Per l’Ue il sacrificio di Hong Kong è necessario per salvare gli investimenti

L’unico modo per allentare la presa dei tentacoli cinesi sugli assetti geopolitici del Vecchio continente è contagiare il Dragone con la democrazia. Gli anglosassoni lo hanno capito, gli europei ancora no

La diversità degli approcci non potrebbe essere più palese. All’indomani dell’approvazione da parte del parlamento cinese della legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong che comporta la fine di fatto dell’autonomia dell’ex colonia britannica garantita da un trattato internazionale, Usa e Gran Bretagna hanno cercato di convocare una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per trattare l’argomento (la Cina lo ha impedito); i governi di Usa, Regno Unito, Australia e Canada hanno diffuso un comunicato congiunto di 25 righe che non si limita a denunciare la violazione della legalità internazionale da parte di Pechino, ma sottolinea che «la comunità internazionale ha un significativo e duraturo interesse alla prosperità e alla stabilità di Hong Kong», e che la nuova legge «solleva la prospettiva di procedimenti penali a Hong Kong per crimini politici, e danneggia gli impegni esistenti per la protezione dei diritti dei cittadini di Hong Kong, inclusi quelli stabiliti dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici e dalla Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali».

Londra ha dichiarato che estenderà a un anno pieno la durata per la quale può essere richiesto il visto e la conseguente possibilità di conseguire la cittadinanza britannica ai cittadini di Hong Kong detentori di passaporto British National (Overseas), che sono quasi 3 milioni; il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha evocato la possibilità di annullare lo status commerciale privilegiato che gli Usa finora riconoscevano a Hong Kong e il presidente Donald Trump ha annunciato sanzioni contro i dirigenti cinesi responsabili dell’introduzione della legge sulla sicurezza nazionale ad Hong Kong.

L’Unione Europea, invece, per bocca del suo Alto rappresentante per gli Affari esteri e la sicurezza Josep Borrell ha escluso il ricorso a sanzioni contro Pechino per la nuova legge di Hong Kong e spiegato che uno solo dei 28 paesi aveva avanzato una proposta del genere nel corso della videoconferenza dei ministri degli Esteri europei venerdì scorso. Si è poi saputo che il governo in questione era quello svedese, e che lo aveva fatto perché così il suo parlamento nazionale aveva deciso. La Ue ha affidato l’illustrazione della sua linea di fronte alla nuova crisi che ha investito i suoi rapporti con la Cina a una dichiarazione di 6 righe del suo Alto rappresentante:

«La Ue esprime la sua grave preoccupazione per i passi intrapresi dalla Cina il 28 maggio, i quali non sono in conformità coi suoi impegni internazionali (Dichiarazione sino-britannica del 1984) e con la Basic Law di Hong Kong. Ciò rischia di minare seriamente il principio “Un paese, due sistemi” e l’alto grado di autonomia della Regione amministrativa speciale di Hong Kong. Le relazioni della Ue con la Cina sono basate sul rispetto e sulla fiducia reciproci. Questa decisione mette ulteriormente in questione la volontà della Cina di tenere fede ai suoi impegni internazionali. Solleveremo la questione nel nostro continuo dialogo con la Cina».

Borrell ha spiegato ai giornalisti che gli chiedevano notizie che il summit Ue-Cina previsto nel mese di settembre a Lipsia (quando la Germania avrà la presidenza di turno dell’Unione) è confermato e che gli avvenimenti di Hong Kong passati e presenti non lo mettono a rischio. Evidentemente i paesi anglosassoni – e non semplicemente l’amministrazione Trump – sono d’accordo e consapevoli che la decisione di Pechino merita uno scontro ad alto livello, l’Unione Europea invece no. Negli stessi giorni il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, in un’audizione al Senato ha dichiarato che l’Europa non deve farsi trascinare in uno scontro fra Usa e Cina e che «una nuova guerra fredda» deve essere evitata.

Si potrebbe pensare che la differenza di approccio dipenda dal fatto che la Ue ha in corso un negoziato con la Cina sul tema degli investimenti, e il summit di Lipsia servirà soprattutto a fare il punto sulla questione. Gli europei sembrano convinti che il sacrificio di Hong Kong valga bene la Messa di un accordo globale sugli investimenti, che la cancelliera tedesca Angela Merkel ha intenzione di portare a casa entro la fine dell’anno, nonostante le trattative siano bloccate – per ostacoli posti dai negoziatori cinesi – sui diritti di accesso delle imprese europee al mercato cinese. Sta di fatto che anche Stati Uniti e Australia sono impegnati in trattative commerciali di vasta portata con la Cina, eppure insieme ai loro alleati anglosassoni non si fanno nessun problema ad alzare la voce e a minacciare o prendere iniziative di contrasto all’espansionismo di Pechino, come l’invio di navi da guerra nel Mar cinese meridionale, il sabotaggio dei candidati cinesi negli organismi delle Nazioni Unite, e ora le minacce di sanzioni ai dirigenti comunisti e del rilascio di passaporti britannici a milioni di cittadini di Hong Kong.

Invece l’Europa del «dialogo critico e costruttivo» (parole di Angela Merkel) con la Cina, cioè dell’approccio soft, non solo non ottiene nessun risultato sul campo, ma si ritrova diviso al suo interno fra paesi risucchiati progressivamente nell’orbita di Pechino (Italia, Grecia, Serbia, ecc) e paesi che più realisticamente vedono la Cina come un rivale globale dell’Europa. Berlino e Bruxelles stanno in particolare sottovalutando gli allarmi che arrivano dal mondo delle imprese e del commercio, che avvertono che la fine dell’autonomia di Hong Kong le costringerà a ridimensionare i loro affari, perché una volta venuto meno il quadro giuridico, le garanzie legali e l’indipendenza dei tribunali, sostituiti dagli standard della Cina continentale, i loro investimenti saranno a rischio e potrebbe essere prudente spostarli altrove.

La fiducia di Borrell nella sicurezza legale degli investimenti europei non è condivisa dalla potente Bdi, la Confindustria tedesca, né dalla Camera di commercio europea a Pechino, che ha un presidente tedesco, Jörg Wuttke, il quale ha messo in guardia dalle conseguenze economiche e politiche delle iniziative del governo cinese nei confronti di Hong Kong: «Questa decisione potrebbe seriamente danneggiare i negoziati in corso fra la Ue e la Cina su di un insieme di questioni critiche come un accordo globale sugli investimenti e su questioni di comune interesse come i cambiamenti climatici». Hong Kong è la terza destinazione di investimenti di paesi Ue nel mondo, molta parte dei quali poi passano in Cina.

La città ospita più di 9 mila compagnie che arrivano da fuori, e fra queste il blocco dei paesi Ue rappresenta la maggioranza relativa con 2.200 società; seguono la Cina continentale con 1.799, il Giappone (1.413), gli Stati Uniti (1.344), la Gran Bretagna (713) e Singapore (446). Le prime a diradare di parecchio la loro presenza nel caso di una radicalizzazione della crisi sarebbero certamente quelle americane, molte delle quali già progettano di trasferirsi a Singapore. Attraverso Hong Kong passano i due terzi di tutti gli investimenti esteri diretti che approdano nella Cina continentale, come pure importanti trasferimenti tecnologici. Il rischio economico e finanziario che Pechino si assume con questa decisione di calpestare la legalità internazionale è davvero ingente, e si spiega in un solo modo: come ha scritto il giornalista economico britannico Ambrose Evans-Pritchard, «è ora evidente che Pechino è disponibile a pagare un alto prezzo allo scopo di contenere il bacillo della democrazia», evidentemente considerato più pericoloso di qualsiasi coronavirus.

Questo dovrebbe illuminare le menti degli strateghi europei: l’unico modo per allentare la presa dei tentacoli cinesi sugli assetti geopolitici del Vecchio continente è contagiare la Cina con la democrazia. Gli anglosassoni di tutti gli oceani lo hanno capito, gli europei ancora no.

Foto Ansa