Senza Trump a cui sbattere in faccia gli Oscar dell’inclusione che gusto c’è?

Tutti a celebrare la nuova era di Hollywood, la vittoria delle donne, delle minoranze, della responsabilità, della ricrescita. Ma un flop come quello degli Academy Awards non si era mai visto

E dunque la prima notizia è che nessuno guarda più gli Oscar. Non che negli ultimi dieci anni ci si strappasse i capelli per la notte delle stelle ma tant’è: dati Nielsen, domenica sera l’audience è precipitato del 58 per cento rispetto al 2020, quando già si era registrato un record storico negativo di 23,6 milioni di spettatori. Quest’anno – l’anno degli Oscar dell’inclusione, l’anno dell’America liberata da Trump, l’anno dei divi di Hollywood immortalati col Covid o le vaccinazioni – appena 9,9 milioni. Praticamente una puntata del commissario Montalbano in Italia dove, va da sé, l’unica cosa notiziabile è stata che Laura Pausini ha lasciato la Union Station di Los Angeles senza statuetta e con un hamburger in mano.

La notte di nicchia è un flop

Certo, il calo è in linea con i flop delle altre premiazioni, i Golden Globe che perdono il 63 per cento di pubblico, i Grammy che scendono del 51 per cento. Certo, ormai si vive sulle piattaforme, i più disaffezionati restano persone dai 18 ai 49 anni, i giovani preferiscono gli highlights ai 90 più recupero figuriamoci seguire una maratona pur sforbiciata dal 2019 dalle 5 alle tre ore e rotte e blablà. Ma c’è da chiedersi, come si chiede il Washington Post, se gli Oscar siano ancora un evento in grado di accrocchiare gli americani – non era forse la notte degli Academy l’evento televisivo in diretta più visto dopo il Super Bowl? – o non siano diventati piuttosto una cosa di nicchia, autocelebrativa e ormai troppo distante dalla gente-gente.

Non c’era neanche un’orchestrina a festeggiare Nomadland, Oscar per il miglior film, migliore attrice e miglior regista, ovvero la cinese Chloé Zhao, seconda donna e prima asiatica premiata nella categoria a ritirare la statuetta in treccioline e sneaker. Non c’era un host intrattenitore, non c’era la sfilata sul red carpet, non c’era nemmeno Anthony Hopkins a ritirare il premio come miglior attore protagonista per The Father perché era a casa a dormire, in Galles.

Inclusione, ululato e ricrescita

In compenso c’è stato “l’approccio informale” e rispettoso del distanziamento, tavoletti e divanetti coi fiori modello nozze o comunione. C’è stata  – come scrive Antonio Monda su Repubblica a proposito degli “Oscar ultracorretti della Nuova Hollywood” – «enorme attenzione all’inclusione di minoranze, all’equilibrio di genere, all’impegno nobile e ai portatori di handicap», i premi umanitari, lo speech di Tyler Perry che ha ricordato che ogni giorno muoiono in America tre persone, la maggior parte di colore, per colpa della polizia, invitando tuttavia a non odiarla, ma a “stare nel mezzo”.

Soprattutto c’è stata la migliore attrice Frances McDormand che ha ululato per omaggiare Michael Wolf Snyder, il tecnico del suono di Nomadland scomparso, e che ha fatto ululare di gioia le nostre giornaliste «nella notte che ha consacrato il “girl power”»: «La ricrescita sulle tempie. Ecco il bello, anzi la bellezza di questa antidiva: mostrandosi semplicemente com’è ci dice che la notte degli Oscar non vale una messa in piega», scrive il Corriere di McDomand. «Se c’è una nuova vincitrice in questa edizione degli Academy Awards è la libertà delle donne di apparire finalmente come vogliono (sì, quella che gli uomini hanno sempre avuto) senza essere giudicate inappropriate».

Gli spot a saldo e i Riotta

Tutto bellissimo, peccato che la vittoria dell’inclusione e della parità di genere tutto sembra tranne creare unità culturale, tutt’al più celebrare un’industria che non parla alla gente: la notte degli Oscar è stata un flop, l’edizione meno vista di sempre. Per l’esclusiva della diretta fino al 2028 l’Abc si è impegnata a pagare quasi un miliardo di dollari e ha dovuto scontare del 13 per cento rispetto al già triste anno scorso la vendita dei suoi milionari spazi pubblicitari.

Tutte cose evidentemente trascurabili per i cineasti alla Gianni Riotta che twitta, forse in esperanto: «Il mondo cambia, #Oscars cambiano perfino #Hollywood straordinario come i parrucconio (sic, ndr) italiani non riescano a comprenderlo, borbottando infelici contro il futuro del mondo. #toobad», o per Vanity Fair, che proclama: «Nell’anno zero dell’intrattenimento mondiale, tutti gli addetti ai lavori sanno che il cambiamento in atto è irreversibile e necessario.

Con gli Oscar 2021 si profila una nuova era dell’industria cinematografica, più equa e responsabile: l’inizio di una rivoluzione», «le nomination per gli Oscar di quest’anno hanno ripiegato sul meglio del cinema indipendente. Candidature come mai si erano avute in passato, con molte registe, anche di colore e asiatiche, e altrettanti candidati attori non bianchi».

Ma che film è senza il cattivo?

Inizia una nuova era: “Nell’anno del Messia nero vincono tutte le diversità”, titola Rep. Cioè non si alzerà più una Meryl Streep a dare del branco di miserabili suini trumpisti, razzisti, maschilisti, omofobi e sessisti a tutto il genere maschile, a dire che tutti i bianchi sono cattivi, gli etero sono tutti cattivi (e inquinano), Frances McDormand non inviterà più le donne ad alzarsi come nel 2018, l’era del #metoo, di Time’s Up, del dopo Weinstein ululando: «Ho solo due parole per voi stanotte, signore e signori: inclusion rider. I-n-c-l-u-s-i-o-n r-i-d-e-r». Del resto le regole già preparate dall’Academy per l’assegnazione dell’Oscar nel 2025 parlano chiaro (le riproponiamo spiegate da Repubblica):

«Nelle pellicole candidate come miglior film è indispensabile la presenza almeno di un attore a scelta tra queste categorie: “asiatico, ispanico, nero non americano, afro-americano, nativo-americano, abitante dell’Alaska, mediorientale, nord-africano, hawaiano e un rappresentante delle isole del Pacifico”. Non solo: nei ruoli secondari è indispensabile scritturare, oltre ad un appartenente a un qualunque tipo di minoranza, almeno uno a scelta tra un interprete Lgbtq+ o affetto da disabilità, e gli studios saranno tenuti ad assumere almeno il 30% del loro staff secondo questo stesso criterio, anche per quanto riguarda ad esempio gli uffici marketing. Negli anni che ci separano dal 2024 sarà inoltre necessario esibire, per il momento in maniera confidenziale, un documento che testimonia di aver rispettato gli inclusion standards».

Fatto, almeno per il 2021. Il problema è che non interessa a nessuno. Se non c’è più un Trump a cui sbattere in faccia gli Oscar dell’inclusione, che gusto c’è?

Foto Ansa