Il tweet di papa Francesco sulla biodiversità non fa una grinza

Oggi le specie si estinguono molto più velocemente che in passato. Capitalismo e socialismo reale sono responsabili di aver sfigurato natura umana e ambiente

Papa Francesco pianta un albero in Bangladesh

All’osteria dei social il tweet che papa Francesco ha scritto alla vigilia del sesto anniversario dell’enciclica Laudato Si’ ha scatenato la solita caciara fra opposte fazioni. «Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre. Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza. Non ne abbiamo il diritto. #Biodiversità #SettimanaLaudatoSi».

Reazioni al tweet di papa Francesco

Le reazioni al tweet si dividono fra quelle di coloro che hanno espresso gratitudine per l’azione di papa Francesco in difesa della biodiversità, alcuni dei quali lo hanno caldamente invitato a sottolineare le responsabilità dei “ricchi” nel degrado ambientale, e le critiche di chi gli suggerisce di occuparsi piuttosto dei cristiani perseguitati e dei più piccoli vittime dell’aborto. Una critica apparentemente più sofisticata è quella di chi invita il Pontefice a prendere coscienza del fatto che le estinzioni di specie animali e vegetali ci sono sempre state, insieme al sorgere di nuove specie che prendono il posto di quelle estinte, mentre il suo tweet lascia l’impressione che tutto dipenda dalle azioni umane.

È vero, estinzioni e apparizioni di nuove specie si susseguono sul nostro pianeta da milioni di anni, ben prima che facessero la loro comparsa gli esseri umani. Anzi: secondo le tesi scientifiche più accreditate la specie umana ha visto la luce grazie all’estinzione delle specie animali che popolavano la Terra 65 milioni di anni fa, in particolare dei dinosauri, deceduti in massa (insieme al 75 per cento delle specie animali e vegetali allora esistenti) dopo l’impatto di un asteroide. Senza quel benedetto asteroide, noi oggi non saremmo qui… A parte le estinzioni di massa (cinque fino ad oggi, per quel che ne sappiamo), dovute ad eventi come gli asteroidi o eruzioni vulcaniche su larghissima scala, la scomparsa di specie viventi è un fenomeno del tutto naturale, legato a questioni di adattabilità all’ambiente: sulla Terra a tutt’oggi si sono avvicendate qualcosa come 5 miliardi di specie viventi (senza contare virus e batteri), e il 99 per cento delle stesse è scomparso senza alcun intervento umano.

L’intervento del Papa è biblico

Oggi però la situazione degli 8 milioni di specie censite (5,5 milioni soltanto di insetti) è molto diversa non solo rispetto ai tempi delle estinzioni di massa del Cretaceo-Paleocene o del Triassico-Giurassico, ma anche rispetto all’ordinario andamento del fenomeno: il tasso di estinzione delle specie vegetali e animali ha subìto un’accelerazione con l’inizio dell’era industriale, e in seguito ha sempre guadagnato velocità. Secondo la stima di uno studio di biologi dell’Università di Zurigo, attualmente il tasso di estinzione è fra 100 e 1.000 volte più veloce della media delle ere geologiche nelle quali l’uomo non era presente. Scendendo in qualche dettaglio, un rapporto dell’Ipbes (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) di due anni fa informava che fra il 1700 e il 2000 la superficie delle aree umide (grandi serbatoi di biodiversità) si è ridotta dell’85 per cento, che il 33 per cento delle specie ittiche subiscono prelievi superiori alla possibilità di ricostituirsi, che 500 mila specie di animali terrestri non dispongono più di un habitat sufficiente alla loro sopravvivenza a lungo termine.

L’intervento di papa Francesco è accurato nella misura in cui si riferisce a questo genere di fenomeni, ormai macroscopici. Ed è perfettamente biblico per il fatto che non si riferisce semplicemente all’ottica utilitaristica che dovrebbe spingere la specie umana a conservare la biodiversità per evitare la sua propria estinzione, a evitare cioè il collasso della propria nicchia ecologica per trascuratezza dell’ecosistema in cui è inserita, ma si riferisce al compito affidato dal Creatore ad Adamo di coltivare e custodire il giardino dell’Eden, che comprende anche le attuali specie selvatiche. Genesi 1,28 («Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”») va letto insieme a Genesi 2,15: «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse».

Le colpe di capitalismo e socialismo

Le esigenze della sopravvivenza, che richiedono di esercitare un dominio sulle altre specie (non diverso da quello che ogni altro animale esercita su quelli sottostanti all’interno della piramide alimentare), non possono essere separate dal compito di custodire e rendere rigoglioso il Creato, che definisce l’aspetto qualitativo della vita umana, che si realizza quando è data gloria a Dio in tutte le sue creature. Ad avere disgiunto l’aspetto utilitaristico da quello etico provocando così la crisi ambientale che è sotto i nostri occhi non è stato il cristianesimo, ingiustamente accusato di un antropocentrismo che avrebbe squilibrato i rapporti fra le specie, ma le filosofie secolariste che a partire dall’illuminismo hanno visto nel creato semplicemente il deposito dei materiali inerti che l’uomo poteva liberamente sfruttare per il soddisfacimento dei propri desideri.

La società industriale, nelle due versioni capitalista e del socialismo reale, si è costruita su una visione prometeica dell’uomo, sul disconoscimento della dipendenza e sulla rivendicazione dell’autonomia morale: il risultato è lo sfiguramento sia della natura umana che della natura che circonda l’uomo. Una delle cose che più stupiscono (in negativo) nei dibattiti sulla condizione dell’uomo contemporaneo in casa cattolica è la scarsa attenzione che sia i conservatori che i progressisti riservano all’evidenza che gli stravolgimenti della natura umana e la distruzione dell’ambiente sono due facce della stessa medaglia. C’è assoluta continuità fra aborto legalizzato, manipolazione degli embrioni, artificializzazione della procreazione, promozione di forme di genitorialità innaturali da una parte e distruzione irreversibile di specie animali e vegetali, consumo insostenibile di risorse naturali, distruzione di habitat, espansione illimitata dei consumi, ecc. dall’altra. I due collassi, quello della natura umana e quello del creato, sono in realtà un unico collasso.

Niente è perduto per sempre

Un altro aspetto poco considerato nel dibattito sui temi ambientali in casa cattolica è quello dell’incompiutezza della creazione fino al ritorno di Cristo, cioè fino al momento della parusìa. Il compimento del disegno di salvezza nella visione giudaico-cristiana va decisamente al di là degli equilibri ecologici studiati dalla biologia e dalle altre scienze: coincide con la condizione edenica descritta in Isaia 11, 6-7: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La vacca e l’orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi». Questa riconciliazione universale va oltre la logica intrinseca alla biodiversità, la quale riflette il principio della selezione del più adatto e rimanda simbolicamente alla lotta per la sopravvivenza, che evoca la condizione dell’uomo e della natura dopo la Caduta.

Lo dice bene Paolo nella lettera ai Romani (8, 19-21): «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio». Fino al giorno della parusìa, la natura sarà sempre contemporaneamente madre e matrigna, l’uomo sarà sempre contemporaneamente custode e saccheggiatore della natura, vuoi per ignoranza vuoi per cupidigia.

E sarà anche continuamente sballottato fra il terrore e la meraviglia, che trovano espressione anche nelle considerazioni apparentemente fanciullesche che il cardinale George Pell confidava al suo diario durante il suo soggiorno nelle carceri australiane: «Non so perché Dio abbia creato un universo tanto immenso, e nemmeno perché abbia creato i dinosauri. A essere interessante è l’unicità della vita umana, e forse della vita intelligente, su questo piccolo pianeta collocato in un angolo remoto dell’universo, creato 14,3 miliardi di anni fa». Ma è interessante anche godere della visione che tutti i 5 miliardi di specie viventi che sono apparse su «questo piccolo pianeta» e che si sono estinte, come si estingueranno anche gli 8 milioni attualmente soggiornanti, non sono perduti per sempre ma persistono nella Gloria eterna di Dio, di cui tutti potremo essere partecipi dopo la parusìa.

@RodolfoCasadei

Foto Ansa