La Pasqua, sola vittoria certa

Di Roberto Colombo
04 Aprile 2026
Siamo la sola creatura dell’universo che ne porta la coscienza ed è spalancata, protesa a ciò che è davvero grande, l’Eterno
Un sacerdote cattolico regge una croce mentre viaggia su una carrozza trainata da cavalli per le strade di Zakopane, sui Monti Tatra, nella Polonia meridionale, il 10 aprile 2020, durante le celebrazioni pasquali del Venerdì Santo, nel contesto della pandemia di coronavirus.
(Foto Ansa)

La grandezza dell’uomo, la nostra grandezza, non ha pari tra i viventi sulla terra. Se custodissimo un solo grammo di questa consapevolezza in ogni giornata, essa sarebbe lieta e serena per una certezza di verità e di bene in tutto quanto siamo e facciamo, dall’alba al tramonto. Non per un’ingenua dimenticanza dei nostri limiti (numerosissimi), ma per quello a cui siamo stati chiamati venendo all’esistenza nel grembo di nostra madre. La grandezza dell’uomo non consiste nel non sbagliare (è impossibile!), nel vincere tutte le sfide e non perderne alcuna, ma in ciò a cui siamo tesi: il nostro Destino. Il Volto umano del Destino è Gesù, il Figlio di Dio incarnato, morto e risorto per la nostra salvezza.

Il nostro Destino è presente a noi già adesso, sin da quella prima Pasqua, qui, ora e per sempre. La Pasqua di Cristo è il sigillo, la garanzia che quello di cui siamo fatti e per cui siamo fatti si compirà. In questo il nostro cuore non ci tradisce, non ci illude né ci deluderà. Non nonostante la nostra finitudine, ma attraverso di essa, perché abbracciata teneramente da Dio. «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita», dice San Gregorio Nazianzeno. «Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole e di quanto la terra fruttifica. Poi io muoio e la mia carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita». (Carmina II/I, LXXIV, 3-12, in: PG, XXXVII, 1421-1422). 

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Vivere è combattere

Siamo la sola creatura dell’universo che ne porta la coscienza ed è spalancata, protesa a ciò che è davvero grande, l’Eterno, «quo capax Dei est et particeps esse potest» (in quanto è “capace di Dio” e può “partecipare di Lui”), dice sant’Agostino (De Trinitate XIV, 11). Anche l’umiliazione più cocente (che è quella del nostro difetto nativo, il peccato), lo schiaffo più doloroso (quando proviene da chi amiamo), la sofferenza più insopportabile (il tradimento e l’abbandono dei cari e degli amici), la violenza più inaccettabile (contro l’innocente, il bambino), il dolore più forte che ci schiaccia non è capace di sradicare la lotta per il bene, il bello, il vero, il giusto che urge dentro di noi, quando non siamo culturalmente sedati da ciò che «cospira a tacere di noi, un po’ come si tace / un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile» (R. M. Rilke, Seconda elegia duinese).

Che la vita sia una battaglia ce lo ricorda Giobbe nella Bibbia «Militia est vita hominis super terram» (Gb 7, 1; versione Vulgata), e gli fa eco Seneca («Vivere militare est»; Epistulae ad Lucilium XCVI, 5). Di queste battaglie è fatta la nostra vita personale, comunitaria e di popolo, la cui «pace, chi la conosce, sa che in parti uguali di gioia e di dolore è fatta» (P. Claudel, L’annuncio a Maria, atto IV). A meno di «schierarsi tra quegli spiriti mediocri che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio crepuscolo che non conosce né vittoria né sconfitta» (T. Roosevelt, The Man in the Arena, in: Sorbonne speech, Parigi, 23 aprile 1910). Non possiamo sottrarci alle vittorie per una falsa umiltà, ma assaporarne delicatamente la gioia nella consapevolezza che Dio le dona ai cuori semplici e tenaci (cf. santa Giovanna d’Arco). Né nascondere le sconfitte, perché esse mostrano il vero volto di noi, scavato dalla sofferenza come un aratro perché nel solco della nostra carne fiorisca la verità e la bellezza dell’opera di Dio (cf. Emmanuel Mounier).

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Dove è la nostra vittoria

Da quando Gesù è morto in croce, duemila anni fa, nessuna battaglia è persa, neppure quella contro il male che ci segna sin dalla nascita, quello del peccato, e segna la storia del mondo. Da quando Cristo è risorto, anche la lotta contro la morte – che si combatte ogni giorno sulle brande delle infermerie militari e nei letti degli ospedali quando le ferite e le malattie inguaribili segnano l’epilogo della vita – non è più una sconfitta. Nella Pasqua, «Mors et vita duello conflixere mirando: Dux vitae mortuus, regnat vivus» (“Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto, ora regna vivo”), recita la sequenza liturgica medioevale attribuita al monaco Wippone di Borgogna, cappellano dell’imperatore Corrado II. Solo nella sua Vittoria è la nostra vittoria.

Il tempo presente è segnato dall’incertezza dell’oggi e dalla paura per il domani. Guerre che dilagano, economie che crollano, riforme che non vanno in porto, affettività fragile, amicizie che sembrano evaporare, educazione inconsistente, violenza giovanile. Ed altro ancora. Facciamo fatica a scorgere la luce che attraversa le tenebre. «Senza il riconoscimento del Mistero presente la notte avanza. La confusione avanza e – come tale, a livello di libertà – la ribellione avanza, o la delusione colma talmente la misura che è come se non si attendesse più niente e si vive senza desiderare più niente. Dal mistero della Risurrezione di Cristo una luce nuova investe il mondo e contende palmo a palmo il terreno alla notte». (L. Giussani, Tutta la terra desidera il Tuo volto, San Paolo, Cinisello Balsamo 2000, p. 124).

Una Pasqua vera a tutti! Quella di Cristo.

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