Rieccoci. Cosa c’è (e chi ha scritto) sul primo numero di Tempi

Sul primo numero del mensile che vi abbiamo spedito a casa c’è il nostro tradizionale Te Deum. L’hanno scritto per voi Amicone, Arslan, Corradi, Gandolfini, Miriano, Negri, Perrone, Sgarbi e tanti altri

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Eccolo, il Te Deum di Tempi. Eccoci la sera della Vigilia di Natale, nella casa di Marina Corradi, dove nella pentola sul fuoco sobbolle lento il brasato, e la vita tracima generosa dagli armadi e dalle librerie; e per le strade del centro di Padova, con Antonia Arslan, ad ascoltare i passi frettolosi di un paese in cammino verso il bimbo di Betlemme. Eccoci: attorno a un gelso brianzolo, ad ascoltare una storia particolare che reca in sé l’infinito raccontata da Renato Farina; in un’aula che trasuda passione, dove Giovanni Borgonovo risponde a tutti i perché dei ragazzini di Portofranco; nel deserto intelligente, dove Pier Paolo Bellini ha trovato l’unico baluardo contro la sorridente devastazione dell’essere sempre connessi.

Eccoci, perché come racconta il grande Roberto Perrone, anche quest’anno ci sono state date situazioni in cui i cabasisi fumano ed è stato messo a dura prova il nostro essere bastardi dentro ma porgitori di altre guance fuori; eccoci sulle barricate, con Massimo Gandolfini che lancia ai partiti la sfida della politica dei princìpi, e con Alfredo Mantovano, che si appella alla virile consapevolezza dei laici nel tempo dell’azione. E col nostro Luigi Amicone, che naturalmente augura al suo capitano di fare briscola e cappotto.

Eccoci, con Luca Frigerio ad ascoltare un figlio speciale che ci insegna la speranza di un “per sempre”; a mangiare hamburgheroni con Simone Fortunato e i suoi studenti selvaggi e squinternati; e con Pier Giacomo Ghirardini, in un pub di Galway dove a rompere un silenzio che dice male per tutti è una pinta di Guinness levata al cielo intonando Mo Ghile Mear.

Eccoci, fra i cinquemila profughi pieni di figli e carretti che hanno gioiosamente scombinato la vita di padre Federico Trinchero e dei suoi confratelli alla missione del Carmel in Centrafrica; tra i fieri fedeli di Minya, raccontati dal vescovo copto-ortodosso Anba Macarius; tra i cattolici cinesi né compiacenti né ribelli raccontati dal coraggioso arcivescovo Savio Hon; tra i perseguitati iracheni che hanno squassato dalle fondamenta la cristianità moderna, raccontati dell’arcivescovo Amel Nona.

Eccoci: questo Te Deum si leva anche fra i poveri diavoli che abitano la cittadella del dolore e della speranza in Paraguay insieme a padre Aldo Trento, dall’umanità traboccante di amore imperfetto e zoppicante raccontata da Costanza Miriano, dalle praterie dell’Ohio da cui è giunta posta per la chestertoniana Annalisa Teggi, dalle strade incantate di Napoli attraversate da Pippo Corigliano, fra i librai e gli edicolanti donchisciotteschi di Antonio Gurrado.

Eccoci, ad ascoltare la testimonianza di Vittorio Sgarbi, grato alla sorella per la mostra di famiglia a Ferrara, il ricordo commosso di padre Piero Gheddo scritto dall’amico Paolo Botti, e il Te Deum per il grande sconvolgimento dell’Incarnazione, scritto dall’arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, monsignor Luigi Negri.

Eccoci, o meglio ri-eccoci. Esattamente come otto anni fa. Era il 2010 quando il nostro settimanale battezzava il suo primo numero dedicato al Te Deum, che nella tradizione cristiana è l’inno cantato il 31 dicembre in segno di ringraziamento a Dio. Da allora il Te Deum è diventato il nostro punto di incontro per coloro che non barano, per strappare una efficace espressione a quel geniaccio di Péguy nei Cahiers de la quinzaine (16 febbraio 1913): «Qui ci sono cattolici che non barano, protestanti che non barano, ebrei che non barano, liberi pensatori che non barano. Per questo siamo in così pochi cattolici, in così pochi protestanti, in così pochi ebrei, in così pochi liberi pensatori. E in tutto, così poca gente». Eccoci, quindi, con i nostri e gli altri Te Deum, grati di questa poca (e straordinaria) gente che non bara e ci onora di una presenza vera e viva.

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