Riace. Sicuri che si possa violare la legge «in nome del Bene»?

Il sindaco Domenico Lucano, paladino dell’accoglienza dei migranti, è stato arrestato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. I giornali lo scagionano con una strana motivazione: ha commesso un reato «a fin di bene»

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Il sindaco di Riace (Reggio Calabria), Domenico Lucano, è stato arrestato con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti a due cooperative prive dei requisiti necessari. Se il caso ha fatto tanto scalpore su tutti i giornali locali, nazionali e internazionali è perché Mimmo, come tutti lo chiamano, è diventato un’icona dell’accoglienza dei migranti.

RE DELL’ACCOGLIENZA. L’ex insegnante, al suo terzo mandato come primo cittadino del Comune calabrese (il primo è cominciato nel 2004), è stato esaltato un’infinità di volte dal guru Roberto Saviano, indicato due anni fa dalla rivista Fortune tra le 50 personalità più influenti al mondo, ha ispirato la fiction Tutto il mondo è Paese che andrà in onda sulla Rai ed è stato raccontato al cinema da Wim Wenders nel cortometraggio Il Volo.

MODELLO RIACE. Lucano è diventato famoso per il cosiddetto “modello Riace”: il paese di 1.700 residenti negli anni è arrivato a contarne 6.000, tutti stranieri approdati sulle coste italiane e ospitati nelle case rimaste vuote a causa dello spopolamento. Il sistema era regolarmente finanziato con i fondi statali normalmente destinati ai circuiti Sprar.

MATRIMONI FITTIZI. Mimmo, non solo nelle intercettazioni ma anche nella interviste, si è sempre vantato di «andare contro la legge». Ma che cosa ha fatto perché il gip ordinasse gli arresti domiciliari? Aiutava innanzitutto molti immigrati che non ne avevano diritto a ottenere permesso di soggiorno e cittadinanza italiana, organizzando matrimoni fittizi con residenti del paese. Uno di questi matrimoni è stato celebrato tra la nigeriana Joy e un vecchio riacese. Un altro Lucano lo ha macchinato per assecondare la richiesta della sua compagna etiope, Lemlen Tesfahun (anche lei agli arresti), che voleva sposare suo fratello pur di farlo arrivare in Calabria ma il piano non è riuscito soltanto perché il giovane nel frattempo è stato arrestato per possesso di documenti falsi.

APPALTO FRAUDOLENTO. Oltre ai matrimoni fittizi, è stato contestato al sindaco l’affidamento diretto del servizio di raccolta rifiuti alle due cooperative sociali nate a Riace per dare lavoro ai migranti. Per i magistrati, si tratterebbe di un fraudolento affidamento diretto dell’appalto, disposto in deroga alle norme che obbligano a una gara e a coop non inserite nel registro regionale di settore (requisito previsto dalla legge). Tutte le altre accuse mosse dalla procura, invece, non sono state recepite dal gip.

«CAPITA DI FORZARE LA LEGGE». Davanti a questi fatti, i giornali italiani hanno lanciato una campagna difficilmente comprensibile. Tutti sottolineano che «non c’è dubbio che sia colpevole di questi reati» perché è stato lui stesso ad ammetterli pubblicamente. Soltanto che lo ha fatto «a fin di bene». Il Corriere racconta così che Riace è diventato un «inno alla bontà», una «Repubblica del Bene», dove spiccano i «murales del Bene» con Che Guevara (che era pur sempre un assassino) a braccetto con Peppino Impastato. Sempre sul Corriere, don Gino Rigoldi esalta il sindaco spiegando che «bisognerebbe avere un po’ di morbidezza. Capita di forzare la legge».

LA PREDICA DI SAVIANO. Su Repubblica, Roberto Saviano parla di «peccato di umanità» e per una volta nella sua vita non difende a spada tratta giudici e magistrati, ma li accusa di occuparsi di Riace invece che della ‘ndrangheta. Il guru progressista inneggia al sindaco che «ha fatto politica disobbedendo, l’unica arma che abbiamo per difendere i diritti degli immigrati e di tutti». Mimmo, sottolinea Saviano, non violava la legge «per guadagno personale», cosa che anche il gip sembra confermare, pur denunciando un uso «superficiale» dei fondi pubblici, ma per «umanità». Dunque, dovrebbe essere assolto, non dalla giustizia, ma dal popolo.

GARANTISMO SEMPRE. A parte l’effetto straniante di leggere i commenti garantisti dei peggiori manettari che circolano nelle redazioni e nelle televisioni italiane,  l’ex magistrato Carlo Nordio osserva sul Messaggero: «La legge, come sancisce la Costituzione, non è uguale per tutti? Secondo l’accusa, Lucano avrebbe addirittura organizzato nozze di convenienza tra residenti riacesi e straniere. Questo sindaco, come tutti gli indagati, è e deve essere ritenuto presunto innocente ed è doveroso domandarsi se sussistano quelle esigenze che giustificano la limitazione della libertà del destinatario. Nondimeno resta la gravità di un’accusa che, rivolta a chi è investito di cariche pubbliche, assume un connotato di allarmante novità».

IL PERICOLO “UMANITARIO”. Se però, scrive Nordio, «il sindaco si era trasformato in una sorta di sensale di matrimoni di convenienza, la violazione diventa quasi sacrilega, perché strumentalizza un istituto che, anche spogliato della sua essenza religiosa, costituisce pur sempre quel nucleo essenziale sul quale, come recita la Costituzione, è fondata la famiglia. C’è poi anche un’altra novità: qui si dà quasi per scontato che il sindaco Lucano violasse la legge; anzi, qualcuno gliene ha fatto un punto di merito. Perché, si dice, questa disubbidienza civile ubbidisce a uno spirito umanitario. Davanti a questo argomento si potrebbero fare numerose osservazioni: che i criteri cosiddetti umanitari sono spesso generici e soggettivi, che ciò che per Tizio è patriottismo per Caio è tradimento, e che in definitiva, di questo passo, ognuno può invocare a scusante le proprie superstizioni e convenienze, contrabbandandole come sacre convinzioni etiche o religiose fino a dissolvere, in un’indifferenziata omelia indulgenziale, lo stesso stato di diritto».

GIUSTIZIA POPOLARE. C’è anche un altro problema che l’ex procuratore nota in modo molto acuto: «Mentre prima i magistrati correvano il rischio di essere aggrediti dai fanatici, ora rischiano di essere scavalcati da una Giustizia più rapida e più vociferante di quella solennemente o sommessamente pronunziata in tribunale. Oggi, in nome della “disubbidienza civile”, come accade a Riace. Domani, forse, in nome di quella “fraternité” che, come appunto ai tempi di Robespierre, spedì migliaia di disgraziati alla ghigliottina».

Foto Ansa

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