San Patrignano: «Chiudono il Cocoricò ma il parlamento legalizza le droghe “leggere”. Che senso ha?»

«O diciamo no a ogni tipo di droga o non avremo nessuna credibilità. Che tolleranza zero è se si legalizza lo spaccio di marijuana?». Intervista a Osvaldo Petris (San Patrignano)

«Le 450 nuove droghe immesse sul mercato negli ultimi quattro anni e il 50 per cento degli adolescenti che hanno assunto droghe “leggere” nel corso del 2014 descrivono un problema che non si risolve condannando esclusivamente le discoteche». La lettera di San Patrignano pubblicata ieri sul Corriere della Sera è lapidaria: invece di cercare capri espiatori bisogna fare qualcosa di serio. La decisione del questore di Rimini di chiudere il Cocoricò di Riccione per quattro mesi, in seguito alla morte del 16enne Lamberto Lucaccioni per una pasticca di ecstasy, da sola non può bastare. «Stiamo assistendo a un processo di normalizzazione. Quando hai 218 parlamentari che promuovono queste droghe, fai fatica a spiegare ai giovani che invece è sbagliatissimo fumarsi una canna», dichiara a tempi.it Osvaldo Petris, membro del comitato di gestione di San Patrignano.

Fanno paura i numeri che avete indicato nella vostra lettera al Corriere.
Denunciano un pericoloso percorso ormai cominciato da diversi anni: quello della normalizzazione che porta questi ragazzi e ormai anche ragazzini a non avere riferimenti chiari e quindi a minimizzare l’utilizzo della marijuana. Farsi una canna è diventato normale. Questo porta alla inconsapevolezza del pericolo, alla inconsapevolezza di cosa significa andare a cercare risposte ed emozioni in qualcosa di artificiale che è nocivo a livello fisico, e che rischia di portarti via la vita. È disarmante vedere i ragazzi che invece di sviluppare i propri talenti, invece di cercare le emozioni vere della vita, hanno bisogno di andare a cercare nell’evasione e nello sballo le risposte che sembrano farli stare meglio.

Come si fa a spiegare a un ragazzino che la marijuana si può usare e la cocaina no?
Le do un dato molto significativo: tutti i ragazzi che sono passati da San Patrignano in 35 anni di storia, tutti, hanno cominciato dalle canne e poi, chi più chi meno, sono passati alle droghe “pesanti”. Non è scontato il passaggio, ma è un dato terribile il fatto che tutti i nostri ragazzi abbiano fatto questo percorso. Sto parlando di oltre 25 mila testimonianze. Vogliono farci credere che farsi una canna non provoca nulla. E invece, quanti si fumano l’erba e poi si sbattono sul divano a non far nulla, a perdere tempo, non studiano, perdono entusiasmo per tutto, hanno poche relazioni, iniziano ad andare male a scuola e poi l’abbandonano? Poco alla volta, iniziano a vivere in funzione di una sostanza che è l’unica cosa che apparentemente li fa stare bene.

Il Governo ha voluto dare un segnale forte con la chiusura del Cocoricò: tolleranza zero.
Massimo rispetto per la legalità, per il questore, per tutti. A ognuno la sua parte. Ma il problema è più ampio e non si risolve chiudendo una discoteca. Per noi la vera strategia è quella della prevenzione, è quella di trasmettere ai giovani quanto è bella la vita, quali sono i veri valori, che non c’è bisogno di qualcosa di artificiale per essere felici. Lo scorso 26 giugno, in occasione della giornata mondiale contro la droga, abbiamo organizzato un evento proprio insieme al Cocoricò. E siamo riusciti a dimostrare che i ragazzi si possono divertire con i migliori dj internazionali, con la musica anche forte, ma senza bisogno di una goccia di alcool, senza bisogno di nessuna droga, e addirittura senza nemmeno le sigarette, perché a San Patrignano non si fuma. Tre ore e mezza di verità. I ragazzi si sono divertiti, i dj sono rimasti entusiasti. Si possono vivere, si devono vivere emozioni vere senza il bisogno di qualcosa di artificiale.

Quindi qual è il vostro suggerimento?
Io ho parlato direttamente con i dirigenti del Cocoricò e di altre discoteche. Bisogna unire le forze e dare degli strumenti ai gestori di questi locali per poter essere protagonisti nella lotta alle droghe. Tutte le parti coinvolte devono essere unite per frenare questo processo di normalizzazione. Ma ripeto, è difficile se dall’altra parte ci sono proposte di legge come quella che abbiamo citato prima. I ragazzi devono imparare ad affrontare la realtà, non a scappare. Questo darebbe loro sensazioni mille volte più positive rispetto a quelle che si creano artificialmente.

Che tipo di strumenti?
Paolo Sisto e Renato Brunetta erano stati promotori nel 2014 di un disegno di legge che prevedeva il «divieto di avvicinamento ai locali per chi abbia consumato o spacciato droghe e la possibilità per i gestori di assoldare figure riconosciute dall’ordinamento giuridico in grado di svolgere attività di prevenzione e controllo, in collaborazione con le forze dell’ordine». Questo è uno di quegli strumenti che può aiutare tutti quelli che sono coinvolti nella lotta all’uso delle droghe. La strada è questa. Ma siamo a metà del 2015 e quella di Sisto-Brunetta è rimasta solo una proposta.

Però non possiamo nasconderci il fatto che molte discoteche chiudono gli occhi davanti allo spaccio fuori o dentro i loro locali.
Certamente in tutte le situazioni si può trovare del marcio, è un dato di fatto. È proprio l’unione delle forze che lo fa emergere e lo combatte. In tutti i campi: nella politica, nella società, negli stadi, ovunque si può trovare qualcosa di sbagliato. Ma questo sbagliato va combattuto insieme, prima per farlo emergere e poi per combatterlo. Altrimenti nessuno dice niente e il problema viene a galla solo quando succedono le tragedie. Bisogna essere categorici: o diciamo no a ogni tipo di droga o non saremo mai ritenuti credibili davanti ai giovani. Che tolleranza zero è se si legalizza lo spaccio della marijuana?

«C’è necessità una volta per tutte di progetti seri di prevenzione, strutturati e di lungo periodo», avete scritto nella lettera al Corriere. WeFree è uno di questi?
Certamente. WeFree è un progetto che portiamo avanti da anni dove i nostri ragazzi raccontano la loro esperienza a circa 50 mila studenti ogni anno. Ne nascono dialoghi che spesso e volentieri portano a riflessioni davvero interessanti. Lo abbiamo scritto nella lettera: dobbiamo rimboccarci le maniche, offrire opportunità culturali, formative, di sport, di arte e di lavoro ai giovani. Bisogna contrastare la dispersione scolastica, la disoccupazione, favorire il recupero e l’integrazione attraverso progetti seri. È, d’altronde, anche una questione educativa. La prossima campagna che faremo si chiama proprio “Fermami prima”, come se i nostri giovani ci chiedessero di essere fermati prima di ammazzarsi.

Foto Ansa