Regno Unito, il ministro dell’uguaglianza dice no al cambio di sesso per i bambini

Liz Truss annuncia provvedimenti affinché chi soffre di disforia di genere non sia sottoposto a trattamenti irreversibili prima dei 18 anni. L’impennata dei baby trans, il buon senso e la rappresaglia gender

«È in corso un esperimento di massa sui bambini, i più vulnerabili»: lo denunciava un anno fa il Times pubblicando una grande inchiesta sull’abuso di terapie bloccanti la pubertà da parte del Gids (Gender Identity Development Service), il servizio di sviluppo dell’identità di genere della Fondazione Tavistock & Portman, la controversa clinica del National Health Service inglese che si occupa di “curare” i minori che soffrono di disforia di genere e da cui si sono licenziati 18 medici in tre anni. Perché? Ragioni “di coscienza”: questo trattamento sperimentale, raccontavano i medici al Times, viene effettuato «non solo sui bambini, bensì su bambini molto vulnerabili, che hanno avuto problemi di salute mentale, abusi, traumi familiari. Ma a volte questi fattori vengono semplicemente insabbiati».

«NO AL CAMBIO DI SESSO PER I MINORI»

L’inchiesta sui servizi di riassegnazione del genere, già al centro di contenziosi in tribunale, ha sollevato un polverone analogo a quello che negli ultimi giorni è stato scatenato dalle dichiarazioni di Liz Truss, ministro delle donne e delle pari opportunità del Regno Unito: il 22 aprile Truss ha annunciato in video al Comitato per le donne e le uguaglianze della Camera dei Comuni che il governo intende apportare modifiche alla legge per impedire a coloro che soffrono di disforia di genere di sottoporsi a terapie irreversibili prima che raggiungano i 18 anni. Truss non discute la libertà di un adulto di fare quello che vuole con il proprio corpo ma quella dei giovani sì, «è molto importante che durante la fase di sviluppo e crescita delle capacità decisionali siano protetti dal prendere decisioni irreversibili per il proprio futuro».

LA RAPPRESAGLIA LGBTQ

Immancabile la rappresaglia social e la reazione della comunità Lgbtq che ha indetto una petizione contro il diabolico ministro che impedirebbe «l’accesso all’assistenza sanitaria ai giovani transgender», che vuole «i bambini morti», «la pandemia ha significato per tutti perdere qualcosa», e invece «di aiutare le donne in balia di uomini violenti» e spiegare perché «muoiono più persone di colore», il ministro promuove una politica «per uccidere le persone». La charity transgender Mermaids ha inoltre accusato Truss di sostenere «l’introduzione di una nuova forma di disuguaglianza nella pratica medica britannica», «crediamo che i giovani transgender debbano avere lo stesso diritto di prendere importanti decisioni personali delle persone non trans».

«VUOI UN FIGLIO VIVO O UNA FIGLIA MORTA?»

Mermaids è uno dei gruppi che secondo i medici sentiti dal Times hanno avuto responsabilità fondamentali nel promuovere tra i genitori la transizione di genere come unica “cura” per i loro figli. «Mermaids dice loro sempre che è una questione di vita o di morte – spiegavano i dottori dopo aver valutato migliaia di giovani i cui genitori chiedevano sistematicamente di indirizzare i loro figli ai trattamenti ormonali su consiglio degli attivisti – “Preferiresti un ragazzo vivo o una ragazza morta?”: la narrazione di Mermaids è ovunque», ha affermato un ex dipendente accusando il gruppo di sfruttare l’ansia dei genitori per promuovere la propria agenda.

2.590 BAMBINI E IL PICCOLO DI TRE ANNI

Per capire di cosa stiamo parlando: nell’anno 2009-2010 sono stati avviati alla Tavistock un totale di 72 giovanissimi – 32 ragazze e 40 ragazzi. Nel 2018-2019 sono stati 2.590 – 1.740 ragazze e 624 ragazzi. Di questo numero di pazienti, aumentato in modo spropositato, erano solo in 30 ad aver compiuto 18 anni: 1.814 giovani aveva meno di 16 anni, 171 avevano meno di 10 anni. Il più giovane, denunciava l’inchiesta del Times, ne aveva solo tre. Tre anni: è stato questo a trattenere al lavoro fino all’ultimo uno dei medici che che aveva parlato al Times, quel numero «enorme di bambini in pericolo. Sono rimasto lì per proteggere i bambini da eventuali danni». I medici ritengono che alcuni bambini gay o dall’identità sessuale confusa, medicalizzati a causa delle pressioni delle lobby di attivisti e dalle ansie dei genitori, vengano di default diagnosticati come “transgender” e avviati ai bloccanti ormonali dopo sedute di tre ore, farmaci di cui nessuno conosce l’effetto a lungo termine sullo sviluppo del cervello.

BLOCCANTI E ORMONI

Nel Regno Unito un minore è tecnicamente autorizzato ad ottenere un intervento chirurgico di riassegnazione del sesso con il permesso dei genitori, molto più comune, tuttavia, è la distribuzione dei “bloccanti della pubertà” e dei trattamenti ormonali tra i sessi, che fanno sì che il corpo non si sviluppi naturalmente e imiti le caratteristiche del genere opposto. Dal 2011 Tavistock consente l’utilizzo di questi farmaci anche in caso di bambini sotto gli 11 anni, trattamenti considerati “reversibili” secondo la clinica, dal momento che basterà sospenderli perché riprenda lo sviluppo del corpo, ma non secondo i troppi esperti che hanno portato Tavistock al centro di un’intensa attività di ispezione e monitoraggio da parte del ministero della Sanità.

LA STORIA DI KIERA BELL

La clinica è infatti stata citata in giudizio da un gruppo di ex pazienti che hanno cercato una volta cresciuti di invertire i trattamenti di riassegnazione: il caso più famoso è quello di Keira Bell che non ha ricevuto stabilmente trattamenti ormonali all’età di 17 anni e una doppia mastectomia all’età di 20 anni, «un percorso tortuoso e inutile, permanente e che cambia la vita. Non credo che bambini e giovani possano acconsentire all’uso di farmaci ormonali potenti e sperimentali come ho fatto io», ha dichiarato Bell, che ha iniziato il suo percorso con i bloccanti della pubertà appena compiuti i 16 anni, quando ha iniziato a identificarsi in un maschio, dopo solo tre appuntamenti di un’ora a Tavistock. E che dopo aver sospeso i trattamenti ormonali per un anno si è ritrovata ancora i peli sul viso, «ormoni e la chirurgia non funzionano per tutti» e «certamente non dovrebbero essere offerti a persone di età inferiore ai 18 anni quando sono vulnerabili a livello emotivo e mentale».

PANDEMIA E BUON SENSO

Secondo i medici, che facevano parte dello staff deputato a decidere se arrestare con i bloccanti ormonali lo sviluppo sessuale di pazienti come Bell o anche piccolissimi, negli ultimi tre anni bambini e adolescenti sono stati avviati al percorso di transizione prima che agli esperti fosse dato il tempo di valutare le cause della loro “confusione” di genere. Spesso storie personali complesse o una possibile omosessualità sono state del tutto ignorate nella fretta di accettare e celebrare la nuova identità transgender del paziente. Non solo, alle preoccupazioni del personale del Gids lo scorso anno hanno fatto eco quelle del professor Carl Heneghan, direttore del Center of Evidence-based Medicine presso l’Università di Oxford: «Data la scarsità di evidenze scientifiche a sostegno, l’uso off-label di farmaci per esiti non coperti dalla licenza del farmaco nel trattamento della disforia di genere si traduce in un esperimento dal vivo non regolamentato sui bambini».

Oggi un ministro promette di dire basta ai bambini-cavie. Chissà se la riscossa del buon senso, ora che la guerra culturale dei bagni e del diritto alle mille identità gender è per forza di realtà passata in secondo piano, sopravviverà anche oltre l’emergenza.