Tentar (un giudizio) non nuoce

Francesco, da 800 anni una buona notizia per tutti

Di Raffaele Cattaneo
11 Aprile 2026
C’è qualcosa nella figura di Francesco che resiste al tempo. Se da otto secoli continuiamo a fare memoria di lui, è perché dentro la sua esperienza c’è un fuoco più radicale
Un particolare del più antico ritratto conosciuto di san Francesco d’Assisi, nel santuario del Sacro Speco di Subiaco
Un particolare di quello che è ritenuto essere il più antico ritratto conosciuto di san Francesco d’Assisi, nel santuario del Sacro Speco di Subiaco (Roma)

C’è qualcosa nella figura di Francesco che resiste al tempo. Non si consuma, non si lascia ridurre alle immagini più immediate con cui spesso viene raccontato. Non è l’uomo che parla agli uccelli, non è un proto-ecologista, non è un pacifista nel senso corrente. Se da ottocento anni continuiamo a fare memoria di lui, è perché dentro la sua esperienza c’è un fuoco più radicale.

Per me questo fascino ha una storia precisa. La prima volta che vado ad Assisi ho sedici anni. Ci torno poi molte altre volte. Ogni volta avverto una sorta di convocazione, come se quella figura avesse qualcosa da dire anche alla mia vita. Col tempo capisco che quell’intuizione non era sbagliata, anche se prende forme diverse da quelle che si immaginano a quell’età.

Negli ultimi giorni questo richiamo si riaccende. Da una parte la partecipazione a un incontro dal titolo significativo, La ferita e la letizia, con Davide Rondoni. Dall’altra la preparazione di un viaggio sui luoghi francescani. Occasioni che riportano alla memoria le ragioni profonde di un fascino che non riguarda solo una vicenda personale, ma attraversa il tempo.

La prima è la minorità. Francesco si definisce “il piccolino”, sceglie di essere minore. È una posizione distante dal nostro modo di stare al mondo, che tende sempre a prevalere. Ma la sua minorità non è rinuncia né autolesionismo. Nasce da una consapevolezza: la grandezza di Dio. È in rapporto a questa grandezza che Francesco può sentirsi minore di tutti.

Lo si vede in un episodio decisivo. Quando gli portano un sacerdote accusato di gravi peccati, ci si aspetterebbe un giudizio, una correzione. Francesco invece gli prende le mani e le bacia. Dice che non sa se quell’uomo sia peccatore, ma sa che quelle mani consacrano il corpo di Cristo. È una posizione che nasce da una coscienza così forte del Mistero da cambiare il modo di guardare l’altro.

La seconda parola è letizia. Non una gioia superficiale, ma qualcosa che attraversa anche le circostanze più contrarie. Il racconto della “perfetta letizia” è noto. Francesco immagina di tornare al convento sotto la pioggia, nel freddo, bussare e non essere riconosciuto, essere scambiato per un brigante e respinto. E dice che lì sta la perfetta letizia.

O è una follia, oppure è l’indizio di una posizione diversa davanti alla vita. La letizia non nasce dalle condizioni favorevoli, ma dalla certezza che la vita ha un senso che precede le circostanze. Se tutto è dentro un rapporto con Dio, allora ogni situazione può essere attraversata senza perdere il bene.

Da qui nasce anche la sua idea di pace. Non è pacifismo, non è semplice assenza di conflitto. I francescani non si salutano dicendo “pace e bene”, ma “la pace del Signore sia con te”. È una pace che riguarda il cuore. Solo da qui nasce la possibilità del dialogo.

L’episodio dell’incontro con il Sultano è emblematico. Francesco parte, secondo alcune fonti, quasi alla ricerca del martirio. Incontra invece un uomo che lo accoglie, lo ascolta, lo tratta con rispetto. Non viene ucciso, viene rimandato indietro. Da lì Francesco impara qualcosa di decisivo: c’è un bene più grande anche della propria idea, perfino del martirio, ed è l’incontro con l’umano.

È la stessa logica che si ritrova nel racconto del lupo di Gubbio. La pace nasce dal parlare con tutti, dal non escludere nessuno. Non è ingenuità, è una posizione che ha a che fare con il modo in cui si guarda la realtà.

Anche il rapporto con la natura va letto così. Francesco non è un ecologista nel senso moderno. Ama la realtà perché riconosce in essa un’origine. Il Cantico delle creature non è una celebrazione della natura in sé, ma una lode a Dio attraverso le creature. È questo che rende possibile un rapporto libero con le cose.

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Nel contesto del suo tempo è una risposta decisiva. Di fronte all’eresia catara, che propone una fuga dalla realtà per raggiungere Dio, Francesco afferma l’opposto: stare dentro la realtà con libertà. La povertà non è miseria, è distacco. È la condizione per riconoscere il valore delle cose senza esserne schiavi.

Infine, la sua vita. Non è una traiettoria lineare. È attraversata da conflitti, a partire da quello con il padre, da rotture, da difficoltà. Muore a quarantaquattro anni, malato, quasi cieco, sulla nuda terra. E canta.

Qui sta il punto. Non è un sentimentalismo a generare una posizione così, ma una ragione profonda. Una capacità di stare dentro la realtà senza censurarne nulla, fino a riconoscere un bene anche dove tutto sembra negarlo.

È questo che rende Francesco ancora oggi una buona notizia. Non un modello astratto, ma un’esperienza che mostra una possibilità umana. Nelle condizioni più contrarie si può vivere con letizia, non per fuga o per ingenuità, ma per una certezza che cambia lo sguardo su tutto.

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