Per Obama chi pubblica Bibbie non è abbastanza religioso. La Tyndale fa causa

La nuova riforma sanitaria voluta da Obama prevede che i datori di lavoro paghino l’aborto ai propri dipendenti. La Tyndale, che pubblica Bibbie, chiede l’esenzione ma viene giudicata « non religiosa».

La Tyndale House Publishers, una delle più grandi case editrici americane che pubblica Bibbie e altri libri religiosi, ha fatto causa nel distretto di Columbia all’amministrazione Obama, perché la nuova riforma sanitaria voluta dal presidente Usa, la cosiddetta Obamacare, viola la libertà religiosa e di coscienza dei proprietari dell’azienda.

ABORTO E CONTRACCEZIONE OBBLIGATORI. Secondo la nuova riforma, infatti, ogni datore di lavoro è obbligato a fornire ai suoi dipendenti l’assicurazione sanitaria che comprende il pagamento di trattamenti contraccettivi e abortivi. La casa editrice aveva chiesto al governo di essere esentata dall’offrire questi trattamenti perché «immorali, contrari alla nostra coscienza e al nostro credo religioso». L’amministrazione Obama, che prevede l’esenzione per alcuni istituti religiosi, ha però rifiutato l’esenzione alla Tyndale perché un’impresa che fa profitti non può essere considerata “religiosa”.

«NON DECIDE OBAMA CHI È CREDENTE». «Chi pubblica Bibbie dovrebbe essere libero di fare il proprio business» ha affermato Matt Bowman, legale dell’azienda. «Inoltre sostenere che chi pubblica Bibbie non è religioso è del tutto assurdo. L’amministrazione Obama non può decidere chi può essere considerato credente e chi no e dove e come la fede viene vissuta». Anche dal punto di vista del profitto, insiste il legale, «il 96,5 per cento dei guadagni della Tyndale House Publishers va a beneficio della Fondazione Tyndale».

IL PRECEDENTE. La casa editrice non è la prima impresa a portare in tribunale l’amministrazione Obama, da quando l’Obamacare è stata approvata. A luglio l’azienda Hercules Industries, di proprietà di una famiglia cattolica del Colorado, aveva ottenuto dal giudice distrettuale federale del Colorado il permesso «a non fornire trattamenti che violano gravemente il diritto della famiglia a esercitare liberamente le loro convinzioni religiose».