Per essere liberi occorre conoscere le proprie radici

Si apre domani a Roma il convegno “La casa sulla roccia. L’assiologia del diritto per l’Europa di domani”. Intervista a don Jaroslaw Krzewicki, rettore dell’università di Lodz

Domani si apre a Roma il convegno “House on the rock. Axiology of Law for Europe of Tomorrow” (La casa sulla roccia. L’assiologia del diritto per l’Europa di domani), organizzato dall’Istituto Ordo Iuris e Angelicum Pontificia università san Tommaso d’Aquino. La conferenza si inserisce nel dibattito sul futuro della cultura della vita sociale nella dimensione locale e internazionale. Anima e promotore del convegno è don Jaroslaw Krzewicki, rettore dell’università di Lodz, cui Tempi ha rivolto alcune domande.

Quale la genesi di questo progetto?

La risposta dovrebbe avere le due dimensioni: personale ed una più oggettiva, entrambe che si incrociano nel punto della vocazione cristiana. Siamo chiamati a scoprire l’immagine che è in noi e questa ci spinge verso la libertà di figli. Essere liberi significa scoprire le radici, perché la legge umana schiavizza, quella rivelata invece ci porta alle sorgenti, alle radici, appunto, che ci liberano. L’idea della Conferenza nasce nel grembo dell’Istituto Ordo Iuris, immerso nell’esperienza polacca segnata dall’oppressione dei due regimi statalisto, il nazismo e il comunismo. Nasce inoltre nel grembo dell’Angelicum, università pontificia che ospita la Conferenza nel centro di Roma, città che è centro di una civiltà europea oggi in crisi. È emerso il desiderio sentito comune di tornare alle sorgenti. Ecco, perché domani ci incontriamo lì. Portiamo nel cuore un desiderio di libertà basato sulla verità, insegnata dalla storia e dall’esperienza anche di Giovanni Paolo II, ex alunno dell’Angelicum.

Nella presentazione dell’iniziativa si legge che «un elemento di questa cultura è la qualità e la forma dei rapporti interpersonali descritti, regolati e protetti dalla legge. Dovrebbero essere determinati sulla base di decisioni umane arbitrarie o dovrebbero trovare le fondamenta perdute da cui derivano?». Che cosa si intende per fondamenta perdute?

Qui stiamo di fronte a un dibattito, perché la risposta non è semplice per essere subito condivisa da tutti. Generalmente possiamo essere d’accordo che esiste la necessità di basare un sistema della legge su un fondamento. Ma quale è? Un patto, la responsabilità del più forte o del più sapiente? Forse un valore che scopriamo come importante, condivisibile, che oggi può piacere a tutti, oggi, ma chi decide se sarà lo stesso domani? Per quanto tempo può durare? Siamo generalmente d’accordo che tutto si riconduce alla dignità dell’uomo, ma quale è la sua base? Parliamo di valori, ma sembra siano sempre più vuoti, spogliati dei loro contenuti, appoggiati sull’arbitrio umano. La consistenza e la profondità dei fondamenti è da stabilire o, meglio, da riscoprire. Giovanni Paolo II coraggiosamente parlava al mondo di Cristo. Oggi siamo più timidi, perché più tolleranti e rispettosi delle altre religioni e culture. Noi vogliamo toccare l’argomento dell’assiologia. Penso al messaggio di Cristo, ci sono risposte a tante domande che ancora rimangono aperte.

Se la legge è necessaria, dall’altra parte, a livello sociale, si sente l’esigenza dell’ideazione di nuove leggi che riescano a regolare nuovi problemi emergenti, dovuti ad esempio all’uso della tecnica. In tal senso la legge più che rivolgersi al passato – a delle fondamenta – sembra dovere guardare al futuro. Che cosa ne pensa a riguardo?

La legge non è qualcosa di imposto, studiato a tavolino, ma essenzialmente esprime le relazioni alle quali dà forma e che protegge. I nuovi problemi nascenti richiedono un intervento conforme alla natura dell’essere-in-relazione che si forma all’interno società. Anche qui emergono differenti punti visti, ma come definire tale essere-in-relazione? Secondo quali criteri si decide? Ovviamente abbiamo certezze e convinzioni personali, viviamo con il bagaglio dell’insegnamento ricevuto capace di motivarci, ma dobbiamo trovare le ragioni per renderle condivisibili nella società pluralista. Uno dei criteri è la razionalità. La proposta cristiana parte da questo principio. La legge basata sui valori cristiani è razionale, altrimenti non sarebbe cristiana. Il secondo criterio riguarda la fedeltà. La legge, pur dovendo rispondere ai problemi nuovi, ha la sua storia. Le nuove leggi devono rispettare il sistema, essere integrate, corrispondere tra di loro, e soprattutto appoggiarsi sul piano assiologico.

Sempre nella presentazione si legge che la necessità di questa conferenza «nasce dalla preoccupazione per il futuro dell’Europa che, per sopravvivere, deve riscoprire la propria identità e radicarla su valori permanenti e immutabili, radicati nell’eterno ordine mondiale a cui appartiene». L’affermazione è molto forte. Oggi si assiste al tentativo di costruire nuove identità e all’emergere di nuovi valori, stili di vita, che si originano da una trasformazione sociale in atto. Quale la sua posizione a riguardo?

Niente di nuovo, solo la veste cambia. L’uomo sin dall’inizio voleva fare i propri percorsi. È libero. Se lo guardiamo tramite l’immagine biblica che rivela una certa verità su di noi, siamo pronti ad avere il nostro parere personale su quello che è giusto e buono. Lo schema del peccato dei progenitori si ripete lungo la storia universale e quella nostra. Noi poi siamo liberi di fare come ci pare, ma quale è il prezzo di questa libertà e chi lo deve pagare? Prima o poi il conto arriva. La storia ci insegna tante cose. Il progetto comunista o nazista che si è incarnato nei regimi era basato sui valori? Per alcuni rimangono ancora validi come una alternativa attraente più di quello che la società propone. Si tratta di estremismo? Sì, ed è reale. Le sperimentazioni possono eccitare ed ispirare le menti creative. Tornando alle immagini bibliche, c’è chi lo permette, perché la libertà è fondamentale. All’inizio sembra un idillo, ma alla fine arriva una perdita di beni. Meno male che c’è ancora una casa paterna dove qualcuno aspetta. Oggi servono coloro che faranno da buon Padre nella società, che custodiranno la casa paterna, piena di valori tradizionali, pronti a coltivare i valori originali ai quali si potrà tornare, quando si scopre che le attraenti proposte alternative altro non erano che le ennesime illusioni.

Più che l’epoca di case costruite su rocce, pare essere l’epoca della mobilità. Si pensi in Italia al gigantesco fenomeno immigratorio alla ricerca di terre di pace e in cui sia possibile una vita dignitosa, o ancora all’emigrazione verso nuove terre da parte di tanti giovani italiani, spesso alla ricerca di una maggiore stabilità economica, soprattutto per i settori più a rischio. Più decisioni individuali, accorate, portano, volenti o nolenti, a una trasformazione sociale. Ne deriva un adeguamento / modificazione della legge a partire da fenomeni sociali. Che cosa ne pensa a riguardo?

Non vorrei entrare nelle polemiche con i grandi architetti di questa società. Serve una maggiore competenza. La società liquida è un fenomeno difficile da fermare, credo anche da gestire. Personalmente non credo nel bene legato alle migrazioni di massa. È sempre, anche nei singoli casi, un male, alla fine, spesso comporta una sofferenza, fisica, morale, spirituale. Posso percorre tutto il mondo, ma la patria rimane, anche se alcuni hanno imparato a ricostruirla e coltivarla dentro di sé. La legge dovrebbe affrontare questi fenomeni innanzitutto rispettando la natura dell’uomo che è un essere sociale, dal quale deriva un forte senso di appartenenza. Non è soltanto una questione economica, ma anche culturale. Sono legate ambedue, ma prevale quello che costituisce l’uomo nelle sue moltipliche relazioni, non solo attuali, ma anche passate, quelle cioè che si riferiscono alla sua storia, a quelle persone e generazioni che lo precedono.

Sempre nella presentazione si legge: «Il contesto della conferenza è il bacino del Mediterraneo, da dove le culture ellenistica, romana e giudeo-cristiana hanno influenzato il continente europeo e il mondo intero. È soprattutto Roma, con il suo presente e il suo passato, laboratorio del potere e del collasso della civiltà, culla dell’identità europea nel suo quadro culturale, politico e giuridico ad essere al centro. La sede del convegno è la Pontificia Università di san Tommaso Angelico, una delle più importanti università, ispirata alla filosofia di san Tommaso d’Aquino». La sede del convegno non pare dunque casuale. Quale crede debba essere il ruolo dei pensatori oggi? Quali filosofi è opportuno considerare? Si fa qui riferimento a Tommaso d’Aquino, tra i maggiori filosofi e teologi ad avere posto le basti del pensiero occidentale, quale il contributo dell’Oriente? Come guardare oggi all’Oriente?

Credo che nella cultura romana è stata proprio innestata una visione universale. Tradizionalmente ci siamo abituati ad identificarla in maniera riduttiva contrapponendola all’Oriente, a causa della complessa storia dell’Impero, della cultura latina sostenuta e coltivata dal cristianesimo occidentale. In questa visione universale si inserisce anche il cristianesimo in Oriente, cristianesimo che sin dall’inizio ha intrapreso la missione ad gentes. Roma è complessa, qui veramente si respira l’universalità, qui si percepisce un’altra aria. I duemila anni segnati dalla presenza dei pontefici hanno rafforzato il suo ruolo. Basta vedere le università pontificie come sono piene di gente venuta da tutto il mondo. L’ambito ecclesiastico si intreccia con quello secolare. Roma attira non solo i pensatori, i grandi filosofi del passato e del presente, ma anche artisti, scultori, cantanti, pittori. Non esiste un posto migliore per imparare l’universalità, per imparare a come creare nel presente ponti tra persone, gruppi e nazioni, ma anche tra il passato, il presente e il futuro.

Guardando a Oriente non si può non menzionare la situazione oramai molto critica presente a Hong Kong. Una battaglia per la libertà e i diritti umani. Da pensatore e teologo polacco come portare anche l’Occidente a ricordare l’importanza di quei valori non-negoziabili che proprio spesso gli occidentali per primi, con la scusante di una mentalità fintamente liberale e relativista per cui tutto va rispettato, negano?

Si potrebbe dire tanto a proposito. Ma forse questo è anche un esempio, anche se molto triste, di come ci manchino le radici, i valori sui quali poggiare le nostre relazioni, anche quelle internazionali, che sono in sostanza semplicemente umane. Il diritto che dovrebbe garantire la stabilità delle nostre relazioni basate su quello che è buono e giusto, è stato ridotto a una tecnica di manipolazione dove chi è più furbo, cinico, capace, riesce a manipolare per ottenere i propri interessi sotto la veste solennemente proclamata della giustizia. Non metto in dubbio le sentenze dei processi, ma intendo ogni presente tecnica come un vincere ad ogni costo. Questo fenomeno, stile di agire, spegne in noi il senso di giustizia e il rispetto della verità. Non riusciamo più a combattere per i valori perché li abbiamo relativizzati. Questo crea una mentalità opportunista, rivestita di buon umore, di edonismo che ci fa togliere dagli occhi la scomodità della sofferenza di qualcuno. Di conseguenza non vogliamo neppure sentire le notizie dei paesi in emergenza che stanno combattendo per i valori, perché diventerebbero per noi un grido di coscienza. I valori tangibili per noi non esistono. Li scegliamo a piacere, secondo la convenienza. L’Europa, l’Occidente, sta perdendo i valori sui quali tradizionalmente costituiva le sue relazioni, perché il tema è stato messo come opzione, qualcosa a libera scelta. O ci fermiamo, tornando alle radici, o noi stessi finiremo nella schiavitù delle contraddizioni e delle falsità, dove non sapremo più chi siamo e per che cosa viviamo, dove neanche sapremo se siamo esseri umani, liberi e coscienti, perché tutto, alla fine veramente tutto, diventerà relativo.