Parolini: «Voglio un’Italia più forte in un’Europa più aperta»

Intervista a Mauro Parolini, candidato in Forza Italia alle elezioni europee: «Per difendere la nostra sovranità meglio stare nel Ppe che nei gruppi dei sovranisti»

Mauro Parolini

Persona, famiglia, lavoro, impresa. Sono le dimensioni che Mauro Parolini dice di voler portare all’attenzione dell’Europa se il prossimo 26 maggio sarà eletto a Strasburgo. Già assessore prima al Commercio e turismo e poi allo Sviluppo economico in Regione Lombardia, in precedenza titolare dei Lavori pubblici alla Provincia di Brescia, Parolini è il candidato che rappresenta nel collegio Nord-Ovest il gruppo di Noi con l’Italia rientrato in Forza Italia proprio in vista delle elezioni europee. Oltre ai temi di cui sopra, per lui la sfida per il seggio al Parlamento europeo ha anche un contenuto strettamente politico: provare a contrastare l’ascesa dei sovranisti rilanciando l’area dei moderati.

Forza Italia ha scelto come slogan di questa campagna elettorale “Per cambiare l’Europa”. Tutti promettono di cambiare l’Europa. Il punto allora è: cambiarla come? 

Innanzitutto bisogna intendersi sull’idea di Europa. Da un lato sbaglia chi progetta un’Europa in cui i legami siano sempre più deboli in modo che ognuno possa farsi gli affari propri: l’Europa dei sovranismi, chiamiamola così, è un controsenso. Dall’altro lato sbaglia anche chi auspica gli Stati Uniti d’Europa, cioè un modello omologante fatto di norme asettiche. A queste due idee io dico no. Dico sì, invece, a un’Europa che non neghi ma al contrario valorizzi le differenze. Adenauer diceva che siamo sotto lo stesso cielo ma non abbiamo lo stesso orizzonte: si tratta di partire da esperienze diverse per andare verso lo stesso punto.

Cosa intende quando dice che l’Europa dei sovranismi è un controsenso? Anche i sovranisti si battono contro l’idea di un’Europa omologante.

Mi spiego con un esempio. C’è un sovranista europeo che fino a qualche mese fa era considerato amico dai sovranisti italiani, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, il cui nome ricorda molto quello del colonnello Kurtz di Apocalypse Now. Ebbene, oggi il cancelliere Kurz non figura più nell’elenco degli amici dei sovranisti italiani, e questo a causa, credo, di un piccolo dettaglio: ha mandato l’esercito al Brennero per impedire ai migranti sbarcati in Italia di passare la frontiera verso l’Austria. L’Europa dei sovranismi non ha senso perché significa che ognuno persegue il proprio interesse non insieme a quello degli altri, ma contro.

Però Forza Italia appartiene al Partito popolare europeo, e anche il Ppe è carico di politici che negli ultimi anni sembrano avercela messa tutta per rendere l’Europa antipatica agli italiani.

Mi scusi ma non la assecondo in questa obiezione. Punto primo: se l’Italia vuole fare il proprio interesse, se vuole difendere la propria sovranità (termine somigliante eppure molto diverso da “sovranismo”), non può farlo se non trovando accordi con i grandi paesi, cosa che abbiamo cercato di fare, riuscendoci, nel Ppe. Si può difendere più efficacemente l’interesse italiano stando nel Ppe che non nelle realtà in cui stanno la Lega e il Movimento 5 stelle, che contano poco a Strasburgo. Non possiamo fare il nostro interesse isolandoci. Il secondo punto è che l’Italia deve cambiare atteggiamento: noi dobbiamo fare accordi con la Germania e la Francia, pretendendo però che quando tocca a noi, quando sono in gioco i nostri interessi vitali, a loro volta Francia e Germania siano dalla nostra parte.

Sarebbe sacrosanto. In teoria. In pratica l’Italia non conta nulla in Europa.

Ma guardi che non è teoria. Ci sono quattro grandi istituzioni europee: Parlamento, Commissione, Consiglio e Banca centrale. Due di queste hanno presidenti italiani, e non si dica che sono soltanto ornamentali, perché Antonio Tajani al Parlamento europeo si è dimostrato autorevole in questi due anni e mezzo, e Mario Draghi alla Bce ha preso una decisione che ha salvato l’Italia dal default, e lo ha fatto in violazione dei trattati, con il consenso, evidentemente, anche dei grandi paesi. In questo caso, dunque, l’accordo con i grandi paesi ha prodotto un effetto non indifferente: ha evitato che il nostro mostruoso debito pubblico diventasse per noi una macina al collo. Si può essere scontenti dell’Europa finché si vuole: si sappia però che fuori dall’Europa in questi anni il nostro paese sarebbe fallito. 

Ci sarà un motivo, però, se dilaga lo scontento verso l’Unione Europea.

Certo. Come detto, ci sono aspetti dell’Europa che vanno assolutamente cambiati. Su un problema fondamentale come l’immigrazione, tanto per cominciare, l’Europa sta sbagliando tutto. È una delle emergenze del momento e non possiamo accettare che sia ignorata o che ci dicano: affari vostri. Il Trattato di Dublino va buttato nel cestino. Fa pure rima. 

Va buttato per fare cosa?

Primo, le frontiere vanno difese insieme. Secondo, l’immigrazione va prevenuta, perché una volta che i barconi sono in acqua è difficile “controllare i flussi”. E poi, terzo, sia chiaro che se una persona è entrata in Italia, è entrata in Europa. 

A proposito di famiglie, perché dopo esserne usciti siete ritornati in Forza Italia?

Oggi c’è un’ampia area di consenso, almeno potenziale, che sta tra gli elettori della cosiddetta destra sovranista e un Pd sempre più “di sinistra”. Quell’area attualmente è presidiata solo da Forza Italia. Detto questo, anche Forza Italia ha bisogno di cambiare. Per certi versi aveva bisogno di cambiare già quando aveva il 28 per cento dei voti. La nostra scommessa è che sia l’inizio di una storia nuova.

Lei in Regione Lombardia si è occupato, da assessore, di commercio e sviluppo economico. Secondo lei come può l’Unione Europea essere utile alle aziende italiane? Anche tra gli imprenditori c’è chi avverte l’Europa più come zavorra che come prospettiva. 

Francamente non capisco da dove venga desunta questa rappresentazione dell’Europa. In questi anni ho frequentato e ascoltato molto le associazioni di categoria: le assicuro che non hanno la visione dell’Europa come di una zavorra. L’Europa costituisce oltre il 60 per cento del mercato delle nostre esportazioni. Se ci fossero barriere commerciali o tecniche all’ingresso degli altri paesi europei, l’Italia soffrirebbe enormemente. L’export italiano, che ha salvato la nostra economia negli ultimi dieci anni, ha come principale sbocco i paesi europei. Siamo un paese esportatore e l’Europa è la nostra grande opportunità. Dobbiamo abbattere tutte le barriere surrettizie, ossia certe norme tecniche esageratamente stringenti aggiunte solo per tutelare il mercato interno di alcuni paesi: per le nostre imprese serve un’Italia più forte in un’Europa più aperta.

Gli strumenti per lo sviluppo delle imprese non mancano.

Ho avuto la fortuna di fare l’assessore in Lombardia nel mezzo del settennio 2014-2020 dei fondi europei per lo sviluppo regionale: avevo in dotazione per le imprese 300 milioni di euro, e la Lombardia è stata la regione europea che li ha impiegati più rapidamente. A parte l’orgoglio per il risultato, sono importanti le direttive i criteri che ho cercato di seguire: primo, mi sono assicurato che i fondi fossero impiegati per lo sviluppo, appunto, e non per il mantenimento dello status quo (quindi per facilitare l’export, favorire l’innovazione, promuovere il lavoro e la responsabilità sociale delle imprese); soprattutto, ho fatto in modo che fossero finanziabili anche i progetti di importi piccoli, perché la nostra economia è fatta per il 98 per cento di piccole imprese. Ecco, vorrei che nei prossimi sette anni (2020-2027) i fondi fossero assegnati all’Italia seguendo gli stessi princìpi: innovazione, lavoro e corrispondenza alla natura e alle dimensioni delle nostre imprese. Se l’Europa talvolta può apparire come una zavorra, resta tuttavia un’opportunità. Allora facciamo in modo che ci corrisponda sempre di più. 

La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina promette di provocare gravi danni alla nostra economia. Ecco un campo in cui è evidente come poter contare su una dimensione europea sarebbe determinante. Ma cosa sta facendo l’Europa per mettere fine alla guerra dei dazi?

La guerra dei dazi è disastrosa. Ogni volta che si alza una barriera, anche indiretta, noi subiamo un contraccolpo. La guerra dei dazi può far bene, forse, agli Stati Uniti che hanno un deficit commerciale enorme, ma fa male a tutti gli altri. Quindi no ai dazi protezionistici, ma sì alle norme anti-dumping. Chi produce senza rispettare i diritti dei lavoratori, oppure devastando l’ambiente, e ottiene da questo un vantaggio competitivo deve essere sanzionato. L’Europa ha scelto questa strada. Credo che sia la linea da proporre a tutti.

È una linea che sta incidendo nella guerra commerciale?

Se in Europa abbiamo una posizione unitaria, contiamo. Se ognuno fa per sé, è ovvio che non saremo efficaci. Lo stesso vale per la gestione dei flussi migratori, come per la politica estera e per la difesa. Se non arriveremo a una difesa comune europea, saremo un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.

Invece sembra che a Bruxelles gli accordi si trovino solo su direttive inutili che servono al massimo ad aumentare la burocrazia, quando non a misurare la curvatura delle banane.

Non credo nell’Europa tecnocratica, nell’Europa dei ragionieri. E credo che per rovesciare questo modello servano ideali, ma soprattutto servono esperienze concrete: l’Europa deve valorizzare le esperienze della gente che si mette insieme, dove si tolgono le persone dall’isolamento, in cui al bisogno non si risponde dando una mancia. Non si risolve nulla distribuendo il reddito di cittadinanza alle persone singole: si favorisca piuttosto la famiglia (fondamentale affrontare e risolvere la crisi di natalità), le associazioni, le imprese… L’Europa deve innanzitutto promuovere le esperienze positive delle persone che si mettono insieme per affrontare i propri problemi e per dare una mano a chi non ce la fa da solo. La società, come si usa dire, si è liquefatta: senza un contenitore solido rischia di disperdersi. Penso a un’Europa capace di crescere senza lasciare indietro nessuno. Ma per riuscirsi, non si può contare solo sul pubblico, bisogna favorire le aggregazioni, dalla famiglia in su.

In quel che dice riecheggia la sua identità di cristiano. Non si può negare che, in certe materie (un esempio è proprio la citata famiglia), spesso e volentieri l’Europa dia l’impressione di agire con lo scopo preciso di recidere le radici cristiane dei popoli. Che speranza c’è di cambiarla anche a questo livello?

Secondo me quello che va fatto in primo luogo non è affermare una sorta di ideologia cristiana, ma coltivare una buona memoria: ricordarsi perché l’Europa è quel che è, la sua storia, che è appunto una storia cristiana. Noi europei abbiamo dato un’impronta al mondo intero grazie al cristianesimo. In secondo luogo, vanno recuperati lo spirito e la posizione umana di chi ha fondato l’Europa: i tre leader cattolici dei tre grandi paesi europei. De Gasperi, Schuman e Adenauer posero il cuore dell’Europa proprio là dove per secoli c’erano stati i maggiori focolai di conflitto, anche militare. Guardare l’Europa da cristiani oggi vuol dire questo, non sventolare strumentalmente qualche simbolo religioso, ma ricordare che noi siamo quel che siamo perché siamo cristiani. Vale anche per chi cristiano non lo è più: se l’Europa è un ambito accogliente e libero, è perché ha rispetto delle persone, e questo rispetto è un’eredità della nostra storia cristiana. Le reazioni di fronte all’incendio di Notre-Dame dicono proprio questo.

Foto Ansa