Referendum, “Non solo no”. Avviamo un vero lavoro (ri)costituente

Ieri sera a Milano il giurista Michele Rosboch e Stefano Parisi hanno spiegato il loro “no” al referendum. E proposto un metodo «più ambizioso» per modificare la Carta

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Un “no” costruttivo, ottimista e ambizioso. È questo il riassunto dell’incontro tenutosi ieri sera a Milano organizzato dalla neonata associazione culturale “Esserci” che ha visto, dopo i saluti del presidente Egisto Mercati e davanti a circa trecentocinquanta persone, confrontarsi il “rigeneratore” del centrodestra Stefano Parisi e il giurista torinese Michele Rosboch. Perché “Non solo no”, come da titolo del convegno? Perché sia Parisi sia Rosboch hanno motivato il loro invito al voto al referendum spiegando che un cambiamento della Carta è giusto e auspicabile, ma non secondo la modalità prevista dalla riforma Renzi-Boschi. E dunque, come ha detto Parisi, «meglio lasciare le cose come stanno piuttosto che peggiorarle».

SVILIMENTO DELLA SUSSIDIARIETÀ. «Il “cambiamento” non è per forza positivo», ha esordito il professore torinese: «Dipende da che cosa si vuole cambiare. E qui c’è in ballo una modifica consistente della nostra Costituzione. Lasciatemi dire innanzitutto che tale cambiamento è avvenuto con un metodo non condiviso e attraverso maggioranze variabili, e questo, sicuramente, non può essere considerato un buon segno». Entrando nel merito del nuovo testo, Rosboch ha notato che, sebbene vengano toccati molti articoli, «alcuni nodi, come ad esempio il ruolo del capo dello Stato e del presidente del Consiglio, non sono stati sciolti. Mentre si è intervenuti su Senato, anche se non è ben chiaro come verrà eletto, sul bicameralismo, che da “paritario” diventa “pasticciato” con sette o otto procedimenti diversi, e sui rapporti Stato-Regioni, con una centralizzazione del potere romano in un’ottica che deprime la sussidiarietà». In particolare su quest’ultimo punto, il giurista ha approfondito il discorso, mostrando come la riforma sia all’insegna di “più Stato e meno società”. «C’è un prezzo da pagare, insomma. Ed è lo svilimento dell’autonomie locali. Il combinato disposto riforma-Italicum, poi, rischia di portarci a una “dittatura della minoranza”».

LAVORO COSTITUENTE. Per Parisi la riforma è da bocciare perché non risolve alcun problema istituzionale: «Continua a esserci confusione». Gli esempi sono molti, Parisi ha ricordato il ruolo ambiguo dei nuovi senatori con un particolare affondo sul ruolo dei sindaci: «Ma perché dobbiamo dare a questi amministratori un potere legislativo?». Questa è «una riforma tecnicistica e riparatrice. È priva di spirito riformatore e manca di ambizione. Non si capisce perché “dobbiamo” cambiare così». C’è un problema di fondo che riguarda il rapporto «tra Stato e società, tra Stato e comunità. Ormai lo abbiamo capito: non basta che nella Costituzione ci sia scritta la parola “sussidiarietà” perché questa venga applicata. Occorre rifondare un nuovo rapporto tra cittadini e istituzioni basato sulla fiducia». Questa riforma, invece, non cerca di risolvere il problema, e cioè di ricostruire tale rapporto di fiducia, ma solo di aggirarlo. «Perché non li responsabilizziamo questi politici? Perché dobbiamo accettare che continuino a giocare allo scaricabarile?».
Per questo, Parisi dice “no” a questa riforma, ma “sì” a mettere in campo idee e opere che permettano di «avere un governo forte, stabile e che possa decidere. Ed è importante e imprescindibile che si inizi a occuparsi – come invece non fa questa riforma – anche di questioni fondamentali come la giustizia, un tema che non viene mai nemmeno accennato perché si ha paura». Ecco dunque la proposta: «Votare no, ma poi far partire un lavoro “costituente” che coinvolga da subito i cittadini e chieda loro, anche con quesiti molto diretti, di esprimersi su presidenzialismo, macroregioni, ruolo dei magistrati. Insomma, avviare finalmente quel lavoro che finora non è stato fatto».

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