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René Girard. Il maestro che ci ha aiutato a capire lo scandalo del sacrificio di Cristo operante nella storia

novembre 14, 2015 Pier Giacomo Ghirardini

Quale tremendo bisogno avrebbe questo “tempo dei pagani” di un maestro lucido e profetico come lui

René-GirardPubblichiamo l’articolo contenuto nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Ho conosciuto il pensiero di René Girard grazie all’incontro con Sergio Manghi, solo sette anni fa. Non conoscevo neanche Sergio – che è poi diventato un amico oltre che un riferimento culturale. Sergio, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Parma, è uno dei più significativi discepoli italiani di René Girard – e di due altri grandi del nostro tempo, ossia Gregory Bateson ed Edgar Morin. Il suo allievo Stefano Tomelleri, docente all’Università di Bergamo, ne è diventato, a sua volta, uno dei più importanti studiosi: è fresco di stampa, negli Stati Uniti, un suo libro sul risentimento, con la prefazione di Girard – forse l’ultimo dei suoi scritti.

René Girard è morto, nel sonno, mercoledì 5 novembre. Era nato ad Avignone, il Natale del 1923. Dal dopoguerra viveva negli Stati Uniti e ha insegnato per trent’anni alla Stanford University. Aveva 91 anni. Sergio mi aveva raccontato che da tempo era molto malato, aggravandosi poi per il dolore della perdita della moglie. Leggendo il blog di Sergio su Repubblica, mi consolo perché persino lui, volendo scrivere del “suo” Girard, ricorda fra le altre cose, facendomi sorridere, tutto il fastidio che ha procurato a un numero indefinito di persone per “catechizzarle”, ovviamente non richiesto, alle idee “girardiane”. Ebbene sì, dei girardiani (compreso il sottoscritto, capitato per caso in quest’eterodossa vigna all’undecima ora) non ci si disfa mai più. Per cui, Luigi, abbi pazienza!

Spero però vivamente che, nei prossimi mesi, anche questa rivista, che ha peraltro sempre mostrato sincera attenzione a quest’autore, possa ancora ospitare il contributo di allievi veramente autorevoli del maestro di Avignone: penso, oltre a quelli prima citati, in primo luogo, a Giuseppe Fornari, a cui si deve la pubblicazione in Italia di opere girardiane di fondamentale importanza, e guardando fuori d’Italia, ovviamente, a figure come Jean-Pierre Dupuy. Lo spero perché il nostro “tempo dei pagani” ha un bisogno tremendo di una guida, lucida e profetica, come quella di Girard, che ci aiuti a comprendere e ad accettare la possibilità dello scandalo di Cristo operante nella storia. Una “pietra di inciampo”, anche per molti cristiani e cattolici, che si chiama “apocalisse”: l’ultimo cantiere di lavoro dell’umanità, dove si gioca, qui e oggi, la fragile speranza dell’avvento del regno.

L’“ominizzazione” dell’uomo
In un mondo sempre più distratto ed incapace di apprezzare il “saper fare”, è facile trascurare il dato essenziale che René Girard, prima ancora di essere un grande antropologo e filosofo, è stato un grandissimo paleografo. Senza lo strumento dell’“analisi dinamica” dei testi (antichi e non) portato quasi alla perfezione da Girard, saremmo ancora qui a balbettare con relativistica eleganza come fa l’antropologia culturale à la Lévi-Strauss, per la quale, come scrive Girard, «tutto è linguaggio», ostinandoci a non volere vedere ciò che anche un bambino può vedere.

I dati dell’antropologia girardiana si trovano infatti nei testi. Antichi come quelli dei miti greci, moderni come quelli di Shakespeare o dei romanzieri, eterni come i Vangeli e le epistole di Paolo. Chi si impadronisce degli strumenti di analisi testuale fondati sulla “teoria mimetica” di Girard, è condannato a passare dall’altra parte di una barricata, dove si è costretti dolorosamente ad aprire gli occhi sulle «cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Come scrive Sergio Manghi, «una volta incrociate davvero, occhi negli occhi, diciamo pure mimeticamente, le ipotesi girardiane, esse ci appariranno semplicemente ineludibili»: è come l’incontro con il vecchio marinaio di Coleridge.

L’intero lavoro di questo “nuovo Darwin delle scienze umane”, come alcuni l’hanno salutato, si presenta come un approccio al religioso arcaico nella prospettiva dell’antropologia comparata. Lo scopo era far luce su ciò che Girard definisce come il processo di “ominizzazione”, l’affascinante passaggio dall’animalità all’umanità avvenuto da migliaia di anni. L’ipotesi di Girard, oggi sempre più suffragata dalle scoperte delle neuroscienze (si allude, in questo caso, alla ricerca sui neuroni specchio di Giacomo Rizzolati, Vittorio Gallese ed altri), è “mimetica”: è per il loro imitarsi in misura maggiore rispetto agli animali che gli uomini hanno dovuto trovare un rimedio ad una somiglianza contagiosa che poteva portare alla pura e semplice scomparsa della loro società.

L’uomo – sia questo l’ominide di 2001: Odissea nello spazio che contende la pozza d’acqua agli altri ominidi, o il bimbo che vuole il balocco dell’altro bimbo, o Emma Bovary che si innamora di un uomo banale reso interessante da un’amica (“mediatrice”) che gliene ha magnificato le doti – desidera lo “sguardo desiderante” dell’altro: la natura ci condanna, in assenza di comportamenti innati, come avviene per gli animali diversi dal sapiens sapiens, all’imitazione, con conseguenze incontrollabili, dal punto di vista dell’escalation violenta della “rivalità mimetica”.

Il sacrificio del Figlio di Dio
Questa improvvisa mancanza di diversità, questa “crisi di indifferenziazione”, questo scoprire nell’altro una specie di ingombrante “doppio”, questa eterna rivalità fra fratelli che troviamo in tutte le narrazioni delle culture primigenie (Romolo e Remo, Osiride e Seth, Caino e Abele, e l’elenco sarebbe lungo), doveva trovare un meccanismo capace di reintrodurre una differenza, là dove ciascuno veniva a somigliare sempre di più all’altro: è il “sacrificio”.

L’uomo è generato dal sacrificio, vale a dire che è figlio del “religioso”, una dimensione dove si trova “imbarcato”, come sosteneva Pascal, a prescindere – e senza rendersene conto. Ciò che Girard chiama, ispirandosi a Freud, “assassinio fondatore” – l’immolazione di una “vittima espiatoria” che è insieme colpevole del disordine e restauratrice dell’ordine – è stato costantemente ripetuto nei riti, alle origini delle nostre istituzioni. Dall’alba dell’umanità, milioni di vittime innocenti sono state immolate in tal modo, per consentire ai loro simili di convivere, di non autodistruggersi. È la logica implacabile del “sacro” che i miti cercano di dissimulare, riuscendoci sempre di meno, man mano che l’uomo prende coscienza di sé. L’“uno” che paga per “tutti” è, tristemente, la più grande invenzione dell’umanità.

Ma il momento decisivo, il punto di rottura di questa evoluzione è rappresentato dalla rilevazione cristiana, nell’auto-sacrificio del Figlio di Dio che accetta la croce, per proclamare dalla croce il fondamento violento, satanico, delle religioni arcaiche e di quelle fabbricate dalla modernità (come l’attuale intollerante scientismo, da una parte, e il fondamentalismo islamico, dall’altra), svelando i meccanismi violenti dell’umanità. L’agnello innocente proclama innocenti tutte le vittime, passate, presenti e future, rivelando l’“amore divino” e demistificando la macchina del “religioso umano”. Dopo essere stati lentamente educati dai riti, dal giorno della Passione gli uomini hanno dovuto imparare a camminare senza le loro dannate “stampelle sacrificali”. Senza violenza.

La sconfitta da mettere in conto
È il cristianesimo che “demistifica” il religioso. Ma questa demistificazione in assoluto buona, consistente nell’annuncio evangelico, si esercita nel rischio totale della risposta della libertà umana, per definizione impreparata ad accettarla consapevolmente: non saremmo mai abbastanza cristiani. E questo paradosso si esprime nel fatto che il cristianesimo è l’unica religione che mette in conto la possibilità di una propria sconfitta nel mondo: ma il Figlio dell’uomo troverà la fede al suo ritorno? Questa prescienza si chiama apocalisse, ci insegna Girard, rileggendo un incredibile Clausewitz.

Più gli uomini persisteranno nei loro errori, più la potenza della parola di Dio si affermerà nella devastazione. Entrata nella storia, una volta per tutte, “la verità dell’identità di tutti gli uomini”, anche se gli uomini non vorranno ascoltarla, aggrappandosi sempre più freneticamente alle loro differenze fasulle, sospingerà “all’estremo” il duello fra Verità e Violenza, di cui ci parla Pascal.

Due guerre mondiali, l’invenzione della bomba atomica, i genocidi che avremmo ritenuto non più possibili dopo il “secolo dei lumi”, una catastrofe ecologica imminente, non sono sufficienti a convincere l’umanità, e in primo luogo i cristiani, che i testi apocalittici (specie quelli contenuti nei Vangeli sinottici e negli scritti di Paolo), pur senza avere alcun valore predittivo, ci parlano del disastro in corso. Cosa fare perché vengano ascoltati?

Un’analisi dalle conseguenze incalcolabili
«L’essenziale del mio lavoro è la congiunzione fra l’analisi scientifica e la sola cosa che conta nel cristianesimo, e cioè l’amore fra i discepoli, l’amore gli uni per gli altri»: sintetizzava così il proprio pensiero, lo stesso René Girard, meglio di chiunque altro, in un’intervista apparsa su questa rivista nell’agosto 2001. Girard non a caso ha richiamato più d’una volta quella tesi di Simone Weil per la quale i Vangeli vanno letti come una “teoria dell’uomo” – tesi che spiazza in un sol colpo tanto le teologie più comuni quanto le più comuni anti-teologie ateistiche.

E proprio in un passaggio nel quale sta ribadendo il carattere prioritariamente scientifico-antropologico della sua ricerca sulle Sacre Scritture, avanza una pretesa scandalosa: «La mia analisi non è religiosa, ma sfocia nel religioso. Se essa è esatta, le sue conseguenze religiose sono incalcolabili». Una “pretesa” che ha nel suo cuore la poesia di Hölderlin che accomuna Girard a Ratzinger nella mente e Girard a Bergoglio nel cuore:

Vicino
E difficile da afferrare è il Dio.
Ma dove c’è il pericolo, cresce
Anche ciò che salva.


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4 Commenti

  1. paolo says:

    Dall’epopea di Gilgamesh a Guerre Stellari, dalle stragi dell’Isis all’aborto di Stato, si reitera da sempre il mito monotematico e Girard ci mette in guardia dal suo venefico effetto, dall’errore insito in questa stanca teoria.
    Il cristianesimo è precisamente lo svelamento (ri-velazione, ) di quello che il mito vuole nascondere.
    é la decostruzione del monomito, non la sua reiterazione!
    Per questo l’Accademia non ne vuol sentire parlare, ma addomesticare e svilire il suo svelamento.
    La demitizzazione di tutte le religioni(dal laicismo al fondamentalismo) è il portato perenne del grande Girard.

  2. SUSANNA ROLLI says:

    C’è l’ho fatta a leggere tutto.
    Interessante, difficilotto cogliere al volo, per me e le mie capacità.
    Da conoscere Renè Girard.
    IPerò io la conclusione:
    ‘Una “pretesa” che ha nel suo cuore la poesia di Hölderlin che accomuna Girard a Ratzinger nella mente e Girard a Bergoglio nel cuore’ forse non l’avrei scritta….Il cuore egli altri lo conosce solo Dio, un poco azzardato entrare nel cuore altrui; pechè leggendo questo testo -è possibile- Ratzinger potrebbe risentirsi…Ora -più di prima, forse- si evince dai suoi sguardi -di Ratzinger, dai suoi gesti, dai suoi timidi sorrisi quanto amore aveva lì dentro per tutti…Perchè di amore dentro ad un’anima potrebbe essercene tanto tanto, ma non si vede; se ne sta lì -l’amore- a gonfiare, sciogliere il cuore tanto da arrivare a “paralizzare” un’essere umano; e potrebbe avere diciamo come come sfogo soltanto una lacrima.

    Tutto qua. Spero di non averla offesa con questa mia precisazione, Ghirardini, lei è un grande! Paragonabile a nessuno, ……unico.
    Grazie.

  3. Margherita says:

    Ho studiato Girard per uno dei miei primi esami universitari a Bergamo e ancora adesso dopo tanti anni lo ricordo e lo apprezzo e comprendo più ora di allora. Spero Si studi ancora! Purtroppo peró è difficile comprendere pienamente il suo pensiero quando hai solo 19-20 anni e nn hai un adeguato background di filosofia e teologia. Mi dispiace comunque molto della sua morte.

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