Päivi Räsänen condannata. La sua battaglia non è ancora finita
«Nel 2019 ho dovuto affrontare un’indagine penale per avere condiviso sui social media uno screenshot della Bibbia (versetti 24-27 del capitolo 1 della Lettera ai Romani). Le autorità mi hanno accusato di “incitamento all’odio” [hate speech, ndt] per aver espresso ciò che la Bibbia insegna sul matrimonio e l’identità umana. Sono stata incriminata per “istigazione contro una minoranza”, reato che comporta potenzialmente la pena detentiva. L’accusa per fortuna non ha mai invocato il carcere per me, ma ritengo che la loro richiesta di censura rappresenti una gravissima minaccia al diritto alla libertà di espressione nella nostra democrazia».
Iniziava così il Te Deum che Päivi Räsänen aveva scritto per il numero di Tempi di dicembre. L’altro giorno, dopo un processo durato sette anni, è arrivata per lei una doppia sentenza dal sapore agrodolce. Da un lato, è stata assolta, ma, dall’altro, è stata condannata.
«Incitamento all’odio»
Un passo indietro. Chi è Päivi Räsänen? È un medico e membro del Parlamento finlandese dal 1995. Esponente di punta del Partito democratico cristiano, di cui è stata presidente dal 2004 al 2015, ha ricoperto la carica di ministro dell’Interno (2011-2014) del suo paese.
Donna di fede, luterana, è sposata con il dottore in Teologia Niilo Räsänen e ha cinque figli e dodici nipoti. Il suo diventò un caso internazionale quando nel giugno 2019 in un messaggio su X riportò un passo della lettera di san Paolo ai Romani, criticando così indirettamente la Chiesa luterana che aveva sponsorizzato il gay pride. Da quel momento, la donna finì nella bufera con pesanti accuse di omofobia e finì sotto indagine anche per avere scritto nel 2004 in un libricino parrocchiale dal titolo Maschio e femmina li creò, e per aver partecipato, nel 2018, a una trasmissione televisiva dal titolo “Che cosa penserebbe Gesù degli omosessuali?”.
Dopo una serie di passaggi processuali si è arrivati alla doppia sentenza dell’altro giorno: Räsänen è stata assolta dalla Corte suprema all’unanimità per il tweet del 2019. Ma è stata ritenuta colpevole di “incitamento all’odio” per il libricino e condannata al pagamento di 1.800 euro. Con lei è stato condannato anche il vescovo Juhana Pohjola, responsabile della pubblicazione.
Libertà di opinione
Come riportava ieri La Verità, Räsänen, mentre valuta il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, ha così commentato la sentenza: «Non si tratta solo della mia libertà di espressione, ma di quella di ogni persona in Finlandia. Una sentenza favorevole contribuirebbe a impedire che altre persone innocenti subiscano la stessa sorte per il semplice fatto di aver espresso le proprie opinioni».
In una nota diffusa ieri, ha poi scritto:
«Non è necessario che nessuno sia d’accordo con me per difendere il mio diritto di esprimere le mie opinioni. La libertà di parola è necessaria proprio quando le persone non sono d’accordo. Nonostante questa decisione, spero che sarà comunque possibile avere discussioni costruttive, nel rispetto della libertà di parola e di religione, anche su temi difficili. […]
Questa sentenza dimostra che la libertà di parola deve essere difesa con sempre maggiore fermezza. In pratica, la sua tutela come solido diritto fondamentale non è scontata. Ho sempre considerato un privilegio e un onore difendere la libertà di parola e di religione, che è un diritto centrale in uno Stato democratico. Intendo continuare a farlo».
In quel Te Deum per Tempi, Räsänen aveva raccontato le sofferenze ma anche le inaspettate gioie vissute durante questo calvario processuale. Scriveva infatti:
«Ho sentito profondamente fin dall’inizio che l’intero processo era nelle mani di Dio e aveva uno scopo. Ho considerato questa battaglia come la mia vocazione. È stato un privilegio e un onore difendere la libertà di esprimere la fede, un diritto fondamentale in qualsiasi Stato democratico».
La sua battaglia non è ancora finita.
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