Per capire davvero come «vince l’amore» più che Twitter serve il friulano di Pasolini

L’amore vince non se ci appropriamo dell’altro, ma se l’abisso che ci separa è colmato da una voce che nasce nel petto e ci fa portare l’uno la croce dell’altro

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Pubblichiamo la rubrica di Pier Giacomo Ghirardini contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Nell’assolato friulano di Casarsa della Delizia bambina si dice fruta. Ho conosciuto il Friuli quando era ancora periferia del mondo e si poteva dedicare una poesia così a una bambina-ragazza-sorella-madre. A na fruta di Pier Paolo Pasolini.

Lontàn, cu la to pièl/ sblanciada da li rosis,/ i ti sos una rosa/ ch’a vif e a no fevela.// Ma quant che drenti al sen/ ti nassarà na vòus/ ti puartaràs sidina/ encia tu la me cròus.// Sidina tal sulisu/ dal solàr, ta li s-cialis,/ ta la ciera dal ort,/ tal pulvin da li stalis…// Sidina ta la ciasa/ cu li peràulis strentis/ tal cour romai pierdút/ par un troi di silensi.

Noi non sappiamo quello che vogliamo. Desideriamo lo sguardo desiderante dell’altro. Desideriamo di “essere come l’altro”, incuranti del rischio che colui che eleggiamo a “modello” possa rivoltarsi contro di noi e divenire “ostacolo”, nel double bind descritto da Gregory Bateson. Arriviamo al desiderio dissociante di essere “altro da noi”, di “essere l’altro”, di cambiar corpo come un costume di carnevale. E questo inferno della mimesi, finché non tocca i manovratori sull’unica cosa che conta (il danaro), è incoraggiato e chiamato amore: #LoveWins.

Ci si strugge per la bellezza di una pelle sbiancata dalle rose, una rosa vivente che non ha bisogno di favella. Ci mozza il fiato in gola la grazia dell’altro o dell’altra, con la sola sua presenza silenziosa (sidina in friulano occidentale, quasi diminutivo di “zitta”, come detto di una bimba) che riempie improvvisamente lo spazio, irradiando come una resurrezione il nostro quotidiano. Sul pavimento del solaio, sulle scale, nella terra dell’orto, nel pulviscolo delle stalle.

Ma l’amore vince nel momento in cui ci accorgiamo dell’irriducibile alterità dell’altro. Nel distacco, nella lontananza (lontàn). Noli me tangere. L’amore vince non se ci appropriamo dell’altro, ma se l’immenso abisso che ci separa dall’altro verrà colmato da una voce che ci nascerà nel petto e ci farà portare l’uno la croce dell’altro.

Come dice René Girard di Hölderlin, imitare Cristo mettendo gli altri alla giusta distanza significa liberarsi dalla spirale della mimesi: non imitare più per non essere imitato. Cristo si può solo imitare nel ritiro. Nella casa (ta la ciasa). Parole strette in un cuore ormai perduto per un sentiero di silenzio.

Foto Ansa