Referendum, Costa: «La riforma tutela i cittadini più deboli»

Di Francesco Amicone
18 Marzo 2026
Il deputato di Fi ed ex viceministro della Giustizia spiega perché se vince il sì «il giudice sarà più libero» e finirebbe lo strapotere delle correnti. «Non è una riforma di destra»
Una maglietta indossata da un sostenitore del sì al referendum durante l'evento di Fdi a Milano, giovedì (foto Ansa)
Una maglietta indossata da un sostenitore del sì al referendum durante l'evento di Fdi a Milano, giovedì (foto Ansa)

«Il filo conduttore della riforma della giustizia è la sua credibilità», dice a Tempi Enrico Costa, deputato di lungo corso, ex viceministro della Giustizia ed ex ministro per gli Affari Regionali. Secondo Costa, che da alcuni mesi è tornato in Forza Italia dopo varie esperienze nel campo trasversale dei moderati, «parità tra accusa e difesa, merito nelle promozioni dei magistrati e una giustizia che risponde quando sbaglia» sono gli obiettivi della riforma portata avanti dal guardasigilli Carlo Nordio su cui dovranno esprimersi i cittadini votando al referendum del 22 e 23 marzo.

Onorevole, questa è una riforma della destra?
Questa è una riforma sostenuta da esponenti sia di destra sia di sinistra. Anzi, la genetica proviene dalla sinistra, perché dà garanzie al cittadino più fragile, più debole, tutelandolo da indagini inadeguate, lunghe, che causano danni nel lavoro, negli affetti. Lo fa anche separando le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. Colui che giudica non è colui che accusa.

Enrico Costa intercettazioni
L’onorevole Enrico Costa in Aula in una foto del febbraio 2024 (Ansa)

Perché la riforma tutelerebbe i più fragili?
Chi ha più mezzi, più potere, risente meno di un processo che dura anni. Non solo per il costo degli avvocati. Si può perdere tutto il patrimonio. La riforma rende il giudice, soprattutto nell’indagine preliminare, più forte, più libero.

Più libero di dire “no” al pm?
Oggi il gip è oppresso e accontenta il pm per non vedersi schiacciare dal suo potere mediatico. A fare notizia è l’indagine del pm. Anche per questo, il lavoro del gip a volte diventa quello di “passacarte”, con pochi dinieghi alle richieste di chi indaga.

La fase dell’indagine preliminare è la più delicata in un processo?
L’attenzione dei media oggi non è sul dibattimento ma sull’indagine. Durante la fase investigativa c’è una clava mediatica contro le persone. La difesa non può controdedurre e il pubblico tende a prendere per oro colato quello che dice il pm, che da molti è considerato un giudice. Il gip acconsente alle richieste di intercettazioni, custodia cautelare, proroghe, rinvio a giudizio anche prive di fondamento.

L’essere indagato può essere percepito come l’anticipo di una condanna.
Di recente il procuratore di Napoli Nicola Gratteri ha diviso i cittadini tra “persone perbene” e indagati e imputati. È un punto di vista agghiacciante. Oggi, ci sono 400 mila archiviazioni di indagini all’anno e 100 mila assoluzioni.

Si potrebbe obiettare che il problema mediatico deriva dal segreto d’ufficio.
Nel 2023, ho fatto una proposta di modifica del codice di procedura penale, poi approvata, per introdurre il divieto di pubblicazione del testo delle ordinanze di custodia cautelare durante l’indagine preliminare. Me ne hanno dette di ogni. L’hanno chiamato “legge bavaglio”. Quella norma serve a garantire riserbo.

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Lei ha parlato della debolezza del gip. Qual è il punto debole del pm, invece?
Anche se dovrebbe avere un ruolo neutrale quando indaga, in Italia il pm si afferma con l’inchiesta, non con la condanna. La valutazione della sua professionalità non tiene conto dell’esito dei processi. L’attuale Csm mette i magistrati sullo stesso piano. Se ci fossero le graduatorie sarebbe diverso e le nomine a incarichi direttivi non dipenderebbero dalle scelte delle correnti.

Cosa ne pensa della riforma del Csm?
Con il sistema a sorteggio, ci sarebbe un affievolimento dello strapotere delle correnti. Dicono che gli iscritti sono solo 2.100, però sono loro oggi che scelgono i nominati nelle liste per il Csm.

Sulle sanzioni disciplinari deciderà un’Alta Corte, non più il Csm. Perché?
È giusto togliere l’ambito disciplinare al Csm, che sceglie nomine, assunzioni, trasferimenti. Lo diceva anche il Pd. C’è l’esigenza di un soggetto diverso che decide sulla responsabilità dei magistrati. Anche perché, se l’eletto giudica chi lo fa eleggere, c’è il rischio di eventuali compensazioni.

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