Se avesse vinto, Bersani avrebbe fatto come Hollande

«Ampliamento dei diritti civili e di cittadinanza, unioni civili, divorzio breve, testamento biologico, fecondazione assistita». Ecco come l’ex segretario del Pd voleva trasformare l’Italia

Non è fortunato Pier Luigi Bersani, nemmeno negli accostamenti. Come quello con Francois Hollande, il presidente socialista con il quale avrebbe dovuto rivoltare l’Europa come un calzino e che, isolato in Europa e in Francia, a solo un anno e mezzo dalla sua elezione continua a superarsi nei record di impopolarità. All’ex segretario del Partito Democratico è stata risparmiata l’umiliazione, ma ha dovuto sopportarne delle altre, anche di più cocenti, a partire dalla battaglia elettorale del 2013, perduta contro ogni pronostico, finanche a Bettola, suo paese natale.
Della sfortunata avventura della sua leadership, ne offre un resoconto Giorni Bugiardi, scritto da Stefano Di Traglia e Chiara Geloni. Il libro si sviluppa nelle fasi che portarono al mancato raggiungimento del Pd della maggioranza al senato nel 2013 e al tradimento dei centouno franchi tiratori nella votazione che avrebbe dovuto eleggere Romano Prodi al Quirinale, fino alle dimissioni di Bersani.

FACCI SOGNARE! «NO». Bersani, da segretario del Pd, non riusciva a catturare le folle. Perché? Colpa del metodo. Il “metodo Bersani” consisteva, e consiste ancora oggi, nel «non annunciare ma fare», spiegano Di Traglia e Geloni, che per Bersani sono stati responsabili della comunicazione. A loro, in Giorni Bugiardi, l’ex segretario del Pd confida di non amare le promesse elettorali, le orazioni trascinanti. «A volte ai comizi mi dicono: “Facci sognare”», spiega. Lui si sottrae a queste richieste: non vuole, perché alla prova dei fatti, ne è consapevole Bersani, quei sogni potrebbero crollare «come macigni». «Può essere un limite paradossale, ma il mio limite è che io nella vita non ho fatto altro che governare» afferma. E per lui governare non significa fare promesse ma «chiedersi ogni giorno: Cosa cambio oggi?», «abbassare le aspettative e poi sparare i fatti», come Keith Richards dei Rolling Stones «che batte sempre un nanosecondo prima» di quanto dovrebbe.

DECRETI IN SCATOLA. Governo di cambiamento: lo sarebbe stato davvero, quello che si apprestava a varare l’ex segretario del Pd. «Capiamo il vero significato» di quella promessa mancata (non per colpa di Bersani ma del destino), raccontano Di Traglia e Geloni, in una calda mattinata nell’agosto 2013, quando l’ex segretario ha già terminato da qualche mese la sua corsa verso Palazzo Chigi. La rivelazione è contenuta negli scatoloni di un ufficio romano. «Sono mail con un testo di presentazione, un sommario, temi e titoli. Quando i due autori chiedono a Bersani di cosa si tratti, egli risponde: «Li avete trovati: sono bozze di decreti legge o di leggi delega». Già, il cambiamento era lì, a portata di mano. Quei fogli inscatolati ne sono una testimonianza. Bersani non si apprestava a fare un semplice «radicale cambiamento delle politiche publiche», ma una vera rivoluzione: «Ampliamento dei diritti civili e di cittadinanza, unioni civili, divorzio breve, testamento biologico, fecondazione assistita, sevizi socio-educativi per la prima infanzia, questione femminile, immigrazione e asilo».

SCOUTING GIORNALISTICO. Tutti se lo ricordano: Bersani, appena eletto, che cerca di formare un governo di cambiamento con il Movimento 5 Stelle. Ma Grillo «fa il matto, si fa riprendere a volto coperto mentre corre sulla spiaggia e minaccia espulsioni». Bersani tenta di tutto per contattare il leader pentastellato, chiama persino il suo dentista ligure. «Si cercano contatti a tutto campo, anche Renzo Piano è della partita». Per impedire la nascita di un governo di larghe intese con il Pdl si mobilita persino la stampa: «Ambienti che vanno da La Repubblica a Il Fatto Quotidiano cercano di fare i pontieri» fra Grillo e Bersani. Il tentativo va a vuoto, Bersani viene umiliato dalla tracotanza grillina e l’indomani esce sulla stampa un commento di Matteo Renzi che ferisce a morte l’allora leader del Pd: vedendo Bersani umiliato da Vito Crimi, «ho pensato a cosa doveva provare una volontaria che va a fare i tortellini alla festa dell’Unità».

RODOTÀ-TÀTÀ. Questione “Stefano Rodotà”: chi è il candidato alla presidenza della Repubblica dei 5 Stelle? Ce lo ricordano gli autori: un personaggio pubblico che «in quanto a incarichi politici, età, stipendi e pensioni accumulati» aveva un curriculm simile a quello di un Giuliano Amato e di un Franco Marini (gli altri candidati proposti da Bersani). Una persona che «ha raccolto meno di 5mila click in una consultazione via web in cui non è uscito vincitore». Un cittadino «che negli ultimi anni si è fatto conoscere dal popolo del web come sostenitore di referendum», «fra cui quello bolognese per l’abolizione dei finanziamenti comunali alle scuole private, che registrerà un clamoroso flop di partecipazione». E chi erano quelli che lo sostenevano nelle piazze? I soliti: gli ex popoli viola, gli occupanti del teatro Valle, insieme agli ex militanti dell’Italia dei Valori, orfani di Antonio Di Pietro.

I DUE PORTIERI. «La candidatura di Prodi è tramontata». Matteo Renzi  fu la prima gallina a cantare, dopo il tradimento di 101 grandi elettori del Pd, che portò delle dimission di Bersani, ricordano Di Traglia e Geloni. Durante l’ultimo giorno da segretario, lo applaudirono: «Non osate applaudire, non osate. Ricordatevi che questa mattina uno su quattro di voi mentre applaudiva preparava questo», disse il segretario dimissionario.
Quello della sconfitta di Bersani fu un alibi, concludono i due autori di Giorni Bugiardi, «soprattutto quando la spieghi con gli immancabili “errori di comunicazione”» («l’Italia è piena di aspiranti allenatori di calcio e di aspiranti responsabili comunicazione del Pd»). Bersani non sbagliò un rigore a porta vuota, come gli fu imputato: «L’avversario c’era – ricorda -, avevo sbagliato un gol forse, ma in porta c’era un portiere della Madonna. Anzi due: Grillo e Berlusconi».