». «Un uomo capace di credere sinceramente e disinteressamente nell’amicizia, che sa distinguere da rapporti di interesse dove quasi si trasforma fino a diventare sospettoso”». Egli è la «gallina dalle uova d’oro» da cui Del Turco avrebbe attinto soldi per anni. Anche L’Espresso scrisse della vicenda usando le parole del grande accusatore Angelini: «Così pagai Del Turco».Il 18, L’Unità prosegue nella critica al Pd: «Tangentopoli non è finita. E riguarda anche noi». Sul Riformista, i piddini si smarcavano da Del Turco, il 22: «Noi ex Ds diversi da Del Turco e compagni».

Anni dopo, il 13 febbraio del 2012, Travaglio definì i garantisti del caso Del Turco «orchestrina degli assolutori». E spiegò così la linea assunta da lui e da Padellaro, prima sull’Unità e poi sul Fatto Quotidiano: «Angelini ha addirittura fotografato le mazzette mentre le portava a Del Turco». Ora che la difesa dell’ex governatore abruzzese, dopo cinque lunghi anni, ha dimostrato in tribunale che quelle fotografie furono manipolate, Padellaro e Travaglio chiederanno scusa a Del Turco?

ACCUSATORI E DIFENSORI DI DEL TURCO. «Abbiamo prove decisive in questa inchiesta», sosteneva la Procura di Pescara. «Questi personaggi sono schiacciati da una valanga di prove», rincarava il tribunale, secondo cui “Del Turco e compagni” avevano «sfacciatamente» passato il tempo a esigere tangenti da Angelini. In difesa del governatore abruzzese di centrosinistra, due politici di primo piano: il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Berlusconi aveva commentato la notizia con un: «spesso i teoremi accusatori sono infondati». Cossiga pose dei dubbi sulla fondatezza delle accuse. L’Anm sostenne ancora una volta che le critiche erano «non fondate sulla conoscenza degli atti» e prese le difese dei magistrati abruzzesi. Padellaro accusò Berlusconi di essere «l’unico ad avere certezze in materia» di giustizia italiana. Qualcuno della Procura di Pescara obiettò sulla salute mentale di Cossiga. La colpa dell’ex Presidente della Repubblica era quella di aver sollevato il dubbio che l’arresto fosse  un’intimidazione nei confronti del centrosinistra, «un avvertimento “magistrale” al Pd».  Cossiga aveva ipotizzato il tentativo da parte della magistratura di far saltare gli accordi sulla giustizia che si stavano prospettando fra Berlusconi e l’allora segretario del Pd Walter Veltroni.