Sako: «La visita del Papa in Iraq è eccezionale, ma non sarà una festa»

Il cardinale: «La persecuzione dei cristiani qui in Iraq è iniziata nel 2003. Oggi intere comunità antiche quasi due millenni sono sparite per sempre»

papa francesco sako iraq

«Non sarà una festa la visita di papa Francesco in Iraq. Lo accoglieremo senza trionfalismi, consapevoli di trovarci nel mezzo del tunnel». I motivi li spiega oggi in un’intervista al Corriere il cardinale Louis Raphael I Sako, patriarca di Babilonia dei caldei. Innanzitutto a causa del Covid saranno vietati gli assembramenti e la maggior parte degli iracheni potrà vedere il Papa, che visiterà il paese del Medio Oriente dal 5 all’8 marzo, soltanto in televisione. Inoltre il Pontefice arriva in Iraq forse nel momento più travagliato della bimillenaria storia delle sue comunità cristiane.

La persecuzione dei cristiani

Come spiega il cardinale Sako, infatti, guerre, terrorismo e persecuzioni hanno decimato la comunità cristiana, che contava 1,5 milioni di fedeli nel 2003 e meno di 500 mila (c’è chi dice addirittura 125 mila) oggi:

«La nostra persecuzione inizia in modo tragico dopo l’invasione militare americana del 2003. Sono stati i soldati americani a distruggere il nostro esercito. Da allora ogni tipo di estremista ha potuto invadere l’Iraq. Siamo precipitati nell’anarchia. Oggi si tendono a ricordare solo i crimini di Isis. Ma nel decennio dopo il 2003, prima dell’instaurazione del Califfato, sono state attaccate 58 chiese, ben 1.025 cristiani sono stati assassinati, tra loro il vescovo di Mosul. La maggioranza dei cristiani è emigrata proprio in quel periodo verso Libano, Giordania e Turchia, quindi in Canada e soprattutto negli Stati Uniti. Non torneranno più, purtroppo. Intere comunità antiche quasi due millenni sono sparite per sempre»

«L’Iraq è in crisi»

Oggi è tutto l’Iraq a essere un paese «prostrato» e in difficoltà estrema:

«L’Iraq sprofonda nella crisi aperta decenni fa. Prima le guerre di Saddam Hussein, l’embargo internazionale, gli effetti drammatici dell’invasione americana del 2003, poi il terrorismo, il settarismo, la corruzione imperante, la fine dello Stato centrale, Isis, la povertà, gli omicidi, le milizie divise su base religiosa: tutto ciò ci ha prostrati, siamo un paese ridotto all’ombra di sé stesso. Il messaggio di pace e fratellanza del Papa ha un’importanza eccezionale. Ci viene a dire che la religione non divide, tutt’altro, può unire, aiuta a trovare linguaggi comuni in Dio e nella fede. Dobbiamo porre fine alla decadenza della convivenza civile. Il governo del premier Al Kadhimi purtroppo, con tutta la buona volontà, non riesce a risolvere il disastro. L’Iraq è alla mercé di una miriade di interessi particolari».

«Un evento eccezionale»

La visita del Papa, continua il patriarca, è proprio per questo «un evento eccezionale che attendevamo da decenni, ne avevamo immenso bisogno dopo tutti questi anni di buio. La visita lancia un segnale di speranza, non solo al nostro Paese, non solo alla comunità cristiana, ma all’intero Medio Oriente».

Molto importante sarà l’incontro con il leader sciita Ali al Sistani, perché «in Iraq, come in altre regioni del Medio Oriente, la religione è strumentalizzata per fini politici. Si uccide in nome di Dio. Ecco l’importanza dell’appello papale, profondamente cristiano, che cambia radicalmente la prospettiva: al centro della religione non è Dio, bensì l’uomo. Il figlio di Dio si fa uomo affinché l’uomo sia uomo. Il Papa viene a dirci che siamo tutti fratelli, tutti figli di Dio, contro ogni particolarismo, contro chiunque utilizzi la religione per prevalere sugli altri».

Foto Ansa