Anche la Russia di Putin apre allo shale e al fracking. Ma il vero sogno del Cremlino sono i giacimenti al Polo Nord

Intervista a Luigi De Biase, esperto del Foglio per il mercato energetico russo: «Mosca vuole rimanere leader nel mercato mondiale degli idrocarburi. Lo shale gas americano non preoccupa Putin»

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Dopo la Polonia, anche la Russia studia il fracking. Come riportato dall’agenzia Reuters, British Petroleum e Rosneft, l’azienda petrolifera di proprietà del governo russo, hanno siglato un accordo per esplorare la presenza ed eventualmente estrarre lo shale oil nel bacino di Bazhenov, una regione della Siberia occidentale grande come la Francia. «Il nostro Paese non deve solo rafforzare e accrescere la sua posizione come fornitore di energia – ha dichiarato Vladimir Putin alla firma dell’accordo – ma deve aspirare a diventare un vero e proprio leader nell’imminente processo di trasformazione energetica globale».
Il giornalista Luigi De Biase, che per il Foglio segue il mercato energetico russo e mondiale, spiega a tempi.it perché Mosca ha deciso proprio ora di accendere i riflettori sullo shale gas e lo shale oil.

De Biase, dopo gli Stati Uniti anche la Russia scommette sullo shale. Come mai?
Sono due casi molto diversi. Per gli Stati Uniti lo shale gas è una priorità nazionale. Per la Russia può diventare in futuro una risorsa d’emergenza per rafforzare ulteriormente la posizione sui mercati e indebolire i concorrenti. Come sappiamo la Russia possiede le riserve convenzionali di idrocarburi più grandi al mondo, ma ha il primato anche sulle riserve shale, che sono concentrate nella sezione artica del Paese. Per questo già negli anni Sessanta i tecnici russi hanno sperimentato metodi di estrazione abbastanza simili a quello che noi oggi chiamiamo fracking, la cosiddetta fratturazione idraulica.

Poi cosa è successo?
È molto semplice: era una tecnica molto costosa. Per un paese ricco di riserve convenzionali come la Russia era insensato puntare sullo shale. In parte si può dire che sia insensato ancora oggi, almeno dal punto di vista economico. E nell’Artico c’è una difficoltà in più, una difficoltà geopolitica, perché la giurisdizione non è certa e molte nazioni si contendono quelle riserve. Il Cremlino cerca ormai da anni di ottenere il controllo completo sulla zona. Proprio per raggiungere l’obiettivo, il ministro dell’Ambiente Sergey Donskoy presenterà molto presto alle Nazioni Unite un rapporto nel quale si cerca di dimostrare che il suolo artico appartiene alla stessa faglia geografica e continentale della Russia.

Perché Mosca si è interessata ai giacimenti del Polo Nord?
L’interesse non è nuovo. Nell’artico non ci sono soltanto riserve shale, ma anche giacimenti convenzionali che sono sfruttati da tempo e hanno un grosso peso sull’industria nazionale degli idrocarburi. Certamente l’accesso al resto dell’Artico garantirebbe alla Russia la sua posizione di leader nel mercato energetico mondiale ancora per molto tempo.

La rivoluzione dello shale gas negli Stati Uniti, dunque, non costituisce una seria minaccia per l’egemonia russa?
Per il momento non lo è. Il gas convenzionale russo è meno caro dello shale americano sia in Europa, sia in Asia. Questo perché la Russia è più vicina geograficamente al mercato europeo rispetto agli Stati Uniti, e già possiede le infrastrutture per trasportare il suo gas. Per quel che riguarda l’Asia, basti ricordare il grande accordo appena firmato con la Cina. Il Cremlino potrebbe cominciare ad avere qualche problema di concorrenza se – e quando – l’Europa, la Cina e i paesi del Sudest asiatico dovessero portare a termine progetti seri di estrazione sul loro territorio.

Quella dello shale americano è una bolla destinata a scoppiare?
Non è una bolla che raggiungerà l’Europa. Lo shale gas è un prodotto da consumare “fresco”. Negli Stati Uniti l’abbondanza di combustibile a basso costo sul territorio nazionale ha fornito un grandissimo impulso all’economia nazionale, ha permesso una nuova fase di industrializzazione, ma oggi come oggi i costi per il trasporto in Europa farebbero triplicare o quadruplicare i costi finali, cancellando il vantaggio competitivo della risorsa. Per questo, sul piano della concorrenza, lo shale americano non rappresenta ancora un grosso problema per la Russia. A meno che gli Stati Uniti non decidano di rifornire l’Europa a prezzi di favore. Ma questa sarebbe tutta un’altra storia.

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