Il politico cristiano non può separare la propria fede dall’impegno pubblico
Quale magistrato della Corte dei conti ricopro, in questo momento, anche la funzione di Vice Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei ministri. Inoltre, ho la fortuna di essere il Segretario del Comitato nazionale per le celebrazioni dell’ottavo centenario della morte di San Francesco, che il Poeta Davide Rondoni autorevolmente presiede. In tale veste, godo di un osservatorio privilegiato per compiere alcune riflessioni riguardo alla lettera che San Francesco inviò ai reggitori dei popoli, potestà, consoli e magistrati, categoria, quest’ultima, nella quale, sommessamente, rientro io stesso.
Le considerazioni che mi accingo a svolgere sviluppano una riflessione sollecitata da Annalisa Teggi che, moderando con maestria una sessione di lavoro, ha provocatoriamente ricordato il monito con cui il Santo apre la lettera: “il giorno della morte si avvicina”. Quest’avvertimento non sollecita in me sentimenti “lugubri” perché proprio San Francesco subito dopo si rappresenta quale “servo nel Signore Dio, piccolo e disperato” e “augura salute e pace”. Nella grande Umiltà del Santo io leggo un’esplosione di gioia che si offre nel messaggio ai reggitori dei popoli, chiunque essi siano. Il richiamo alla morte è un avvertimento colmo di concretezza nel soppesare l’attrazione mondana. Ricorda che, nella sua e nostra visione eterna della vita, tutto ciò che facciamo su questa terra, per quanto lo si faccia per un lungo periodo, è comunque a tempo limitato e finito. Ora tutto sta nella scelta di come vivere questo tempo limitato. Abbiamo esempi straordinari di ragazzi che hanno deciso di vivere l’eternità già nel “limitato” passaggio terreno; penso a Carlo Acutis, che riposa e offre la propria testimonianza proprio lì ad Assisi, vicino a San Francesco; penso a Rosario Livatino, il magistrato eroe; penso a Pier Giorgio Frassati. Tutti loro, nei pochi anni concessi su questa terra, hanno anticipato l’eternità. E allora penso anche a Chiara Luce, alla sua affermazione che la morte non esiste in quanto la vita è soltanto un passaggio, una corsa per poi lanciarsi col trampolino verso l’eterno.
Tornando al mio lavoro a stretto contatto con la Politica, nel richiamare il destino mortale di ognuno non sento tristezza o paura, ma leggo il quotidiano impegno dell’amministratore, del giudice, del dipendente pubblico, visto con gli occhi di “sorella morte”. Il significato della nostra vita non è nella scadenza più o meno lunga, ma nel senso che gli attribuiamo, è nel significato del nostro agire verso un obiettivo. È questo che dà valore e spessore a ciò che compiamo ogni giorno.
Può sembrare un esercizio sterile, ma in realtà, se si opera alla luce dei Vangeli dove, proprio nelle liturgie dello scorso agosto, c’è un richiamo a vigilare contro la cupidigia, a non essere stolti inseguendo un’egoistica ansia accumulatrice, tutto acquista significato.
Come ricorda il Vangelo secondo Luca, infatti: «Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia, perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai beni che possiede».
Gesù racconta la parabola di un uomo ricco che, avendo avuto un raccolto abbondante, decide di costruire magazzini più grandi per accumulare i suoi beni, ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?».
Possiamo costruire tutti i silos che vogliamo, ma se questa notte ci viene richiesta la vita, quei silos rimarranno pieni per qualcun altro.
Per questo Gesù dice loro: «Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma».

Nel Vangelo di Luca, Gesù pone la domanda: “Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente?” riferendosi a un servo che il padrone metterà a capo della sua servitù per distribuire le risorse al momento giusto. L’amministratore fidato e prudente è colui che agisce con saggezza e fedeltà nella gestione dei beni affidatigli, assicurandosi che gli operai ricevano il necessario al momento giusto. La parabola insegna che tali “manager” ante litteram sono beati quando il Signore li scopre ad agire così, con responsabilità e dedizione nel servire. Questo insegnamento è un richiamo alla responsabilità spirituale e alla gestione fedele dei “doni” o “talenti” che ogni persona riceve, siano essi materiali o spirituali.
Sapendo che questa è la missione affidata ai gestori dei beni pubblici dobbiamo immergerci nella fede e pregare anche per i nostri politici e amministratori. Ad agosto del 2024 proprio Papa Francesco ci ha invitato a pregare affinché i leader politici si pongano davvero in uno spirito di servizio dedicandosi a promuovere lo sviluppo integrale della persona, operando per il bene comune, sostenendo chi ha perso il lavoro e dedicando particolare attenzione ai più poveri. È l’immagine di una Politica autentica, con la P maiuscola, capace di ascoltare la realtà concreta, di offrire risposte immediate.
In questo contesto si inserisce con grande efficacia il discorso di Leone XIV rivolto a un gruppo di pellegrini francesi, pronunciato lo scorso 28 agosto 2025 e nel quale, senza possibilità di equivoco, dice che il politico cristiano non può separare la propria fede dall’impegno pubblico. La virtù della carità, ricevuta con il battesimo, afferma il Papa, deve guidare il politico verso il bene comune, verso la costruzione di una società giusta, armoniosa e prospera. Anche di fronte a pressioni, direttive di partito o “colonizzazioni ideologiche”, il politico deve avere coraggio, dire «no» quando è necessario e operare con integrità sotto lo sguardo di Dio. Difficile? Può darsi, ma il Santo Padre indica con chiarezza che solo l’unione con Cristo può dare al politico la forza per affrontare le sfide e servire efficacemente la comunità.
Così si comprende meglio anche l’esortazione di San Paolo ai Colossesi: “fate morire ciò che appartiene alla terra e cercate le cose di lassù”. Non è un invito a disprezzare la realtà terrena, ma a viverla con uno sguardo nuovo, orientato all’eternità. Significa riconoscere che ciò che ci è affidato qui, anche il lavoro quotidiano, acquista valore soltanto se è illuminato da questa tensione verso il cielo.
Il richiamo rivolto all’amministratore affinché agisca (aggiungo io, con un pizzico di modernizzazione, ripudiando l’amministrare per adempimenti per abbracciare quello teso ai risultati) con onestà, trova eco nella lettura del Vangelo proposta da Papa Leone ai giovani quando dice: “attenti all’accaparramento, attenti alla cupidigia di costruire qualcosa per sé”. Questa esortazione, letta in positivo, significa: ogni mattina mi devo svegliare con l’intenzione di costruire qualcosa per qualcuno che non sono io. Quel qualcuno, che non sono io, o meglio che sono anche io, deve trovare una risposta nel ruolo che siamo pro tempore chiamati a ricoprire, grazie a talenti donati da Dio che siamo chiamati a utilizzare in modo che diventino un frutto collettivo. Ogni fortuna personale va messa al servizio di un qualcosa che riguarda solo in minima parte noi stessi, mentre coincide strettamente con il bene pubblico e il bene comune. È questo che ogni mattina siamo chiamati a realizzare.
“Sorella morte”, dunque, come lente naturale per leggere l’esercizio del potere, ci ricorda che tutto ciò che possediamo è fugace, affidato a noi in prestito e destinato agli altri. Gestire responsabilmente questi beni significa essere di esempio nella prospettiva della fraternità operosa, costruttiva e inclusiva, insegnata da San Francesco: una prospettiva che nulla ha a che vedere con una logica competitiva o conflittuale come quella declinata dalla Rivoluzione Francese del 1789 che ha imposto all’Europa un umanitarismo senza umanità fino al punto di rinunciare alle proprie radici.

Questa visione ha salda sede anche nel nostro ordinamento costituzionale che fonda il potere e la gestione dei beni comuni sui principi di solidarietà e dignità della persona (articoli 2, 3 e 42 della Costituzione), indicando la responsabilità del detentore del potere politico verso la collettività. La fraternità francescana non nasce per escludere, ma per abbracciare; non divide, ma amplia, unisce, costruisce.
La fraternità di Francesco non è un sentimento astratto, ma un fuoco vivo, capace di accendere i cuori, di creare comunità, di generare un cenacolo vitale ed esplosivo. È una fraternità autentica, vissuta nella costruzione e nell’apertura che trova un suo spazio importante anche nel comparto pubblico.
Nell’attuale esperienza di Palazzo Chigi, oltre alle deleghe inizialmente ricevute legate al mio ruolo di magistrato della Corte dei conti e pertanto destinato a vigilare su tutto ciò che riguarda la spesa pubblica e il bilancio, ci sono alcune funzioni ereditate da un passato quasi remoto. Tra queste un progetto dedicato alle periferie. Si tratta di progetti per quasi due miliardi stanziati nel 2016 destinati alle periferie per “rammendarle”, che registravano un ridotto avanzamento della spesa. Si tratta di 120 programmi di sviluppo per circa 1500 interventi, presentati da 13 città metropolitane e 107 comuni capoluoghi di provincia.
In questo Progetto, che mi apparve essere stato un poco dimenticato nei vari passaggi di governo, con un Comitato e i pochissimi funzionari addetti, abbiamo messo tanto cuore e tanta passione interpretando fattivamente l’indirizzo politico. Penso che il primo dovere di un politico sia proprio andare là dove la politica non ha ancora “rammendato” un cuore, non ha ancora dato una risposta alla socialità, non ha ancora creato quell’infrastruttura necessaria, non ha, insomma, generato il bene pubblico che migliora poi la vita dell’intera comunità. Nei deserti spesso silenziosi delle nostre periferie, dove tutto sembra fermo, possiamo ancora seminare speranza, rigenerazione e futuro.
Nel riattivare quei progetti sopiti, noi abbiamo seguito l’insegnamento di San Francesco, ponendo al centro della nostra opera la persona, ricordando a noi stessi, se mai ce ne fossimo dimenticati, chi siamo, dove siamo e perché dobbiamo esserci. Lavorando alacremente, avendo ricevuto adeguato commitment politico, con un’iniezione di nuova linfa, siamo giunti ad erogare a fine giugno di quest’anno, un miliardo dei fondi disponibili.
Quindi, la riflessione cui ci invita il messaggio del Santo di Assisi ci porta a riconoscere che a volte sbagliamo rimanendo ancorati soltanto ai principi di efficienza, economicità ed efficacia della pubblica amministrazione. Così, infatti, rischiamo di dimenticare il senso, il significato, il volano che tutto muove: l’etica.
Nel nostro piccolo, grazie alla forte volontà del Presidente Meloni nel non voler sprecare nulla delle possibilità offerte ai cittadini attraverso le risorse pubbliche, abbiamo rimesso l’etica al centro della nostra missione, riattivando un Progetto che si è reso manifesto nelle realtà italiane più profonde e complesse, come è stato per Caivano ad esempio. Tutto questo lo abbiamo fatto mettendoci al lavoro nel silenzio del lavoro quotidiano.
Ritengo un esempio concreto dell’essere “pellegrini” nella pubblica amministrazione, l’aver effettuato, in due anni, cinquanta visite ispettive sui cantieri. Ritengo siano maturi i tempi in cui ogni civil servant ritorni ad ascoltare i moniti dalla propria coscienza e dalla fede. Ciò che si realizza è perché ci crediamo e, seguendo l’insegnamento di Gesù, diventiamo testimoni di una fede collettiva messa a disposizione di tutti.
Come ha detto San Francesco, la morte accompagna la nostra esistenza come passaggio inevitabile. Anche Santa Caterina di Siena richiama la stessa verità. Nei suoi scritti ai potenti della terra, la Santa apre con il suo inno a Dio e poi ricorda al re di Francia “metti in contatto il petto con la mente, il cuore con la mente, perché tanto Signore mio, l’unica cosa certa è che non sai quando devi morire”.

Non ci interessa il momento della nostra morte, perché speriamo, come Carlo Acutis, di vivere i nostri pochi anni su un’autostrada che conduce all’eternità. Tuttavia, non sprecare neanche un attimo del dono che il Signore ci ha dato su questa terra per fare qualcosa di buono nell’interesse pubblico ci sembra doveroso, oltre che un privilegio.
Nel deserto emozionale della Pubblica Amministrazione, nel nostro piccolo, ci impegniamo a costruire mattoni fatti di empatia, passione e volontà, che si rinnovano continuamente nella fede, quella stessa fede che muove tutte le cose. Per ricordare l’immagine del Meeting di Rimini svoltosi nell’agosto di quest’anno, si devono realizzare mattoni su cui camminare, mattoni da ammirare come in un mosaico, mattoni per coprirsi dalle intemperie, ma mai mattoni per dividere. Nel lavoro quotidiano usiamo tutti gli strumenti a disposizione, partendo dalla “furbizia cristiana” di Papa Francesco; non siamo, infatti, disarmati, ma dobbiamo essere astuti come un serpente e puri come una colomba.
È bene ricordare al dipendente pubblico che la strada da seguire, se non la trova scritta nella norma, la ritrova nella legge morale che porta dentro di sé, che è l’etica di Dio. Per noi questa è una certezza. Nella mia vita mi è capitato di discutere con colleghiche mi dicevano: “ti invidio perché tu hai questa certezza”; ho sempre risposto: “cercala, non è qualcosa che appartiene solo a me”. Ecco allora che i mattoni si costruiscono con il concime delle parole e dei concetti, e giorno dopo giorno li riconosciamo nei volti dei tanti che fanno con convinzione il proprio dovere, un segno concreto che si innesta nella logica di San Francesco, il quale, rivolgendosi ai potenti, diceva semplicemente: “Servite”. Uno splendido esempio di ciò sono i volontari del Meeting.
E questo è il più grande servizio!
Nel lavoro quotidiano abbiamo costruito un pochino di mattoncini e custodiamo nel cuore il concetto di minorità che nasce dall’ascolto. Essere minori non significa mostrarsi falsamente umili o assumere un atteggiamento dimesso, ma saper ascoltare, dare spazio alle interlocuzioni e alle richieste dei cittadini e di chi li rappresenta.
Nel comparto pubblico, l’ascolto che abbiamo instaurato con le amministrazioni si è tradotto in risposte pronte ed efficaci. L’ascolto, infatti, non è mai sterile: è fase di costruzione. E per costruire, ricordava Papa Francesco, occorre innanzitutto essere grati, perché solo chi riconosce il valore di ciò che ha ricevuto può trasmettere e condividere questa gratitudine con le persone che ha intorno.
Questo senso del fare amministrazione, che da oggi in poi cercheremo di far crescere in noi, rappresenta l’agire di un’amministrazione che non ha paura di fare la propria parte e svolge il suo lavoro con semplicità. Oggi contribuisco io, domani qualcun altro, e così insieme si costruisce.
Nella mia esperienza nella pubblica amministrazione, e in particolare con l’indirizzo voluto dal governo Meloni, ho visto un segno importante: non gettare via ciò che di buono può esserci per i cittadini. La vera malapianta della politica è quella che si nutre solo di sé stessa, che concima sé stessa e dimentica quanto già costruito. Per un magistrato della Corte dei conti, questo genera un doppio danno: non solo quello che non riuscirai a fare, ma anche quello che non hai permesso di realizzare non portando a termine programmi ereditati.
Per questo dobbiamo cercare di essere tutti fili d’erba che, insieme, formano un prato: un prato che sia il prato della concretezza e della gioia, come lo vediamo risplendere nei volti dei giovani.
Vorrei testimoniare, infine, che c’è tanta buona amministrazione nel pubblico.
Conosco tantissime persone che vivono il loro lavoro con spirito eroico, conosco sindaci di piccoli paesi, che governano paesi di montagna nella Marsica, come il Sindaco di Civita D’Antino, e rischiano tutto pur di servire la comunità, spesso alla ricerca di fondi, magari per dover manutenere un cimitero.
Chi accetterebbe mai un compito simile, se non per spirito di servizio?
Nella pubblica amministrazione e nella politica c’è tanto di buono e se il compito dei reggitori dei popoli viene svolto con il sostegno e il paracadute della nostra preghiera, allora diventa veramente il tratto prezioso di un disegno più grande e bello ancora, per noi e per dopo di noi.
Grazie
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