Tentar (un giudizio) non nuoce

Come cambia la guerra, quanto serve la pace

Di Raffaele Cattaneo
27 Luglio 2026
Oggi la guerra si fa coi droni che sono armi senza coscienza e agiscono con drammatica efficienza. La corsa al riarmo ha bisogno di una corsa ancor più forte e convinta per costruire il dialogo e la diplomazia
Un edificio residenziale di cinque piani colpito a Kiev il 28 agosto durante un attacco russo condotto con missili e droni
Un edificio residenziale di cinque piani colpito a Kiev durante un attacco russo condotto con missili e droni (foto Ansa)

La scorsa settimana ho avuto la possibilità di visitare il Salone aeronautico e aerospaziale di Farnborough, vicino a Londra, l’appuntamento biennale più importante del settore, in cui si mette in mostra tutto il meglio della produzione mondiale a servizio delle esigenze civili e militari. Questo salone si alterna con quello di Le Bourget, alle porte di Parigi, dove ero stato tre anni fa. Come noto, in Lombardia e in particolare nella mia provincia di Varese opera un vivace e innovativo cluster di imprese del settore aerospaziale. A parte Leonardo, la più importante impresa italiana del settore, si tratta di imprese piccole e medie che la Regione ha sostenuto nel presentarsi insieme al Salone attraverso un apposito stand.

Poche ore prima della partenza per Londra, in uno di quei casuali ma significativi contrasti che la vita talvolta ci mette di fronte e che fanno molto riflettere, avevo incontrato e ascoltato i racconti di un gruppo di 24 ragazzi ucraini, provenienti da Zaporizhzhia, portati in Italia da Padre Volodimir, sacerdote ucraino di rito greco cattolico, grazie a un progetto dal titolo “messaggeri di pace”. Ragazzi di 15, 18 anni scappati dalle zone occupate, che raccontavano chi di aver perso il padre al fronte, chi di aver visto la propria casa bruciare, chi di essersi salvato perché fuori casa nel momento in cui soldati incappucciati avevano fatto irruzione nella propria abitazione. Nonostante questo, portavano a noi un messaggio di pace.

I cinque domini

Quando la guerra smette di essere una contabilità anonima di atrocità ma prende la faccia di qualcuno che hai di fronte cambia tutto. Nella consapevolezza di ciò che sta accadendo.

Per questo mi ha ancora più colpito, nelle ore successive, vedere lo sfoggio di tutta la potenza militare per controllare i cieli e lo spazio, sempre più importanti nella guerra moderna, che investe ormai 5 domini: oltre i due citati, la terra, il mare e il cyberspazio. Ma nella quale si sono affacciati con prepotenza nuovi protagonisti oggi più letali di qualunque altra arma: i droni. Ero stato a Le Bourget tre anni fa e la differenza principale che ho colto a Farnborough è stata proprio la svolta tecnologica che porta dagli aerei ed elicotteri ai droni come principale strumento di controllo dei cieli e ormai anche del combattimento sul terreno e sul mare.

Suggerisco la visione su YouTube di due video di Stories, il video podcast di Cecilia Sala, intitolati “La guerra dei droni”. Ho capito di più cosa sta accadendo al fronte in Ucraina attraverso questi video che non con tutti gli articoli di giornali e riviste che avevo letto prima.

Kill zone

Ho scoperto ad esempio che l’80 per cento dei soldati russi caduti al fronte sono stati colpiti attraverso un joystick. Oppure che in Ucraina esiste una sorta di “concorso” online tra i soldati che manovrano droni in cui per favorire un sistema meritocratico chi posta video ripresi dalla telecamera online di un drone su chi o cosa è riuscito a colpire o a costringere alla resa riceve un punteggio che ai migliori darà accesso ai droni più evoluti e alle tecnologie più sofisticate; fortunatamente un soldato russo vivo vale più di uno morto, ma ci sono oltre 100 mila video postati e la gran parte ritraggono le espressioni terrorizzate degli ultimi istanti di vita di un soldato prima di essere colpito.

Naturalmente anche i russi rispondono allo stesso modo, così che non esiste più una linea del fronte, ma una “kill zone” che si estende per alcune decine di chilometri, tanto quanto l’autonomia dei droni killer che portano a bordo uno o due kg di esplosivo. In quella zona non possono volare elicotteri per esfiltrare feriti e tutto ciò che si muove è fortemente a rischio. Conseguenza di ciò è il fatto che, rispetto alla guerra in Vietnam, ma anche Afghanistan o nel Golfo di pochi anni fa, non esiste più la “golden hour”, la prima ora in cui se si riesce a portare via un ferito con gli elicotteri di solito si può salvargli la vita. Oggi gli elicotteri che volassero a questo scopo verrebbero certamente abbattuti. Ci si affida dunque a droni terrestri a bassa impronta termica, che possono sfuggire ai droni ma che impiegano ore per arrivare e richiedono che il ferito sia in grado di salire su quella sorta di barella meccanizzata che viene a prenderlo. Risultato: se prima il rapporto tra morti e feriti era 1 a 10 oggi siamo tornati a 1 a 3 come nella Prima guerra mondiale.

Le macchine che decidono da sole

Mi sono domandato quale pietà possa provare un drone di fronte allo sguardo disperato di chi sta per colpire. E la risposta è semplice e drammatica: nessuna! Queste armi sono senza coscienza e agiscono con drammatica efficienza.

Per questo le parole ascoltate dai ragazzi ucraini sono state per me un monito ancora più chiaro sulla necessità di lavorare per la pace! La corsa al riarmo, di cui si percepiva il fremito in ogni angolo del salone aeronautico, ha bisogno di una corsa ancor più forte e convinta per costruire la pace, il dialogo, le relazioni diplomatiche. Purtroppo, però questa corsa non si vede, mentre quella al riarmo, pur con tutte le comprensibili ragioni, accelera ogni giorno di più. La forza spietata di una guerra sempre più in mano al fascino sinistro di macchine e ad armi che decidono da sole come, dove e quando colpire può rappresentare un pericolo mortale per tutta l’umanità.

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