Perché il viaggio di Francesco in Centrafrica fu davvero un punto di non ritorno

Di Federico Trinchero
26 Aprile 2025
Ho avuto la fortuna di trovarmi nel paese come missionario quando il Papa volle venire a tutti i costi a Bangui per farne la “capitale spirituale del mondo”. Da allora qualcosa è cambiato per sempre
Papa Francesco in visita a un campo profughi a Bangui, Repubblica Centrafricana, 29 novembre 2015 (foto Ansa)
Papa Francesco in visita a un campo profughi a Bangui, Repubblica Centrafricana, 29 novembre 2015 (foto Ansa)

Ho avuto la fortuna di vivere come missionario carmelitano scalzo nella Repubblica Centrafricana dal 2009 al 2023. Mi trovavo quindi a Bangui, la capitale del paese, quando dal 29 al 30 novembre 2015, dopo essere stato in Kenya e Uganda, papa Francesco venne a trovarci.

Quella visita, ancora indimenticabile nel cuore di tutti i centrafricani, avvenne in un momento particolare della storia dell’ex colonia francese, chiamata un tempo Oubangui-Chari. Dal 2013, infatti, in seguito all’ennesimo colpo di Stato, il paese era sprofondato in una guerra civile che aveva assunto i connotati di un forte scontro tra confessioni religiose, infiammando il paese e avvelenando le relazioni, fino ad allora buone, tra cristiani e musulmani. Un paese, che già arrancava per uscire dalla povertà, si ritrovò prostrato a terra da una guerra che non aveva alcuna giustificazione.

Un viaggio per nulla scontata

In un certo senso, quella visita era attesa: sapevamo che, in quanto periferia del mondo, avevamo buone possibilità di essere tra i favoriti per un’eventuale visita del Santo Padre. Nello stesso tempo eravamo però ben consapevoli che, essendo il conflitto ancora in corso, un’eventuale visita del Papa avrebbe messo in serio pericolo la sua sicurezza e anche quella di coloro che si sarebbero riversati nella capitale per vedere, per la prima volta nella loro vita, il successore di Pietro.

In quei giorni si realizzò un doppio miracolo. Innanzitutto, perché non era per nulla scontato che la visita potesse avvenire. Non solo per le ovvie difficoltà logistiche di un paese con poche infrastrutture e con servizi di sicurezza piuttosto precari, ma perché a Bangui si continuò a sparare in alcuni quartieri fino alla notte precedente l’arrivo di papa Francesco. Diverse cancellerie avevano suggerito al Papa di rinunciare al viaggio. Io stesso ammetto con sincerità che avrei sconsigliato al Papa di atterrare a Bangui. Ma il Santo Padre, che ostinatamente voleva venire a trovarci, fece sapere che del Centrafrica temeva soltanto le zanzare.

Festa per l’arrivo di papa Francesco nella capitale del Centrafrica, 29 novembre 2015 (foto Ansa)
Festa per l’arrivo di papa Francesco nella capitale del Centrafrica, 29 novembre 2015 (foto Ansa)

Due giorni di gioia dopo anni di guerra

La visita avvenne, senza nessun problema logistico e senz’alcun incidente. L’accoglienza fu semplice, calorosa, familiare. Alcuni centrafricani, pur di proteggere il Papa, vegliarono di notte nei pressi della Nunziatura, dove era previsto che dormisse. Il Papa, prima della celebrazione nella cattedrale, visitò un campo profughi, aprì la prima porta santa del Giubileo della Misericordia e poi confessò alcuni giovani. In quell’occasione proclamò solennemente Bangui “capitale spirituale del mondo” e per una volta i centrafricani, così abituati a sedersi sempre all’ultimo posto, si ritrovarono sotto i riflettori del mondo, non per la loro ennesima guerra, ma con una buona notizia.

Il giorno seguente il Santo Padre attraversò con molto coraggio il Km5, sede del mercato popolare della capitale e celebre per i forti scontri avvenuti durante la guerra, e raggiunse la moschea centrale dove incontrò la comunità musulmana. Da qui, facendo salire a bordo della papamobile alcuni musulmani, raggiunse lo stadio Boganda dove celebrò la Santa Messa.

La riuscita della visita – per certi aspetti un vero trionfo – fu il primo miracolo. Dopo anni di guerra e sofferenza, i centrafricani vissero per la prima volta due giorni di gioia e soprattutto di speranza. Il Papa riuscì a farci dimenticare per due giorni che eravamo un paese in guerra.

Una sensazione nuova e indimenticabile

Il secondo miracolo, infatti, fu proprio che a partire da quel momento il paese iniziò, anche se con fatica, a rialzarsi, a sperare, a credere nella possibilità di uscire dalla guerra. Fu una sensazione nuova, anche per me indimenticabile, che avvolse l’intero paese. Fino a quel momento sembrava quasi impossibile, come se il paese fosse caduto in un baratro, condannato definitivamente alla guerra. Poco dopo, infatti, ebbero luogo le elezioni che si svolsero senza incidenti e il cui risultato, per nulla scontato, non venne contestato da nessuno.

Indubbiamente il cammino è stato ed è ancora lungo. Non si può ancora dire che il paese abbia irreversibilmente imboccato il cammino della pace e dello sviluppo. E non sono mancate ricadute (anche drammatiche) nella violenza e nell’insicurezza. Ma si può affermare, senza esagerare, che quei due giorni sono stati un punto di non ritorno nella storia del paese. E non si può negare il ruolo svolto, con determinazione, autentica simpatia e personale coinvolgimento, da papa Francesco. Il quale, anche in seguito, continuò a chiedere aggiornamenti sulla situazione in Centrafrica.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.