Scaroni (Eni): «L’Europa dica cosa preferisce, se Putin o l’America e il suo shale gas»

Secondo l’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni «l’indipendenza energetica coincide con quella politica. E l’Unione europea o è disposta come gli americani ad abbracciare il gas d’argilla o sarà costretta ad abbracciare Putin»

Allarme approvvigionamenti energetici per l’Italia. I ribelli libici hanno fermato la produzione dello stabilimento Eni del giacimento noto con il nome di “Elephant field”, causando oltretutto un crollo della produzione nazionale di petrolio da 230 mila barili al giorno a 150 mila. A riferirlo è stata l’agenzia finanziaria statunitense Bloomberg. La notizia è giunta l’indomani della visita dell’ad di Eni, Paolo Scaroni, a Tripoli per incontrare il primo ministro Abdullah al-Thinni, ex ministro della Difesa, nominato al posto dello sfiduciato e forse fuggito in Europa, Ali Zeidan. «Mi ha fatto un’ottima impressione – ha detto Scaroni in un’intervista al Corriere della Sera –, è un ex militare e mi pare abbia fatto due buone mosse, ha aperto alla Cirenaica e alle loro esigenze di federalismo, ma nello steso tempo ha fatto capire che il petrolio è controllato dallo stato centrale bloccando la nave con il greggio che i ribelli avevano venduto alla Nord Corea. Mi sento quindi di poter essere abbastanza ottimista sulle nostre forniture di gas».

LA DIPENDENZA DA MOSCA. L’importanza della Libia per gli approvvigionamenti energetici italiani è stata ribadita da Scaroni al Corriere alla luce anche della crisi militare e politica in corso tra Russia ed Ucraina, dopo l’annessione della Crimea: «Volevo accertarmi della sicurezza delle forniture alternative (al gas russo, ndr) per il nostro Paese nel caso la situazione precipitasse». Oggi, infatti, ha proseguito Scaroni, in Europa, «oltre al problema dei costi, abbiamo anche un potenziale problema di sicurezza degli approvvigionamenti. E questo è vero per alcuni Stati molto più che per altri. Pensi: Spagna, Portogallo e Gran Bretagna non comprano gas russo. Francia, Italia e anche Olanda, lo acquistano ma hanno anche altri paesi fornitori. Altre nazioni come Austria, Polonia, Bulgaria senza il gas di Mosca sono al freddo dall’oggi al domani».
In Ucraina, «rispetto a due mesi fa, la situazione si è complicata»: se, infatti, «l’Unione Europea decidesse di sanzionare il gas russo a quel punto il North Stream sarebbe inutilizzabile». E, «vedendo le cose da un punto di vista commerciale, dovremmo essere favorevoli al South Stream, che permette di evitare il rischio di transito in Ucraina, che poi verrà costruito dalla Saipem, di cui siamo azionisti. Ma la chiave di lettura della politica dell’occidente – ha spiegato Scaroni – potrebbe essere diversa, perché la costruzione del South Stream sancirebbe i legami tra Russia e Europa in materia di energia. Il tema è complicato dal fatto che l’intera crisi viene gestita da una commissione europea che sta per scadere e con la prospettiva di elezioni a maggio».

O PUTIN O LO SHALE GAS. Il tema di fondo, dunque, secondo Scaroni, è ancora una volta quello dell’«indipendenza energetica» europea, che «coincide con l’indipendenza politica». Come aveva già dichiarato al Financial Times, la «questione energetica europea» è riassumibile in un semplice «slogan: o siamo disposti come gli americani ad abbracciare lo shale gas (estrazione del gas attraverso la frantumazione di rocce, ndr) o saremo costretti ad abbracciare Putin».
Ma Scaroni, che domani farà visita al dipartimento di Stato americano, ha precisato anche che non è immediato poter sfruttare il gas, perché «ha bisogno di infrastrutture, che siano liquefattori, navi o rigassificatori. Non si tratta solo di aprire un rubinetto e chiuderne un altro». Ecco perché, ha concluso, «da molti anni sostengo che ci sia bisogno di più Europa in termini di interconnessioni. La Ue ha pensato di poter giocare un ruolo tra i grandi del mondo pur non essendo indipendente energeticamente, ma così non funziona».