Repubblica, l’unico quotidiano con liturgia della parola incorporata

Un giornale che si legge un po’ perché ci si crede, un po’ perché non si ascolta, un po’ per tacitare la coscienza, un po’ per farsi vedere.

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«Cazzo, coglioni e vaffa», scrive il fondatore Eugenio Scalfari nel tentativo di parodiare il linguaggio di Beppe Grillo, o forse di riprodurlo, nel consueto editoriale/sermone sulla prima pagina de la Repubblica di domenica 4 novembre. Sottoposti a un’attenta lettura del testo, gli adepti del quotidiano cult si saranno distinti in tre categorie: quelli che sono rimasti scioccati alle parole inconsulte del Fondatore, un po’ come se le avesse pronunziate dal pulpito un prete con la sindrome di Tourette; quelli che sono rimasti scioccati a scoprire che per un qualche motivo l’editoriale fosse lungo la metà del solito; quelli che hanno continuato ad annuire con aria grave senza avvedersi del turpiloquio. La lettura di Repubblica è infatti un atto sempre più simile alla distratta presenza fra i banchi di una chiesa: lo si fa un po’ perché ci si crede confusamente, un po’ perché non si ascolta, un po’ per tacitare la coscienza, un po’ perché bisogna farsi vedere.

GIORNALE LITURGICO. Repubblica, intendiamoci, è il quotidiano più bello d’Italia: i colori sono raffinati, l’impaginazione delle sezioni culturali è alto design, le vignette di Altan e Bucchi rasentano l’arte, le foto bucano la pagina, la carta è quasi serica, il formato consente di piegare il quotidiano nella sacca della giacca di velluto o nello zainetto finto-povero lasciando sempre in bella evidenza la testata. Sembra fatto apposta per non essere letto. I suoi articoli vanno dunque considerati per quello che sono, ossia un riempitivo all’interno di un progetto editoriale più vasto in cui l’aura conta più dei temi, la testata più dei titoli e la firma più del contenuto. Hanno la stessa portata delle omelie domenicali, che possono anche riuscire bene ma non decidono del valore di ciò che le contiene – e, se si dovesse giudicare il cattolicesimo dalle prediche, staremmo freschi. Repubblica è un giornale liturgico che vive di riti cristallizzati e di gesti calibrati (come la stretta di mano di Ezio Mauro ai redattori più importanti all’inizio delle riunioni); l’editoriale domenicale del Fondatore ne costituisce il vertice ciclico, la nota dominante che tutto racchiude in sé, il rassicurante coperchio che garantisce dell’acquisto a scatola chiusa di tutto il calderone.

NON SI LEGGE, MA SE SUCCEDE… Per questo svegliarsi in una pigra e grigia domenica mattina e trovare scritto “cazzo, coglioni e vaffa” in prima pagina è scioccante: non per le parolacce in sé, peraltro nascoste fra parentesi, ma perché esse danno uno scossone al lettore distratto e assuefatto; lo spingono a sfregiare il velo di Maya iniziando a leggere Repubblica come se fosse un giornale vero, ossia per quello che c’è scritto, per trarne contenuti senza forma. Le sorprese non mancano. Ad esempio, a pagina 3 Michael R. Bloomberg (sindaco di New York, la città dove cancellano le maratone senza rimborsare le iscrizioni) s’imbarca in arditi sillogismi per spiegare che, nonostante che non ci sia motivo di credere che Sandy sia dipesa dal riscaldamento globale, è necessario appoggiare Obama in ragione del suo pluriennale impegno contro il riscaldamento globale, a seguito del quale impegno è infatti arrivata Sandy. Su qualsiasi quotidiano un ragionamento così cristallino sarebbe stato esposto alle pernacchie del lettore neutrale, ma non su Repubblica dov’è corazzato dall’equilibrata scelta di farlo iniziare in prima pagina sotto una foto trionfale di Obama (vestito con la stessa camicia di Gianni Riotta) e di fianco a un pezzo di Joseph E. Stiglitz in cui si asserisce che è necessario che gli americani votino Obama perché «il numero dei non americani favorevole alla sua rielezione è schiacciante rispetto a chi vorrebbe che a vincere fosse il suo sfidante».

ASTENERSI PROVINCIALI. D’altra parte, chi si sognerebbe di criticare Bloomberg e Stiglitz una volta che venissero citati, con grande autorità e competenza, dai lettori più attenti nel corso del pranzo domenicale? Non ci riferiamo alle loro opinioni ma ai loro nomi. Repubblica offre loro validi sostituti anagrafici; le stesse idee, sostenute da Gian Luigi Scabbia o da Giacomo Frangiflutti (pesco nomi a caso dalle firme delle lettere al quotidiano), suonerebbero se non meno credibili di sicuro più criticabili. Basta invece che si chieda: «Avete letto Bloomberg e Stiglitz?», e tutti automaticamente danno loro ragione al solo scopo di non fare la figura dei provinciali. Mica per niente Michele Serra, in apertura de “L’amaca” dello stesso giorno, spara: «Non potrei essere provinciale neanche se lo volessi: non sarei credibile». Lettori e autori di Repubblica tutto possono essere meno che provinciali e infatti venerdì 2 alle province in bilico, quelle in cui l’accorpamento potrebbe comportare la guerra civile, viene dedicata un’intera pagina tutta rivolta all’allisciamento dell’immaginario del target di Repubblica: il pisano Marco Malvaldi preferisce contaminarsi coi livornesi piuttosto che «pagare auto blu a Fiorito» (che non è né pisano né livornese), il tarantino Giancarlo De Cataldo plaude alla fusione con Brindisi così da poter «lottare insieme per lavoro e ambiente» (perché evidentemente separati non ne vale la pena), Luca Bottura rivendica che «la diversità è la nostra ricchezza» (ma a ben guardare sta parlando delle ricette dei tortellini), l’erudito Umberto Eco non batte ciglio di fronte al miscuglio tra Alessandria e Asti «tanto io parlo entrambi i dialetti» (e quindi io, che parlo inglese e francese, posso dirmi favorevole all’accorpamento dell’Italia a Inghilterra e Francia). Massimo Carlotto si oppone invece alla fusione di Padova intellettuale e filo-operaia con «la Treviso della Lega»: è noto infatti che la miglior maniera per insegnare ai leghisti i benefici dell’integrazione multiculturale è isolarli in un angolino con Giancarlo Gentilini.

SINDROME AUGIAS. I lettori di Repubblica sono così lontani da ogni provincialismo che sembrano essere i maggiori beneficiari del taglio delle province imposto dal governo, a eccezione degli alunni delle terze elementari che dovranno impararne a memoria molte di meno. Chissà se questo non contrari Corrado Augias, che sabato 3 tuona dalla sua tribuna contro «quei genitori che assistono passivi al precoce corrompimento intellettuale dei loro figli» in risposta a una signora che sta valutando se iscrivere la sua frugoletta alla Deutsche Schule perché in quella italiana mancano le lavagne multimediali e ci sono suore che parlano male dell’aborto. Augias d’altronde gestisce le pr di Repubblica con i lettori e far finire una propria lettera nel suo box grigio equivale a un cavalierato, talché si crea una sorta di sindrome di Stoccolma per la quale i lettori cercano di assecondare Augias e Augias cerca di assecondare i lettori. Memorabile la lettera di martedì 30 ottobre, in cui un tale Paolo Lupo e Augias conversano amabilmente di Berlusconi senza nominarlo, come due amici sorpresi sul treno a chiacchierare di un terzo: lo evocano come colui che «ha rubato il sogno di una generazione onesta», colui che «ha cambiato la percezione del denaro», «uomo furente e spaventato», «attore consumato». Quando si tratta di Berlusconi, l’intesa fra lettori e autori di Repubblica diventa telepatia. Lunedì 29, a seguito dell’intemerata di Villa Gernetto, il quotidiano più intelligente d’Italia ha avuto il talento di assecondare tutte le diversificate reazioni di tutte le possibili tipologie di suoi lettori offrendo loro una rosa dei venti di opinioni complementari. Piero Ottone («Credevo che non mi sarei mai più occupato di lui») ha blandito coloro che pensano che Berlusconi meriti la camicia di forza con un’analisi psicologica della sua mania di protagonismo e del suo senso di persecuzione. Ilvo Diamanti ha consolato quelli che ascrivono a Berlusconi tutti i mali della società raccontando che «le sue invettive risuonano come grida nel vuoto» nonostante che «il sistema politico e il modello di partito imposti da Berlusconi ruotino intorno alla sua persona e alla sua comunicazione».

IL CERCHIO SI CHIUDE SEMPRE. Filippo Ceccarelli ha solleticato i fautori del Cavaliere da operetta, quello che fa fare brutta figura in società, analizzando «il terribile mascherone» di «un pupazzo arancione che si ostina a mettere in scena la propria consumazione», ormai vittima della vendetta del tempo. Infine Eugenio Scalfari, tanto per chiudere il cerchio, esaltava i caimanisti con un ponderato editoriale intitolato “Una follia eversiva destabilizza il paese”. È dunque chiaro che i collaboratori di Repubblica scrivono ciò che i lettori vogliono leggere e i lettori comprano Repubblica perché ci trovano ciò che vogliono sentirsi dire; operazione commercialmente impeccabile ma che rende superfluo l’esercizio della scrittura. Il club di Repubblica è un circolo che ha sostituito al proselitismo la conservazione degli iscritti per mezzo della radicalizzazione delle convinzioni tramite la ripetizione a oltranza di concetti già assodati. Se la lettura dei quotidiani è la preghiera del mattino, Repubblica s’è fatta, né più né meno, pura e sacrosanta liturgia; come scriveva Scalfari stesso giovedì 25 ottobre, «la liturgia ha rappresentato per molti secoli la custodia ben sigillata della ritualità tradizionale». Solo che nella circostanza non stava parlando del suo quotidiano ma della nostra religione, in un lungo articolo a margine del sinodo in cui spiegava a Benedetto XVI come far finalmente funzionare il cattolicesimo. La portata liturgica del quotidiano più incontestabile d’Italia e del suo Fondatore spiega il senso di un articolo del genere. Repubblica non ha nulla contro la Chiesa, Scalfari non ha nulla contro il Papa. È solo che non sopportano la concorrenza sleale.

 

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