Anche sulla crisi dei profughi arriva la sentenza creativa che rischia di squilibrare tutto

Il giudice interroga il presunto profugo e dubita che costui in patria corra seri pericoli: infatti scrive che non crede alla sua militanza anti-regime in Gambia. Però…

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Un tempo, tra gli anni Sessanta e Settanta, c’erano i pretori d’assalto. Magistrati illuminati dal sacro fuoco dell’Ideologia, rivoluzionari in toga che si caricavano del senso della Storia e si trasformavano in giustizieri robinhoodiani. Un torto (sociale) da sanare? Un’ingiustizia (sociale) da risarcire? I pretori andavano all’assalto e colpivano, sentenziando politicamente oltre l’aridità della norma formale del diritto borghese. Mezzo secolo dopo, qualcosa del genere sembra essere avvenuto alla prima sezione civile di Milano.

La sentenza risale allo scorso 31 marzo, ma la notizia è uscita solo ora. Un giudice, Federico Salmeri, è intervenuto con verve rivoluzionaria su una delicata questione di diritti umani. Al tribunale si era rivolto un giovane immigrato del Gambia, giunto a Milano professandosi «profugo politico». Ascoltato dalla commissione prefettizia, incaricata di verificare il suo status, il giovane aveva dichiarato di essere fuggito dal suo paese perché attivista del partito d’opposizione al regime: «Per me c’è pericolo – aveva dichiarato – perché il presidente vuole arrestarmi come ha già fatto con mio padre. In Gambia lavoravo in ospedale, dove facevo le pulizie, ma avrei presto perso il lavoro perché anche l’ospedale è del presidente».

Cosa dice la legge del 2007? Che per ottenere lo status di profugo bisogna dimostrare di avere subìto atti di persecuzione, politica o religiosa. Ebbene, la commissione prefettizia analizza le parole del giovane e scopre che costui ha dichiarato il falso. Istanza respinta. A quel punto la procedura prevede il diritto a un ricorso, che il gambiano presenta regolarmente alla prima sezione civile. Ed è qui che interviene il giudice Salmeri. Il quale interroga il presunto profugo, e dubita che costui in patria corra qualche serio pericolo: infatti scrive che c’è da «dubitare significativamente sulla effettiva e seria militanza politica del ricorrente». Aggiunge Salmeri che «il ricorrente non risulta nemmeno riconducibile a categorie esposte a violenze, torture o altre forme di trattamento inumano che legittimerebbero il riconoscimento della protezione» da parte dello Stato italiano. Quindi il gambiano è davvero un mentitore e la sua domanda d’asilo è inammissibile. Però…

Però il giudice Salmeri fa la sua piccola rivoluzione. E in nome della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dei patti internazionali che garantiscono «livelli di vita adeguati a ogni individuo», sentenzia che il gambiano debba comunque restare in Italia. Forse rendendosi conto del rischio di squassare ogni compatibilità economica, Salmeri aggiunge (chissà in base a quale logica) che, contro la sua tesi, «non vale sostenere che possa comportare il rischio di un riconoscimento di massa della protezione umanitaria».

Invece la sentenza rischia di aprire una folle falla. Perché davanti alla prima sezione civile di Milano i ricorsi dei presunti profughi, quelli che la prefettura ha stabilito essere falsi, sono migliaia. E crescono come un fungo velenoso. Per l’esattezza, erano stati 636 nel 2014; nel 2015 sono quasi triplicati a 1.679 e solo tra gennaio e febbraio 2016 sono stati 807: si prevede che da qui a dicembre potrebbero essere oltre 6 mila. Immaginate che cosa potrebbe accadere se troveranno altri Salmeri sulla loro strada?

Se ne sono accorti al Consiglio superiore della magistratura, dove c’è chi vuole aprire una pratica sul caso perché la sentenza «si pone in frontale contrasto con la normativa interna e comunitaria, riconoscendo il diritto alla protezione non solo ai rifugiati per motivi umanitari, ma anche a migranti per motivi economici».



Foto Ansa

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