Ci sarebbero polemiche agostane un po’ più serie del divieto di burkini, giusto Sumaya?

Il polverone esagerato sollevato dalla messa al bando del costume islamico. Il silenzio della consigliera “velata” del Pd a Milano su questioni ben più importanti

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Quella sulla messa al bando del burkini è la tipica polemica da spiaggia (anche letteralmente) in cui un giornale come Tempi normalmente non si tufferebbe. Se, come sembra, il divieto di indossare al mare il castigatissimo costume da bagno femminile “islamico” vuole essere un modo per iniziare ad affrontare il “problema islam” che sta scuotendo l’Europa, appare un modo un po’ riduttivo, oltre che sbagliato.

La misura – introdotta nei giorni scorsi da alcune amministrazioni francesi e promossa nientemeno che dal ministro dell’Interno Manuel Valls, secondo il quale l’indumento sarebbe addirittura «incompatibile con i valori della Francia e della Repubblica» – è infatti la classica espressione della laïcité francese, un principio che da tempo ha smesso di somigliare alla sana idea di laicità. Non si capisce perché lo Stato dovrebbe interessarsi dell’abbigliamento dei suoi cittadini, né tanto meno perché debba attribuirsi il compito di valutare il loro guardaroba secondo il criterio dell’adesione alla morale repubblicana.

Per rendere lo spessore della trovata, basterebbe considerare che il divieto di burkini è gradito a uno come Paolo Flores D’Arcais, un filosofo che si vanta di essere «religiosofobo» e il cui concetto di laicità è più vicino alle fatwa degli ayatollah iraniani che al pensiero di un Del Noce o di un Bobbio.

Intendiamoci, a nessuno sfugge il significato sociale e culturale che questa “moda” comporta. Non si può cavarsela mettendo il burkini sullo stesso piano di altri vestiti o simboli religiosi (questo per i brillantoni che in queste ore pubblicano su Facebook foto di suore che entrano in acqua con la tonaca), e nemmeno si può sostenere seriamente che si tratti di un problema di sicurezza (il burqa integrale è un altro paio di maniche, se permettete). In ogni caso gli stati europei, la Francia sopra tutti, avrebbero cose molto più serie di cui occuparsi, in relazione alle loro comunità musulmane e alla dignità delle donne.

È un discorso che vale naturalmente anche per i rappresentanti delle istituzioni italiane. Per esempio, i nostri lettori ricorderanno di certo Sumaya Abdel Qader, la consigliera comunale “velata” di Milano che tanto imbarazzo creò al suo Pd durante la campagna elettorale per Beppe Sala. Ebbene, la novella vicepresidente della commissione Cultura, Moda e Design del Consiglio cittadino, da donna musulmana orgogliosa di esibire il proprio chador, mercoledì con una intervista all’Huffington Post e con diverse dichiarazioni riportate dalla stampa ha voluto rivendicare il diritto di indossare liberamente il burkini in spiaggia schierandosi contro i divieti istituiti in Francia, cosa ovviamente legittima e in parte anche condivisibile. Ma perché quando il 6 agosto Hamza Piccardo ha “festeggiato” la prima unione civile gay celebrata dal sindaco Sala scrivendo che «anche la poligamia è un diritto civile», la consigliera non ha trovato nemmeno il tempo di un commento, come ha fatto notare la sua spina nel fianco Maryan Ismail?

È vero che nessun ruolo pubblico comporta l’obbligo di commentare nulla. Ed è vero che quella di Piccardo potrebbe essere solo una provocazione verso i paladini dell’agenda Lgbt. Ma è vero anche che l’uomo è il leader storico dell’Ucoii e padre del coordinatore del Caim, associazione islamica milanese che ha un rapporto di interlocuzione privilegiato con il Pd, se non altro perché Sumaya risulta ancora esserne la responsabile delle attività culturali. Se proprio bisogna creare polemiche agostane, ci pare che il “diritto di poligamia” abbia implicazioni un po’ più serie per le donne musulmane di qualche spiaggia burkini-free.

Foto Ansa

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