C’è davvero tanto da imparare da quel cristallino e semplicissimo capolavoro che è il romanzo breve “L’amico armeno” di Andreï Makine
Immagine creata con Ai
Sono un lettore a trazione posteriore. Se si tratta di scegliere una nuova lettura, non è facile schiodarmi dai classici. Hanno il lasciapassare del tempo, della critica e del popolo: quale migliore garanzia? Eppure, se c’è un autore vivente capace quest’anno di strapparmi alle mie abitudini con la sua forte penna gentile, questi è Andreï Makine.
L’autore russo naturalizzato francese, membro dell’Académie française, riesce a stupirmi a ogni romanzo, per la semplicità con cui riesce a descrivere le cose grandi. È quanto accade anche nel racconto lungo L’amico armeno (L’ami arménien, 2021), libricino cortese e cordiale, infantile e adulto, orizzontale come pianura siberiana e verticale di tuffi nel passato, nazionale perché sugli armeni e universale perché su oppressione e speranza.
L’unica vera misura dell’umanità
Per l’ennesima volta, Makine torna nei territori della propria infanzia, trascorsa in orfanatrofio in Unione Sovietica, e traccia i contorni dell’amico Vardan, ragazzino armen...
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