Processo alla stampa, serva sciocca del potere

Il caso Palamara e la guerra per bande tra magistrati con la stampa asservita alle correnti delle toghe. Intervista a Filippo Facci (Libero)

Usciremo mai dal circo mediatico giudiziario? «No, è un fenomeno irreversibile», dice a Tempi Filippo Facci, giornalista di Libero. «Servirebbero decisioni drastiche e draconiane, che oggi nessuno ha la forza di prendere. Chi in passato ci provò, fallì. Oggi per rimettere ordine nella magistratura ci vorrebbe una nuova costituente».

Domenica 24 maggio Facci ha scritto su Libero un lungo articolo (“Il partito dei pm detta, i cronisti vassalli scrivono”) in cui, prendendo spunto dal gran bailamme creatosi intorno alle intercettazioni del magistrato Luca Palamara, mette il dito nella piaga del rapporto tra informazione e giustizia, tra giornalisti e magistrati.

Una corrente contro l’altra

Rapido riassunto a beneficio del lettore distratto: Palamara, ex presidente dell’Anm, ex membro del Csm, ex capo di Unicost (la corrente “di centro” delle toghe), insomma, non uno qualsiasi, è finito al centro di un’indagine per un giro di corruzione e favori all’interno del Csm. Dalle intercettazioni delle sue conversazioni – captate col terrificante trojan – è emerso il consueto ginepraio di millanterie, conoscenze, pressioni di alto livello che hanno messo in serio imbarazzo la magistratura. Non solo: dalle chiacchierate di Palamara emerge anche il coinvolgimento dei cronisti dei grandi quotidiani che, come mette in evidenzia Facci nel suo articolo, fanno la figura dei servi sciocchi, asserviti a quella o a quell’altra corrente di magistrati, intenti a farsi la guerra tra di loro per questa o quell’altra carica.

“Orientare Repubblica”

Ecco dunque squadernato su carta il segreto di Pulcinella: pm e cronisti non sono anime immacolate dedite alla ricerca della verità, anche loro brigano, s’accordano, sputtanano Tizio o Caio in nome di un opaco interesse di cordata.

«Ci sono intercettazioni – ha scritto Facci su Libero – con magistrati che decidono su come “orientare il quotidiano” Repubblica (non due toghe scalzacani: uno era vicepresidente del Csm, l’altro l’ex segretario dell’Associazione magistrati, leader della corrente Unità per la Costituzione) e un’altra toga che straparla di un cronista che sarebbe legato ai servizi segreti (che sono le fonti più inaffidabili in assoluto)».

Una volta tanto, insomma, a finire nei titoli dei quotidiani non sono i nomi di imprenditori o politici, ma quelli di giornalisti e magistrati. O meglio: su alcuni giornali se ne parla, su altri la faccenda si fa più confusa e complessa, se ne parla un po’ sì e un po’ no, di certo non si compaiono i nomi dei colleghi coinvolti. 

L’acqua con l’olio

«E qual è la sorpresa?», chiede smaliziato Facci a Tempi. «Perché dovrebbero dare la notizia che li vede sul banco degli imputati? Infatti la ignorano». Eppure ce ne sarebbe a sufficienza per far scoppiare “magistratopoli” o “giornalistopoli”. «La situazione è grave perché qui c’è la conferma che in Italia esiste una categoria di persone, i magistrati, che sono gente non eletta, che gode di un potere assoluto e senza alcun antagonista». Gli antagonisti chi dovrebbero essere? «I politici, ad esempio», risponde Facci, «ma questi, da destra a sinistra, si sono tutti calati le braghe. Il centrodestra, che pure avrebbe potuto intervenire quando era al governo, non ha fatto niente per pavidità. E la sinistra, anche nella sua componente dalemiana, la più diffidente nei confronti dei giudici, ha peccato di “collaborazionismo”, finendone risucchiata».

L’ultimo volta che si è provato a cambiare qualcosa è stata usata quella che Facci definisce la “strategia dell’acqua con l’olio”: «Quando era guardasigilli, Andrea Orlando ha provato a mettere insieme politici e magistrati, ma, appunto, è finita male come con l’acqua e l’olio: non si mischiano, sono incompatibili». Per non parlare dei grillini che del panpenalismo che soffoca la nostra società sono gli alfieri. «S’arrabbiano se dici che la riforma della prescrizione gliel’ha dettata Piercamillo Davigo, ma, nei fatti, è così: tant’è che Davigo lo volevano al ministero».

La stagione di Mani Pulite

Non è solo la politica ad essersi arresa allo strapotere delle toghe, anche l’informazione s’è accodata. Facci ne parla dai tempi di Mani Pulite, quando, da cronista dell’Avanti!, si trovò nella singolare posizione dell’appestato. «Quella fu una stagione unica – ricorda – perché la grande stampa s’era organizzata in pool per eliminare la concorrenza. I verbali venivano presi e trascritti. Prima di allora, si era divisi in schieramenti: Peter Gomez del Giornale con Goffredo Buccini del Corriere, i due di Repubblica, Luca Fazzo e Piero Colaprico, e così via. In un certo senso, una divisione in bande simile a quella di oggi».

Pubblicare le intercettazioni

Oggi, appunto, i quotidiani fanno da cassa di risonanza a quella o a quell’altra corrente di magistrati, «con il paradosso di un giornale come Il Fatto quotidiano che ad alcune toghe è completamente asservito». Ma si tratta del ruolo dei burattini, perché i fili sono sempre tenuti dai magistrati che usano i giornali «come strumenti per bloccare o sbloccare una nomina, per mettere in buona o cattiva luce un giudice piuttosto che un altro». C’è una responsabilità dei cronisti, ma ce ne è una anche dei direttori, dice Facci. Forse una volta era valida la scusa che “pubblicare le intercettazioni” faceva guadagnare copie, ma oggi? «Oggi non più. Sfido chiunque e capirci qualcosa. Ormai nemmeno i direttori e i caporedattori si raccapezzano più: pubblicano per disperazione». Gli articoli di “giudiziaria” sono spesso comprensibili solo ad un ristretto circolo di lettori interessati, contengono messaggi cifrati, «tant’è vero che non interessano più a nessuno. Ma tutto questo ha una controindicazione: poiché non ti fanno guadagnare copie, se non sono funzionali al tuo scopo, puoi anche non pubblicarli».

È scoppiata la bomba

Ed eccoci al “caso Palamara”: «La bomba è scoppiata perché hanno esagerato con gli strumenti invasivi, appunto il famigerato trojan, che si sono rivoltati loro contro». E adesso? Possibile tornare a un punto di equilibrio? Facci è scettico: «Servirebbero riforme forti, chiare e non interpretabili. Bisognerebbe avere il coraggio di proibire completamente la pubblicazione del materiale prodotto dalle indagini preliminari». Niente riassunti, niente formule tipo “di rilevanza pubblica”, niente di niente. «Una norma che dica semplicemente che su questo materiale non c’è diritto d’informazione e che punisca severamente chi trasgredisce». Una legge di un solo rigo: è vietato publicare le intercettazioni, non sarebbe perfetta, non romperebbe finalmente il giochino dei ricatti? «Infatti non la faranno mai. Chi ha il potere non ci rinuncia volontariamente».

Foto Ansa