Il “diritto alla vita” prevede la riapertura delle fabbriche. E non solo

Habermas critica “l’utilitarismo” di chi vuol far ripartire l’economia nonostante il pericolo del virus per l’uomo. Le Monde e Corriere della Sera annuiscono. Qualcosa non torna

Jürgen Habermas

Cronache dalla quarantena / 32

Quando leggo i liberal non so se piangere o ridere. Fanno affermazioni roboanti che non hanno senso logico nel loro stesso sistema di idee. Ma danno a credere a se stessi e ai loro spensierati lettori di crederci sul serio.

Prendete lo Jürgen Habermas – «probabilmente il più grande filosofo vivente» – intervistato da Le Monde e riverito dal Corriere della Sera con titolazione da antica etichetta FS Borrelli-pool-mani pulite. Secondo Habermas, la fase 2 della pandemia alla quale «bisognerà resistere, resistere, resistere», sarà quella del «rischio utilitaristico». Infatti per “utilitarismo” si intende non solo l’“egoismo” della Germania, ma anche il rimettersi in moto delle attività economiche.

Sintetizza il Corriere: «La fase 2? Più che una sfida pratica, una sfida etica. Anzi, la sfida etica più a rischio di portare nocumento l’intangibilità della vita umana». Perché in effetti se il filosofo illustre e il benpensante di sistema può campare di rendita, beh!, dal proletariato urbano in su, passando dal padroncino di campagna alla partita Iva, c’è poco da resistere tre volte al cosiddetto “utilitarismo” che fa ripartire  le attività.

Ma sono gli argomenti pro-life contro ogni “utilitarismo” che colpiscono. Davanti alle pressioni per la riapertura delle fabbriche, negozi e attività produttive «i diritti fondamentali impediscono che lo Stato metta in conto la morte di persone fisiche». «Come dice l’articolo 2 della Costituzione tedesca – ribadisce Habermas – «ciascuno ha diritto alla vita e all’integrità fisica».

È così tonitruantemente vero tutto ciò, che tutti i benpensanti la pensano esattamente come «il più grande filosofo vivente». Tranne però che la morte dei bambini in pancia la considerano un sacro diritto alla vita. Non mi voglio soffermare nell’esagerare l’argomentazione. Però è evidente che in una intervista in cui ci sono più appelli alla difesa della vita che in un comunicato dell’ufficio stampa di Pro Vita di Brandi e Pillon, si capisce il mendace della mentalità dominante.

Difesa della vita umana. Sì. Ma, come la corrente, a ragione alternata. Piuttosto. Per fare un esempio di ragionare laico non mendace. Quando ho letto una delle magnifiche pagine del magnifico Mattia Ferraresi sul Foglio, mi è passato un brivido. Sembra non c’entrare nulla con le conseguenze della Pasqua. Ma che un formidabile giurista di Harvard, convertito dall’episcopalismo al cattolicesimo, si trovi oggi tra due fuochi – attaccato da destra e da sinistra – perché (mio personale sospetto) il cattolicesimo lo ha reso chestertonianamente più intelligente (ovvero, come diceva don Giussani: «Vedo le stesse cose che vedete voi, ma io vedo di più»), non sono pinzillacchere secondo me.

Il professore si trova tra due fuochi non perché ha illustrato in svariati interventi e perfino testimoniato davanti al Papa quanto ha fatto di buono e di bello Gesù nella sua vita. Ma perché ha una ragione nuova. Così nuova – ecco perché gli attacchi da repubblicani e da democratici – che genialmente propone una visione della Costituzione americana che supera a destra l’originalismo dei conservatori (la Costituzione è quella lettera morta lì, non c’e niente da interpretare, e fin qui hanno senz’altro ragione i conservatori). E a sinistra supera i liberal per i quali “libertà” diventa tutto e il suo contrario (i liberal, come suggerito sopra, hanno raramente ragione e quando ne hanno un po’ normalmente zoppica). 

Ed ecco dove sta il brivido, perché è un giudizio (quello che il nostro professore ha dato della storica sentenza Roe vs Wade, 1973, sentenza che sdoganò l’aborto come acqua chiara negli Stati Uniti d’America e di lì le leggi abortiste in tutto il mondo) che non mi pare aver sentito prima espresso con tanta chiarezza consequenziale. Lo dico con le mie parole, Ferraresi mi corregga, ma l’idea del prof è la seguente: se c’è esistenza, c’è significato e c’è mistero nella vita umana, e c’è dunque il diritto e dovere di ogni essere umano, perché dotato di ragione, alla ricerca del vero, del giusto, del bello (della felicità insomma), non solo si deve rifiutare una sentenza – una sentenza! – che impone il relativismo come metro di misura della legalità, del bene giuridico e del bene morale per la società. Ma si deve rifiutare soprattutto la sua argomentazione fondata sull’ammettere un potere assoluto al desiderio di ciascuno di definire cos’è esistenza, cos’è significato, cos’è mistero della vita umana. È una argomentazione di puro potere al servizio del puro potere, dice in sostanza il nostro prof. Perciò «si deve considerare abominevole e esiliare dal regno delle cose accettabili per sempre».

Non è una posizione fondamentalista o puramente pro-life. È esattamente il contrario. Se qualcosa o qualcuno c’è e dalla rivelazione di questo qualcosa o qualcuno dipende la vita umana, il suo mistero è il suo significato, fondamentalismo e prepotenza è sentenziare che non c’è ipotesi di rivelazione accettabile se non quella perimetrata dalla sentenza stessa. Ciò significa imporre come legale e giuridicamente accettabile nella società, un perimetro di azioni che non rivela niente a nessuno se non il desiderio di ciascuno. Insomma c’è del sano perfino a Harvard!

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