Tentar (un giudizio) non nuoce
Ottant’anni di Repubblica
Nei giorni scorsi abbiamo celebrato l’ottantesimo anniversario della Repubblica italiana. È stata un’occasione per riflettere sul valore che ha per ciascuno di noi la scelta compiuta allora e, soprattutto, sul significato che ha oggi l’appartenenza alla Repubblica italiana.
In questo dibattito mi fa piacere aggiungere la mia voce e condividere alcune considerazioni personali. La prima è una considerazione oggettiva. La Repubblica ha garantito al nostro Paese ottant’anni di pace e già questo sarebbe un risultato straordinario e, per molti aspetti, impensabile. Ma ha anche consentito una trasformazione profonda. L’Italia era un Paese poverissimo, dal quale erano emigrati oltre venti milioni di persone, «tra la fine dell’Ottocento e a cavallo delle due Guerre mondiali», alla ricerca di condizioni di vita e di lavoro migliori. Nell’arco di pochi decenni si è trasformata nella quinta potenza industriale del mondo, in un’economia avanzata, non priva di difficoltà ma certamente forte e riconosciuta.
Al tempo stesso, grazie in particolare alla lungimiranza di Alcide De Gasperi, l’Italia è stata collocata stabilmente nel campo occidentale, all’interno della comunità dei Paesi democratici e liberi. Un esito che, alla fine della Seconda guerra mondiale, non poteva essere dato per scontato in un Paese che ospitava il più forte partito comunista di ispirazione sovietica dell’Europa occidentale.
Se a questo aggiungiamo le conquiste sociali rese possibili dalla Costituzione repubblicana, come una sanità accessibile a tutti, un sistema di previdenza e protezione sociale che ha pochi eguali nel mondo e una rete di servizi alla persona della quale spesso non siamo pienamente consapevoli, ma che molti ci invidiano, possiamo certamente affermare che l’esperienza repubblicana è stata un’esperienza di successo.
La preferenza è una cosa seria.
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Quali problemi
Non tutto, però, va per il verso giusto. Restano infatti alcuni nodi che i Padri costituenti hanno lasciato aperti e che sono ancora oggi attuali. Uno di questi riguarda la stabilità dei governi. Il passaggio dal sistema proporzionale della Prima Repubblica a quello maggioritario della Seconda Repubblica ha contribuito ad assicurare governi mediamente più stabili e più longevi. Tuttavia, il dibattito ancora aperto sul premierato e sulle riforme costituzionali parte dalla constatazione che il timore, fondato ottant’anni fa, di possibili derive autoritarie ha prodotto una struttura istituzionale caratterizzata da una certa instabilità, che il Paese ha pagato nel corso dei decenni.
Un secondo tema irrisolto è quello del debito pubblico. Esso nasce in particolare dalle politiche degli anni Settanta e Ottanta, un periodo segnato dal terrorismo, dalle tensioni sociali e dalle più dure lotte sindacali. In quegli anni l’aumento del debito pubblico contribuì a mantenere la pace sociale, ma lasciò in eredità una situazione della finanza pubblica che oggi continua a presentarci il conto.
Ne derivano difficoltà nel rispettare i parametri europei e nel mettere in campo politiche economiche espansive capaci di sostenere la crescita. Una crescita che, ormai da anni, nel nostro Paese è troppo debole per generare cambiamenti strutturali significativi.
Paghiamo questa situazione soprattutto attraverso la stagnazione dei salari reali. Mentre chi possiede patrimoni finanziari ha beneficiato di rendimenti cresciuti molto più rapidamente negli ultimi decenni, chi vive del proprio lavoro subisce le conseguenze di una crescita insufficiente. Non solo i salari italiani sono aumentati meno rispetto a quelli di gran parte dell’Europa, ma in alcuni casi, in termini reali, sono addirittura diminuiti.
La varietà è un patrimonio
Infine, c’è un aspetto che desidero sottolineare. La riforma del Titolo V della Costituzione, approvata nel 2001, ha introdotto un principio molto importante, affermando all’articolo 114 che la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.
È fondamentale che questo principio non rimanga soltanto sulla carta. Il riconoscimento che la Repubblica non coincide esclusivamente con gli organi costituzionali nazionali è infatti sostanziale. Significa affermare che la Repubblica siamo tutti noi e che la costruiamo ogni giorno attraverso la nostra azione concreta.
La Repubblica non è soltanto il Parlamento, il Governo, la Corte costituzionale o il Quirinale. La Repubblica è la scelta quotidiana di ogni cittadino di aderire ai valori della Costituzione e di renderli vivi attraverso la propria partecipazione alla comunità locale, alla vita del proprio Comune, del proprio territorio, della propria Regione e infine dello Stato nazionale. Anche il nostro Paese, come ricordo spesso parlando dell’Europa, deve saper rimanere unito valorizzando le proprie differenze anziché inseguire una uniformità astratta. Le peculiarità che caratterizzano da sempre la tradizione civica italiana non rappresentano un ostacolo all’unità, ma una sua ricchezza.
È proprio la varietà che ritroviamo nei dialetti, nella cucina, nelle tradizioni locali, nelle forme culturali e sociali che può continuare a garantire, se adeguatamente valorizzata e tenuta insieme, quell’unicità italiana che rappresenta il patrimonio più importante della nostra Repubblica, proprio per queste ragioni, nel dibattito sulle riforme, il tema dell’autonomia non può essere ignorato.
Non uno Stato che vuole cittadini tutti uguali, ma una Repubblica nella quale ciascuno partecipa alla cosa pubblica secondo la propria originalità.
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