Primavera araba, due anni dopo: Egitto a rischio dittatura islamica, Libia nel caos, Tunisia in crisi

Il 17 dicembre 2010 il tunisino Bouazizi si dava fuoco per protestare, dando inizio alla Primavera araba, che ha fatto cadere i regimi di Tunisia, Libia e Egitto. Nei tre paesi, però, ora comandano confusione, crisi e estremismo islamico.

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Il 17 dicembre 2010, esattamente due anni fa, il tunisino Mohammed Bouazizi, venditore ambulante di Sidi Bouzid, si dava fuoco per chiedere dignità e protestare contro la polizia del dittatore tunisino Ben Ali che gli aveva sequestrato la merce. Quel gesto portò in strada migliaia e migliaia di persone in tutta la Tunisia dando inizio alla cosiddetta Primavera araba, l’insieme di proteste e rivolte che hanno sconvolto il mondo arabo e che hanno fatto cadere i regimi di Tunisia, Libia e Egitto. Oggi, a due anni di distanza, l’entusiasmo della prima ora è scomparso: i tre paesi simbolo della rivolta si trovano in forte crisi economica, a rischio dittatura islamica e sono teatro di scontri sociali tra islamisti e laici. Come diceva in tempi non sospetti un esperto come il gesuita e docente di storia araba e islamologia all’università di Beirut Samir Khalil Samir, le rivolte sono scaturite da un «anelito autentico dei giovani che chiedevano cambiamento, giustizia e libertà» ma «i fondamentalisti islamici hanno preso il sopravvento». Vediamo la situazione della Primavera araba a due anni di distanza nei paesi dove ha portato i maggiori risultati: Tunisia, Libia, Egitto.

TUNISIA. In Tunisia il governo provvisorio è dominato dagli islamisti di Ennahda (Fratelli Musulmani). Oggi, durante le celebrazioni per commemorare l’inizio della Primavera araba a Sidi Bouzid, il governo è stato contestato da una folla di migliaia di persone che hanno chiesto le «dimissioni del governo», guidato dal presidente Moncef Marzouki. A inizio mese il sindacato UGTT, che conta 500 mila aderenti, ha protestato per la mancanza di lavoro e per le dimissioni del governo. In risposta, la sede è stata assalita da una folla di estremisti islamici: 252 i feriti. Nonostante la caduta del regime, la situazione economica della Tunisia è peggiorata: il tasso di disoccupazione generale resta al 20 per cento, che sale a un vertiginoso 75% nel caso delle donne, il governo ha ottenuto 485 milioni di dollari di prestiti dagli Stati Uniti, 600 milioni dal Giappone e 500 dalla Banca Mondiale ma a causa dei continui scontri tra i settori islamisti e laici della società, gli investitori privati stentano a tornare in Tunisia, abbandonata durante le rivolte. Il deficit del paese è aumentato di due punti nel 2011, raggiungendo il 7,3% del Pil, la crescita diminuita ha fatto registrare il -2% (ma dovrebbe migliorare a fine 2012 secondo il Fmi) e le riserve di valuta estera sono scese a 6,7 miliardi rispetto ai 9,5 del 2010.

LIBIA. La Libia è sicuramente il paese più in difficoltà. La caduta di Gheddafi, ad opera dei ribelli aiutati dalla Nato, ha lasciato sul suolo libico centinaia di bande armate che si scontrano tra loro, contendendosi intere città e aree della Libia, mentre lo Stato si è dichiarato «impotente». Per frenare la crescente instabilità del paese, ieri il Parlamento libico ha deciso di chiudere le frontiere con Chad, Niger, Sudan e Algeria nel tentativo di arginare l’arrivo da quei paesi di terroristi. Il sud della Libia, invece, è stato dichiarato zona militare. Nel sud, infatti, lo Stato è debole e la regione è in mano alle milizie armate. Perfino Tripoli è teatro di scontri tra le diverse bande, senza contare che nella capitale i salafiti hanno distrutto un antico santuario sufi con i bulldozer in pieno giorno senza che la polizia riuscisse a intervenire. Ancora più grave la situazione nell’est del paese, dove a Bengasi la brigata Ansar al-Sharia è riuscita ad assaltare l’ambasciata americana e a uccidere l’ambasciatore Chris Stevens. Inoltre, secondo un rapporto della Cia, la Libia sta diventando base di appoggio di Al Qaeda.

EGITTO. Il paese dopo la caduta di Mubarak è spaccato in due tra chi sostiene gli islamisti estremisti e i Fratelli Musulmani e chi ritiene che la dittatura islamica di Mohamed Morsi stia vanificando tutti gli sforzi di chi ha fatto la rivoluzione. Ieri il popolo egiziano si è recato alle urne per votare con un referendum la nuova Costituzione. La votazione sarà completata il 22, ma secondo le prime previsioni la Carta passerà con il 56% delle preferenze. La bassa percentuale è dovuta al modo in cui l’Egitto è arrivato al voto: la Costituzione è stata scritta a colpi di maggioranza dagli islamisti – mentre liberali, socialisti e cristiani abbandonavano in protesta l’Assemblea costituente -, per impedire che l’Assemblea venisse sciolta perché irregolare Morsi ha emanato una Dichiarazione costituzionale con sui si appropriava di poteri assoluti maggiori di quelli di Mubarak. La Costituzione, con tendenze islamiste e liberticide, è stata votata ieri attraverso un referendum popolare nonostante nelle ultime settimane ci siano stati pesanti scontri nelle piazze tra laici e sostenitori dei Fratelli Musulmani, tanto che è dovuto intervenire l’esercito. Come affermato a tempi.it dal portavoce della Chiesa cattolica egiziana p. Rafic Greiche, la società è divisa in modo irrimediabile «Non solo tra cristiani e musulmani, ma anche tra liberali, socialisti e fondamentalisti islamici. Quando l’Islam diviene politicizzato si trasforma automaticamente in una dittatura fascista. E ora siamo di fronte alla minaccia dell’introduzione della sharia come prima fonte di diritto». Ecco perché, a due anni di distanza da quel 17 dicembre 2010, la Primavera araba assomiglia sempre di più a un inverno.

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