Così due straordinari film dei maestri polacchi Wajda e Kieślowski insegnano a stare al mondo
Una scena del film Il bosco di betulle di Andrzej Wajda
Tomek è un ragazzo con gli occhi azzurri e i capelli lisci, biondi, quasi trasparenti. Un po’ pallido, lavora allo sportello delle poste e la mattina si alza all’alba per consegnare il latte al vicinato. Dice di studiare all’università e di conoscere tante lingue: il bulgaro, il francese, anche l’italiano, ma noi non lo vediamo mai studiare né smozzicare qualche parola straniera. Lo vediamo invece impegnato in quello che gli riesce meglio. Spiare. Lo fa ogni notte, dalla finestra del suo appartamento, puntando un cannocchiale sul balcone di Maria Magdalena che sta di fronte. La guarda vivere, la guarda amare altri, la guarda in tutto ciò che lei non sa di mostrare. Non è un “voyeur” nel senso clinico del termine: non c’è quel morboso di tanti film che conosciamo a memoria, da Hitchcock in giù. Tomek è qualcuno che non ha ancora imparato a sopportare la distanza tra sé e il mondo, e ha trovato in quell’occhio di vetro l’unica mediazione possibile. Che poi sarebbe il cinema.
Altra immagi...
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