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Non tutta l’Europa sonnecchia. La Polonia stringe un accordo con Chevron per cercare lo shale gas

aprile 3, 2014 Matteo Rigamonti

Mentre in tutto il mondo ci si è accorti di quanto l’America stia risparmiando grazie al gas d’argilla (anche gli sceicchi di Riyad hanno iniziato a farci un pensierino), l’Europa viaggia a due velocità. C’è chi frena e chi, invece, accelera. Come Varsavia

La Polonia muove i primi passi in cerca dello shale gas. Mentre mezzo mondo ci ha già scommesso tutto e in Europa non tutti sanno cosa sia, la compagnia petrolifera di Stato PGNiG ha firmato con la divisione polacca della compagnia petrolifera Chevron un accordo per l’esplorazione del gas d’argilla nel sud-est del Paese. L’accordo prevede quattro licenze per altrettante aree, due di proprietà di PGNiG (nelle località di Tomaszów Lubelski e Wiszniów-Tarnoszyn) e due di Chevron (a Zwierzyniec i Grabowiec), situate pochi chilometri a nord del confine con l’Ucraina.

QUANTO SHALE GAS HA LA POLONIA? «Grazie alla collaborazione con Chevron saremo in grado di attingere alla sua vasta esperienza nell’esplorazione di gas di scisto», ha dichiarato in una nota Mariusz Zawisza, presidente di PGNiG. E ha aggiunto: «Speriamo che questa partnership possa portare benefici a entrambi, contribuendo a ottimizzare i costi e intensificare gli sforzi nelle esplorazioni». Vale la pena ricordare che la Polonia è uno dei paesi europei in cui le riserve di shale gas sono maggiori, insieme alla Russia, la Bulgaria, la Francia e l’Inghilterra. L’agenzia governativa statunitense per l’energia (Eia, acronimo di Energy Information Administration), infatti, stima che nel sottosuolo della Polonia siano imprigionati quasi 20 trilioni di metri cubi di shale gas.
Ma mentre Sofia e Parigi frenano sulle esplorazioni per i timori ambientalisti legati alla tecnica estrattiva del fracking, Londra e Varsavia spingono per sfruttare lo shale gas, che in America ha già avuto il beneficio di abbattere il costo del gas a un terzo almeno di quello europeo e un quarto di quello asiatico. Tanto che anche il governo di Riyad, la capitale dell’Arabia Saudita, ha deciso di muovere i primi passi per le esplorazioni e non perdere così la rivoluzione dello shale.

ABBATTERE I COSTI. A conferma dell’assoluto «valore dello shale gas statunitense» è intervenuta anche la celebre rivista Forbes, che ha scritto di quanto sia importante in questo momento per le major americane del petrolio poter fare affidamento sul gas d’argilla. Proprio ora che «i petrolieri americani leggono con uno strano misto di ansia e soddisfazione» le notizie sul vasto giacimento di Kashagan, in Kazakistan, nel cuore del Mar Caspio, dove il progetto per il mastodontico oleodotto cui stanno partecipando la kazaka KazmunaiGaz, l’italiana Eni, l’americana Exxon Mobil, l’anglo-olandese Royal Dutch Shell, la cinese Cnpc e la francese Total, continua a subire ritardi e maggiori spese del previsto. Finora, infatti, riferisce Forbes, sono stati già spesi 50 miliardi di dollari, 30 in più del previsto. Un motivo ulteriore, dunque, perché l’Europa non perda il treno dello shale gas.

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1 Commenti

  1. Stefano Motta says:

    Lavoro nel settore, e mi sono occupato di shale gas sia in Polonia che negli Stati Uniti (Tennesse, Marcellus Shales) perchè la mia Compagnia era interessata a valutarne le possibilità di estrazione.
    Vorrei ricordare al signor Rigamonti (che è un grande appassionato ed esperto di shale gas,quindi lo saprà) che in Polonia a tutt’oggi hanno perforato circa 200 (duecento) pozzi esplorativi nelle argille allo scopo specifico. Duecento pozzi tutti tutti dry….niente male.

    Stefano Motta (petrofisico c/o Edison)

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