Profondo russo

Più dei successi economico-sociali, il merito di Putin è aver restituito al popolo la sua storia negletta per ricreare nella nazione il senso di un destino

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Quando nel 1952 Vladimir Vladimirovicˇ Putin nasce a Leningrado, l’odierna San Pietroburgo è ancora un cumulo di macerie. È la città che ha subìto il più orrendo assedio della Seconda Guerra mondiale, novecento giorni di morte in cui hanno perso la vita un milione di cittadini. I genitori di Putin erano due sopravvissuti all’assedio. Il padre era stato gravemente ferito in battaglia, la madre aveva rischiato di morire per denutrizione. Entrambi riportano danni fisici permanenti ma la ferita più grave è la morte di Viktor, il loro figlio di nove anni, fratello che Vladimir non ha mai conosciuto.

Nella sua infanzia c’è il racconto delle gesta del padre, Vladimir Spiridonovicˇ Putin, che da fuciliere volontario dell’86esimo battaglione d’assalto dell’Armata rossa, un’unità di élite appartenente all’Nkvd, aveva operato una serie di rischiosi sabotaggi dietro le linee tedesche. Durante una ritirata, Putin padre si era dovuto nascondere per ore in uno stagno, tutto immerso nell’acqua, respirando con una cannula, per evitare di essere catturato da una pattuglia della Wehrmacht.

Nel maggio del 2015, durante la parata per il settantesimo anniversario della vittoria militare sulla Germania, Putin abbandonò a sorpresa il palco delle autorità per «mischiarsi alla folla» con in mano la foto del padre combattente e partecipare come gli altri cittadini presenti alla sfilata del «reggimento degli immortali», una manifestazione diffusasi negli ultimi anni, che vede cittadini comuni sfilare con l’immagine di un parente che ha combattuto. «Un’iniziativa – commentò il presidente russo – che ha avuto origine nei cuori della nostra gente piuttosto che negli uffici del governo».

La lunga stagione politica di Vladimir Putin è stata segnata certamente da alcuni successi economico-sociali, che si sono tradotti in un netto miglioramento della qualità della vita dei cittadini russi. I punti segnati vengono riconosciuti anche dai report di quegli organismi internazionali che non hanno una favorevole predisposizione (Fondo monetario internazionale, Ocse, Banca mondiale). Sono fatti la riappropriazione delle risorse energetiche, che erano finite nelle mani degli oligarchi, da parte dello Stato; cospicui investimenti nelle infrastrutture con un riammodernamento, almeno nelle grandi città, di strade, ferrovie, aeroporti; il miglioramento dei livelli di istruzione, in particolare con una ripresa della tradizione russa negli studi scientifici (fisica, matematica, informatica e medicina).
Solo una lettura superficiale ci consegna un’economia russa basata esclusivamente sulle materie prime. Negli ultimi dieci anni c’è stato, ad esempio, un rilancio in grande stile della produzione di armamenti. Secondo Alexander Fomin, direttore del Servizio federale per la cooperazione tecnica militare, il portafoglio di ordini russo ammonta a 52 miliardi di dollari, tanto nel 2016 quanto nel 2017 le entrate di questa voce ammontano a circa 15 miliardi di dollari.

Ma più dei successi materiali la lunga stagione politica di Vladimir Putin può vantare un merito più importante: l’aver ridato orgoglio e identità al popolo russo, un idem sentire comune, attraverso una riappropriazione collettiva della storia. È il piccolo capolavoro politico dell’ex colonnello del Kgb, che è riuscito a riplasmare un’identità in cui i russi possono ritrovarsi, utilizzando la storia per aiutare a creare un senso di destino nazionale. I simboli sono molteplici: la vittoria nella Seconda Guerra mondiale che è la grande guerra patriottica, sempre meno comunista e sempre più nazionale, lo stemma e il nastrino zarista, l’inno sovietico con la vecchia musica e nuove parole, la bandiera che fu quella di un breve periodo democratico. La riscoperta di figure come Pietro il Grande, l’imperatrice Caterina, l’ammiraglio zarista Fëdor Usˇakov che guidò la flotta russa contro i turchi. Pezzi di storia, una volta antitetici, sono stati ben amalgamati. Un’operazione alla quale i politologi russi hanno dato il nome di «rinascimento nazionale e tradizionale». Egon Bahr, ex ministro tedesco socialdemocratico, artefice della Ostpolitik di Willy Brandt, ha affermato: «Putin è popolare per il fatto di aver restituito alla Russia la fiducia in sé stessa dopo l’epoca Eltsin».

Una lapide per i “bianchi”
Tichon Sˇevkunov, abate del monastero Sretenskij, archimandrita ritenuto molto vicino a Putin, autore del libro diventato un best seller in Russia Santi non santi, è il teorico della “terza Roma in Russia”, suggestiva proposizione storica per la quale Bisanzio sarebbe crollata in mani musulmane per la corruzione e il tradimento dell’Occidente e quindi il suo spirito sarebbe rinato nella Russia ortodossa.

In questa prospettiva, è sorprendente ma coerente con Putin, anche la rilettura della Prima Guerra mondiale e degli eventi che seguirono. Nell’ospedale Rostov-sul-Don è stata autorizzata, nel 2012, una lapide in ricordo del generale Mikhail Drozdovsky, uno dei più famosi comandanti dei “bianchi”, le truppe fedeli allo zar che si contrapposero all’Armata rossa. Con lui l’ammiraglio Kolchak, il generale Denikin e Denisov, nomi per decenni impronunciabili se non per additarli come traditori. Vladimir Putin ha auspicato una diversa lettura della Prima Guerra mondiale e della guerra civile fra “bianchi” e “rossi”, che non divida più tra buoni e cattivi, «la Grande Guerra», ha ripetuto, «è stata cancellata per motivi ideologici e politici».

La fine dell’Unione Sovietica aveva gettato la Russia in una condizione di depressione materiale e psicologica. La prospettiva indicata dai riformisti, all’indomani della fine del comunismo, era quella di un sistema politico democratico e di un’economia di mercato che avrebbero creato una sorta di “America slava”. Eltsin era stato sostenuto, con decisione, dall’Occidente nel perseguimento di questa prospettiva, ma gli esiti erano stati disastrosi. La Russia era precipitata in una crisi economica e morale: l’economia era crollata in termini reali del 40 per cento, larghe fasce della popolazione erano scivolate nella miseria, degrado del sistema scolastico e della sanità pubblica.

Secondo l’ultimo rilevamento dell’istituto demoscopico Levada-Center, che anche gli americani giudicano indipendente e oggettivo, la popolarità di Putin è all’82 per cento, molto più di ogni leader occidentale, nei giorni dell’intervento in Siria era giunto all’89. Tale consenso si basa soprattutto sulla sua capacità di incrociare i sentimenti diffusi del popolo russo, quelli sedimentati nel profondo della coscienza collettiva, a partire dal riconoscimento della necessità della «restaurazione dell’autorità della Russia come grande potenza». Il modo in cui è uscito dall’angolo dopo la vicenda delle sanzioni, ha operato in Siria, ha sorretto Assad, ha resistito all’attacco economico alla Russia, piaccia o meno, fa di Putin ancora un protagonista. Obama dopo la Crimea dichiarò che non lo avrebbe più incontrato, ma la forza dei fatti lo ha costretto a smentirsi e incontrarlo per ben due volte.

Stalin, Lenin e lo zar
L’anno appena iniziato, il 2017, porterà alla memoria dei russi uno dei fatti più rilevanti della loro storia, la Rivoluzione d’Ottobre, l’insurrezione bolscevica iniziata nel febbraio del 1917 e conclusasi a novembre di quell’anno (ottobre secondo il calendario giuliano in vigore nell’epoca zarista). Quello di come ricordare la Rivoluzione d’Ottobre per Putin è un dilemma, più volte ha ribadito la sua condanna per gli orrori del comunismo, definendo «criminale» Stalin e avvertendo che anche di Lenin «non c’è nulla da recuperare», anche se poi di recente ha fatto stanziare una somma ingente per conservare meglio il corpo imbalsamato di Vladimir Il’icˇ Ul’janov. La suggestione di inglobare anche questo grande fatto nella memoria della nuova potenza russa potrebbe esserci.

«Non c’è narrazione ufficiale e di Stato del 1917; è troppo difficile e complicato», spiega Mikhail Zygar, uno degli scrittori che lavora al progetto di commemorazione. «Tuttavia, è un periodo molto importante della nostra storia, fondamentale per capire quello che sta succedendo in Russia ora, e per la coscienza nazionale». Intanto Putin ha dichiarato il 2017 «anno dell’ecologia e delle aree protette», perché quest’anno cade anche un altro centenario: quello dell’istituzione, nel gennaio del 1917, del primo zapovednik, riserva naturale dell’impero attorno al lago Baikal, uno degli ultimi atti dello zar Nicola II poco prima di cadere.

Foto Ansa

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