Rimpiangerete Andreotti

«Andreotti garantiva indipendenza. E i suoi difetti erano quelli di tutta l’Italia. Ora lo scaricate, ma con modi disgustosi». L’intervista al Sabato di Werner Raith, il giornalista tedesco (e di sinistra) che non credeva alla “rivoluzione” del 1993

Questa intervista è uscita su Il Sabato l’1 maggio 1993, a firma di Luigi Amicone

Andreotti, la stampa, il Palazzo. Un giornalista di una grande testata di sinistra, collaboratore delle maggiori reti televisive e radiofoniche tedesche, giudica il caso italiano. «La storia si apprende sulle strade, nelle fabbriche, in campagna. Il resto è commento». Werner Raith ha 53 anni, e da dieci è corrispondente da Roma del mitico quotidiano berlinese Tageszeitung, autorevole in tutta la Germania perl’originalità e l’indipendenza dei suoi giudizi.
Parente stretto del parigino, e ormai più conformista, Libération, il Tageszeitung è un giornale di area socialdemocratica, ma al tempo stesso non ha mai cessato di frequentare la sinistra dura degli autonomen di Kreuzberg.
E Werner Raith è un geniaccio che ha sacrificato la carriera universitaria (possiede una laurea in matematica e fisica, un dottorato in filosofia, per sei anni ha insegnato pedagogia alle università di Monaco e Francoforte, ha scritto una trentina di libri) per amore dell’Italia. Sostiene che i suoi tre bambini parlano meglio l’italiano che il tedesco. D’altronde la sua seconda lingua «è quella che ho imparato dai contadini di Terracina».

Per quali ragioni lei è uno dei pochi osservatori stranieri che non si è sbucciato le mani ad applaudire la cosiddetta rivoluzione italiana?
Informare secondo me è anche opporsi, quando occorre, alla pletora di luoghi comuni e d’ipocrisia. Lo ripeto: la cacciata di Andreotti non è una pagina d’oro perché un politico si fa fuori con la politica, non con i magistrati.

Andreotti è un mafioso, dicono i pentiti…
Per quarant’anni avete avuto la possibilità di mandarlo via. Non lo avete fatto, Non solo. L’elettorato italiano gli ha rinnovato la sua fiducia per dieci legislature. Significa che il popolo lo ha stimato.

Che significa?
Significa che gran parte dell’Italia era d’accordo con il sistema della cosiddetta partitocrazia e con i suoi leader. Adesso Andreotti è il capro espiatorio di tutti i mali. Andreotti è come Honecker, vorrebbe processano per caricarlo di tutte le nefandezze della storia italiana. Purtroppo anche la stampa estera si mette su questo treno. Ma Andreotti è un uomo di settantaquattro anni e siamo in Italia. Se verrà trascinato in tribunale il processo si concluderà forse tra una decina d’anni. Andreotti sarà perseguitato fino alla morte da qualche nuovopentito o da qualche fotografia compromettente. Disgustoso.

Dunque anche le opposizioni hanno le loro responsabilità…
Ma certo. Cosa avrebbe contraddistinto un governo guidato dalle opposizioni? Un governo Amato o Berlinguer sarebbe stato diverso da quelli di Andreotti? L’unica differenza che vedo è che avrebbero fatto un lavoro molto più dilettantistico. Ricordiamoci che Andreotti non ha messo in scacco solo Craxi ma anche gli americani. Un governo a guida comunista non avrebbe potuto far di meglio per modificare fatti oggettivi. Sul piano internazionale l’Italia avrebbe potuto muoversi diversamente. Ma io sono convinto che su questo piano i comunisti si sarebbero comportati da dilettanti. Mentre Andreotti ha fatto cose da vero professionista. Lui sapeva come logorare Reagan o Bush.

A proposito di americani ha scritto: «È vergognoso che solo dopo che da oltreoceano è arrivato il “va bene, prendetelo”, l’Italia se l’è presa con il suo “simbolo del male”». In pratica siamo una colonia…
Non è solo una mia opinione. Quando ho sentito che i giornali americani hanno cominciato a parlare male di Andreotti ho subito chiamato i colleghi. Anche per loro era una svolta stranissima. Quell’articolo sul New York Times l’abbiamo tutti interpretato come il lascia passare per colpire Andreotti. Del resto lui se ne è reso conto subito.

E della nostra stampa cosa dice?
Qui gli scandali scoppiano con le rivelazioni che trapelano dagli uffici della magistratura e dalle veline della polizia. Io vengo dalla Germania. Ho imparato il mestiere di giornalista in un’altra maniera. Non ci si fida mai dei magistrati e dei poliziotti. Si fanno ricerche autonome. Solo dopo si confrontano le proprie fonti con le versioni che vengono dalle istituzioni. In Italia succede esattamente il contrario. Sono i magistrati, gli uffici giudiziari, i poliziotti che imbeccano i giornalisti.

All’indomani del referendum ha scritto un fondo per il Tageszeitung. Eppure nel suo “Ciao bella Italia” non c’è molto entusiasmo per quella valanga di Sì. Perché?
Trovo che sia esagerato parlare di una “rivoluzione italiana”. In realtà la vostra cosiddetta rivoluzione non è dovuta alla voglia di cambiare. La vera novità per me è che per la prima volta gli italiani si sentono incapaci di andare a pari passo con l’Europa. Gli italiani viaggiano molto. Si rendono conto che negli altri paesi europei gli uffici funzionano meglio. Così oggi gli italiani temono di non riuscire ad entrare nella prima, e forse neppure nella seconda, fila europea. Allora chiedono che si faccia qualcosa. Ma a cosa si riduce dunque la cosiddetta rivoluzione? Alla scoperta che finalmente c’è qualcuno su cui gli italiani possono caricare tuttii ma li della nazione. Troppo facile.

Su quali elementi fonda una radiografia così impietosa dei nostri mali?
Capisco che è un po’ duro quello che sto dicendo, ma mi sembra che le co se vadano proprio in questo modo in Italia. Certo, se nei miei giudizi dovessi basarmi solo su quello che leggo sui giornali italiani, be’, allora dovrei scrivere quelle favolette sulla presa della Bastiglia. Ma io sono ancora convinto che per fare bene il nostro mestiere è più interessante stare a sentire quello che ti raccontano gli operai sul treno, che nonquello che mi dice un sottosegretario o un ministro. In questi giorni sono stato in giro per la provincia a intervistare la gente comune nei negozi, per strada. Al primo approccio non c’è nessuno che non ti dica “sì, tutti al muro quei ladri, Andreotti devono impiccarlo”. Però dopo lo sfogo, si calmano e ti chiedono: “Senti, tu che sei un giornalista e che conosci tutti a Roma, non potresti raccomandare mia figlia?”

Conclusione?
Vuol dire che la vostra non è una rivoluzione ma un semplice ricambio di classe dirigente. Diciamo allora che in Italia c’era un problema di gerontocrazia politica di tipo sovietico e che si è trovato il modo, attraversola magistratura, di fare spazio a facce un po’ più giovani.

E lei di queste facce nuove cosa ne pensa?
Guardi, a volte rimpiango i vecchi. Perché da Andreotti e da Craxi sapevo già cosa aspettarmi, ma da questi… Ho sentito la predica di Segni a piazza Navona e sono convinto anch’io che esista un Dio che ha molte cose serie da fare. Però non è il caso di disturbarlo invocandolo come aiuto per costruire la nuova società italiana.