«Se gli uomini qualunque si aggrappano al mondo vissuto è perché non si fidano più dei sacerdoti del mondo pensato, siano essi scienziati, tecnici, burocrati o politici. È perché se ne sentono sociologicamente e antropologicamente non soltanto distinti, ma respinti». L’osservazione è del professore Giovanni Orsina che in un commento sulla Stampa (12 dicembre) ha spiegato meglio di chiunque altro cosa stia accadendo a livello politico sullo scenario mondiale. Il politologo della Luiss ha scritto che è ancora presto per parlare di post-populismo, soprattutto perché ancora non si è ben compreso cosa sia stato il populismo e ancora oggi se ne dà un’interpretazione distorta. La sua espressione politica (per semplificare: M5s e Lega in Italia, Trump in America, Vox in Spagna, Le Pen in Francia) è certamente mutata e si è “normalizzata”: si è cioè prodotta quella «romanizzazione dei barbari» che lo stesso Orsina aveva prefigurato anni fa, ma ancora non si è compreso appieno cosa abbia generato.
Qui, il commento del professore sfonda il perimetro della mera osservazione politologica. Rubando la metafora letteraria allo scrittore Stefano d’Arrigo, Orsina osserva che oggi esista uno iato tra il “vistocongliocchi” e il “sentitodire”, cioè tra l’esperienza diretta che si fa delle cose e ciò che si apprende perché comunicato da altri. «Che i migranti pagheranno le pensioni agli italiani è un sentitodire», esemplifica Orsina, «che li si incontri sulla soglia dei supermercati col cappello in mano è un vistocongliocchi. Il rischio di default dell’Italia è un sentitodire, disoccupazione e povertà sono un vistocongliocchi». Il populismo ha avuto fortuna perché una larga fetta della popolazione mondiale, sentendosi esclusa dalla globalizzazione, s’è ribellata a un’ideologia (il globalismo) che voleva convincerla che sarebbe stato vantaggioso per tutti uniformarsi a un unico stile di vita: più moderno, più tollerante, più fluido, più interconnesso. Un mondo “pensato” da una élite di esperti e competenti ha cercato di imporsi su un mondo “vissuto” da una maggioranza. «L’ondata populista è scaturita in definitiva da una rivolta del piccolo contro il grande, del concreto contro l’astratto, del vicino contro il lontano, del presente contro il futuro», ha scritto Orsina, con un’osservazione che sarebbe piaciuta a T. S. Eliot che aveva profetizzato tutto questo già cento anni fa nel saggio Notes towards the definition of culture.
Il fossato tra il “vedere” e il “pensare” è stato scavato soprattutto dalla cultura progressista, ha notato ancora Orsina in un commento apparso sulla Stampa (27 dicembre), che ha, da un lato, demonizzato il populismo, ma, dall’altro, ha cercato di blandirlo, di drogarlo, di inglobarlo (la vicenda Pd-M5s è un buon esempio di questa dinamica). Ora, al di là di queste osservazioni, c’è da notare che l’uomo di ogni tempo non può vivere senza credere come vero quel che sperimenta (vistocongliocchi), né può vivere mettendo in dubbio tutto quel che gli viene detto (sentitodire). Il problema, se vogliamo andare al fondo esistenziale della faccenda, è che tra i due ambiti vi deve essere corrispondenza: si deve in qualche modo poter fare esperienza di quel «visibile parlare» di cui dice Dante in Purgatorio X. E perché ciò accada è necessario che ognuno possa verificare che quel che gli viene trasmesso è aderente a quel che gli succede.
Così arriviamo al nocciolo della questione: perché l’uomo dei nostri giorni non sia lasciato solo in questa verifica alla mercé dei tiranni del sentitodire (pensiero unico) o dei saltimbanchi del vistocongliocchi (i complottisti), è necessario che egli viva in comunità in cui il suo giudizio sulle cose che vede e sente possa essere confrontato, corretto, indirizzato, così da essere libero e fecondo. Se lo Stato, i media, il mondo della cultura mortificano quegli ambiti di persone che si aggregano intorno a ciò che avvertono come vero per sé e per tutti, vanno osteggiati e cambiati. Il Potere cambia il suo volto nel corso dei secoli, ma sempre questo fa: divide et impera. Noi dobbiamo tenere insieme le cose e le persone: è il primo segno che non ci siamo arresi a vivere a nostra insaputa.
Foto Ansa
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